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Mouth of the Architect - The Ties that Blind
15/06/2019
( 315 letture )
”We usually tell people that our music is slow and heavy, very sad yet hopeful, melodic, but brutal and sad. If we're describing out band to someone who has no reference to those musical qualities, then we usually say we sound like old Pink Floyd and The Moody Blues mixed with Black Sabbath.”

Con queste parole, in un’intervista di qualche anno fa, lo storico drummer dei Mouth of the Architect inquadrava la poetica di una band capace nello scorso decennio di iscrivere il proprio nome nel ristretto novero delle post metal eccellenze, contribuendo all’affermazione di un genere all’epoca ancora alle prese con l’incertezza dei primi passi e di una destinazione tutt’altro che definita, in termini di confini e potenzialità. Reduce da un esordio subito più che convincente del calibro di Time and Withering, il quintetto di Dayton si era mantenuto su standard qualitativamente ragguardevoli a due anni di distanza nello split coi Kenoma (i diciassette minuti di Sleepwalk Powder non andrebbero mai dimenticati, in un eventuale percorso di avvicinamento ai ragazzi dell’Ohio), ma in pochi avrebbero scommesso sul fatto che, nel giro di soli quattro mesi di quello stesso 2006, i Nostri potessero rilasciare un secondo full length dalle altrettanto solide fondamenta rispetto al debutto, regalando un gioiello che merita una citazione tutt’altro che a piè di pagina, nelle post discografie. Se dunque le parole di Dave Mann citate in apertura forniscono una chiave di lettura teorica sostanzialmente esportabile all’intero movimento, ai Mouth of the Architect va attribuito il giusto merito per aver dimostrato sul campo come il processo di progressiva trasfigurazione della base sludge abbia portato alla nascita di un vero e proprio nuovo genere, accogliendo contributi in arrivo da tradizioni solo in apparenza inconciliabili con gli spigoli appuntiti e le abrasioni della tradizione core di più o meno diretta filiazione punk.

Ecco allora che questo The Ties That Blind assume i contorni di un vero e proprio “manifesto”, a cominciare dagli aspetti formali (la chilometricità degli album e delle singole tracce è un requisito pressoché irrinunciabile, per le band che aspirino a una collocazione nel cielo post metal), ma soprattutto in virtù di quell’inestricabile connubio di momenti di quiete e di tempesta che i padri Neurosis hanno seminalmente proposto a partire da Souls at Zero. Già in sede di recensione di Time and Withering, peraltro, avevamo sottolineato come la cifra artistica del quintetto ruotasse intorno alla capacità di coniugare un’eleganza raffinata e malinconica di fondo con improvvisi picchi di adrenalina in grado di condurre ad approdi muscolari spesso segnati dai tratti dello straniamento e in questi sessantasei minuti si sale su una sorta di giostra dalle traiettorie imprevedibili, attraversando atmosfere dalla densità in perenne mutamento.
L’attitudine melodica dei The Moody Blues (declinata in chiave vagamente prog) incontra davvero la lezione psichedelica di scuola floydiana e le cadenze sabbathiane, ma per avere un quadro completo non si può prescindere dal ruolo del comparto vocale, che anche stavolta impedisce qualsiasi deriva verso la contemplazione fine a se stessa insistendo su uno scream lancinante che apre squarci di inquietudine e acida visionarietà senza demolire del tutto la sostanziale armonia delle architetture (e marcando in questo una sostanziale differenza rispetto ai Cult of Luna, che con il cantato puntano a corroderle irrimediabilmente, le strutture dei brani). E’ in buona parte lo stesso processo che vediamo all’opera nei capolavori targati Isis, con l’aggiunta però di un consistente retrogusto psych che negli stessi anni vedrà i Minsk tra i suoi interpreti migliori e di qualche ammiccamento space che, sia pur in relativo arretramento rispetto al debut, non rinnega sullo sfondo l’ombra dei Rosetta. Il risultato è un album che, come il predecessore, non azzarda titaniche fughe in avanti ma piuttosto contribuisce a delineare i canoni di una “classicità post” validi ancora oggi per saggiare la personale disposizione verso un genere che spesso non conosce vie di mezzo tra devozioni granitiche e incurabili allergie.

Non servono troppi minuti all’opener Baobab per mettere alla prova l’ascoltatore, dato che, a dispetto di un avvio in pieno territorio doom, il vero cuore del brano pulsa in articolati meccanismi di stop and go (a conferire alla traccia quell’impianto “a stanze” tipico della tradizione prog) in cui ampie volute melodiche prima soppiantano e poi avvolgono il cantato qui eroicamente disperato di Jason Watkins. La partenza tutto sommato anonima della successiva No One Wished to Settle Here sembra preannunciare una tranquilla navigazione in acque quasi easy listening, ma, nella sua apparente semplicità, la traccia guadagna progressivamente in profondità disegnando cerchi ipnotici che alterano la percezione della realtà e stendono un tappeto di struggente malinconia, prima di un finale immerso in un’atmosfera magicamente rarefatta che rimanda al mondo incantato di stampo Alcest. Entrando in scena pressoché senza soluzione di continuità, Carry On sembra volersi addentrare ulteriormente in lande post rock sempre più eleganti ed eteree ma, a dimostrazione del fatto che con i Mouth of the Architect non esistono percorsi scontati o anche solo prevedibili, ecco che gli ultimi minuti del pezzo compiono un rapido viaggio a ritroso esaltando l’intreccio spigoloso delle ugole di Watkins e Gregory Lahm, nella circostanza alle prese addirittura con accenni di growl.
Il pendolo del dualismo melodia/dissonanze si rimette subito in moto con Harboring the Apparition, aperta da una splendida sequenza di arabeschi disegnati dalle sei corde in modalità atmospheric rock ma presto sbilanciata su frequenze disturbate ad esaltare la componente più esasperatamente allucinata dell’ispirazione. Fin qui, quattro tracce e quattro centri praticamente pieni, ma proprio quando sembrano esserci tutte le premesse per il colpo d’ala decisivo che lanci il platter nella dimensione-capolavoro, il motore della qualità sembra rallentare i suoi giri ed è indubbiamente un peccato, perché, se è pur vero che At Arms Length si avvia stendendo un promettente velo doom, l’avvento di un ospite d’onore del calibro di Brent Hinds non va oltre il perimetro del compitino ben confezionato, lasciando a fine corsa la sensazione del cammeo sfruttato solo parzialmente a dovere. La parentesi “di mestiere” si chiude però immediatamente già sulle prime note della conclusiva Wake Me When It’s Over, dove i Nostri riprendono dimora nel loro habitat naturale fatto di delicati equilibri tra diafane astrazioni space/ambient che lambiscono esiti shoegaze e acuminati passaggi ad impedire qualsivoglia abbandono consolatorio o contemplativo, in attesa stavolta di un grande finale in cui Dave Mann sale in cattedra evocando gli spiriti dei padri Neurosis… e la svolta cinematografica è servita.

L’eleganza del post rock che ingentilisce ruvidi contrafforti sludge e regala riflessi in chiaroscuro all’oscurità doom, una pozione psichedelica assunta senza eccessi, una base melodica perfettamente integrata in un flusso narrativo alla resa dei conti tutt’altro che linearmente rassicurante, The Ties That Blind è un album che sviluppa ulteriormente i già notevoli spunti offerti dal predecessore e avanza la sua più che autorevole candidatura al ruolo di vertice assoluto dell’intera carriera dei Mouth of the Architect. Da recuperare assolutamente, nel caso la polvere del tempo ne avesse fatto sbiadire il ricordo.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
82.4 su 5 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2006
Translation Loss Records
Post Metal
Tracklist
1. Baobab
2. No One Wished to Settle Here
3. Carry On
4. Harboring an Apparition
5. At Arms Length
6. Wake Me When It’s Over
Line Up
Jason Watkins (Voce, Tastiera)
Gregory Lahm (Voce, Chitarra)
Alex Vernon (Chitarra)
Brian Cook (Basso)
Dave Mann (Batteria)

Musicisti Ospiti
Brett Hinds (Voce in traccia 5)
 
RECENSIONI
81
 
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