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Diamond Head - The Coffin Train
28/06/2019
( 1499 letture )
Non sempre si riesce a raccogliere tutto ciò che si semina. È il caso dei Diamond Head, storico combo britannico a cui l’heavy metal più classico deve molto, ma senza che sia riuscito mai a dare il giusto riconoscimento. Attivi dal 1976, sotto la guida dell’inossidabile ascia di Brian Tatler, i Nostri sono sopravvissuti a un paio di scioglimenti e hanno avuto una carriera piuttosto travagliata, nonostante il talento traboccante manifestato nelle prime release, specialmente quel Lightning to the Nations che ormai è diventato un cult totale per gli appassionati. Sfortuna e scelte di marketing sbagliate hanno infatti poi tenuto lontana la Testa di Diamante dall’heavy metal di successo, ma ciò non nega in alcun modo l’influenza avuta su numerosi act e lo status di una delle band più significative della leggenda della NWOBHM. Arrivando però ai tempi più recenti, i Diamond Head ci avevano lasciato nel 2016 con l’album omonimo, un lavoro discreto che riprendeva le origini classiche della band, arrivato dopo un silenzio di ben nove anni e con l’ottimo innesto di Rasmus Bom Andersen alla voce. Tuttavia, a conti fatti, Diamond Head sembra che non sia servito ad altro che a scaldare i motori per il nuovo The Coffin Train, l’oggetto di questo scritto.

The Coffin Train è infatti sulla scia del precedente album, heavy metal britannico fino al midollo, ma con una marcia in più. Uno dei punti di forza che spicca immediatamente sono i suoni: taglienti e affilati ma al contempo essenziali e compatti, costituiscono la scelta perfetta per un album heavy metal che vuole mantenere la solidità del passato che viene tirata a lucido dalle possibilità offerte dal presente. Dieci tracce e cinquanta minuti, per un album di discreta varietà ma compatto, da spararsi in cuffia tutto d’un fiato senza cali qualitativi di sorta. Belly of the Beast è la classica opener, quella che colpisce in faccia senza pietà e del tipo che qualsiasi metalhead che ha vissuto gli eighties si aspetta. Riff serrati e sgangherati, voce da teppista di strada, sezione ritmica su di giri e quanto basta per garantire un’entrata d’impatto. Già da qui, come in praticamente tutto l’album, si nota non solo la (ovvia) preparazione di musicisti navigati, ma anche come ciascun strumento riesca a ritagliarsi la giusta evidenza, in equilibrio con gli altri. Nonostante un inizio che potrebbe apparire ingannevole, The Messenger si attesta su tempi medi e più cadenzati, diventando più massiccia, mentre con la titletrack, come ogni album che si rispetti vuole, si ha uno dei momenti migliori del lavoro: il riff arpeggiato è atipico per l’heavy metal, si parte con calma per poi arrivare in momenti che crescono d’intensità specialmente grazie alla voce di Andersen. Man mano che prosegue, il brano si potenzia, con un grande chorus e un grandissimo bridge, scanditi dall’essenzialità della batteria di Karl Wilcox, dalla semplicità dell’efficacissimo riff di Andy Abberley e da qualche orpello solista del sempreverde Tatler. Shades of Black porta come da titolo atmosfere più dark, ed è il luogo adatto per mettere in risalto il basso di Dean Ashton. The Sleeper continua su questo mood ma ci aggiunge una carica più drammatica, con alcune delle parti d’atmosfera di tutto The Coffin Train. Un brano davvero riuscito, ma che rischia di oscurarsi a causa del successivo. Dal titolo estremamente accattivante, Death by Design ammicca immediatamente con l’ascia di Tatler, prosegue poderosa nella strofa, s’alza con un refrain molto classico e vince sbaragliando tutti con quegli “ohohohohoh” che sono appositamente pensati per un’esperienza live adrenalinica. Il viaggio di questo treno tossico volge verso la fine ma c’è ancora tempo per qualche fermata: Serrated Love dà una mezza tregua con la sua anima più hard rock e vagamente ruffiana, mentre The Phoenix è sì un buon pezzo, ma non ha molto da offrire dopo tutto quello che abbiamo sentito fino a questo punto. Si chiude quindi con Until We Burn, che è anche uno dei momenti migliori del lavoro, una semiballad dall'atmosfera fredda e distaccata, che non vuole strafare ma che vuole garantire a The Coffin Train un finale sfumato e più intimo e crepuscolare.

L’avrete quindi capito, The Coffin Train è un lavoro riuscito, un “all killers no fillers”, con almeno tre brani di grande livello e i restanti perlomeno buoni. Una bella prova sotto ogni punti di vista, dal songwriting all'esecuzione, senza dimenticare una produzione veramente efficace, vero e proprio asso nella manica in più. Un lavoro che a livello di canzoni può anche affiancare i classici della band, senza naturalmente possedere un’oncia del loro valore storico, ma avere nel 2019 ancora album così è tanta roba. Fatelo vostro se amate le sonorità classiche, perché facilmente, a fine anno, quando farete le vostre classifiche di gradimento, sarà in top ten.
Insomma, per citare una celebre serie a fumetti giapponese, Diamond Is Unbreakable!.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
77.14 su 7 voti [ VOTA]
Margio
Lunedì 14 Ottobre 2019, 16.25.03
4
Apprezzatissima la citazione a JoJo.
Grezzo
Martedì 2 Luglio 2019, 17.16.11
3
Gran bel disco di puro heavy metal con melodie e ritmiche decisamente fresche e interessanti. Non ravvedo inoltre difetti di produzione, anch essa a mio avviso all'altezza. Voto 80.
David D.
Venerdì 28 Giugno 2019, 16.00.42
2
Mi era piaciuto decisamente di più il precedente, questo ha degli ottimi pezzi (sopratutto verso la parte centrale), ma penalizzati da una produzione veramente indecente. Sarebbe stato un 75, ma mi ripeto, per colpa della produzione dò 67.
Warrior63
Venerdì 28 Giugno 2019, 14.16.15
1
Davvero un ottimo album.. Grandi diamond head
INFORMAZIONI
2019
Silver Lining Records
Heavy
Tracklist
1. Belly of the Beast
2. The Messenger
3. The Coffin Train
4. Shades of Black
5. The Sleeper (Prelude)
6. The Sleeper
7. Death by Design
8. Serrated Love
9. The Phoenix
10. Until We Burn
Line Up
Rasmus Bom Andersen (Voce)
Brian Tatler (Chitarra, Cori)
Andy "Abbz" Abberley (Chitarra)
Eddie Moohan (Basso)
Karl Wilcox (Batteria)
 
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