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The Pineapple Thief - Someone Here Is Missing
05/07/2019
( 459 letture )
Qualcuno qui manca, non c’è più. Questo qualcuno è svanito e chi lo cerca ne ha lasciato testimonianza sulle centinaia di post-it che ormai intasano la casa. E questi foglietti adesivi colorati di giallo ora formano una persona, in scala 1:1. Forse costui è ancora vivo? Forse semplicemente ha deciso di scappare lontano? Questo a noi non è dato saperlo, quel che sappiamo è che la riproduzione di quest’uomo mancante, fuggitivo forse, è lì alla finestra, fermo immobile con le braccia conserte a fissare il mondo fuori al di là del vetro. Sul suo corpo tappezzato di scritte sono stati impressi i titoli delle canzoni che compongono questo disco e l’occhio, con un po’ di fatica, come fosse un gioco della settimana enigmistica, li trova piano piano cercandoli su questa forma antropomorfa, fino a scorgerli tutti e nove. Ricordate una copertina migliore di questa? A memoria forse solo una, ma credo che nemmeno attendendo un secolo si potrà superare la perfezione stilistica raggiunta da Dave McKean il giorno in cui ha partorito quel capolavoro di artwork che i Dream Theater hanno utilizzato per Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory, una copertina insuperabile per un album insuperabile. La sensazione surreale di ansia e inquietudine dalla quale veniamo pervasi con il disco tra le mani è il primo sentimento che proviamo e non lo dobbiamo separare dall’ascolto, perché la vista della copertina è il preludio alla prima traccia.

Una strana miscela di sintetizzatore e chitarra spalanca le porte del disco, in un genere che è difficile identificare, nel quale si spazia dall’indie all’alternative. D’altronde è proprio questo il riassunto estremo del suono dei Pineapple Thief, o almeno lo è stato fino al 2017, anno dell’approdo del funambolico Gavin Harrison, che ha inesorabilmente portato una ventata di progressive nella band britannica. Curioso come il batterista sia affascinato da band la cui sigla è "PT", lui che è divenuto celebre grazie alla sua quasi decennale militanza nei più celebri Porcupine Tree, veri e propri mostri sacri del prog inglese. La voce di Bruce Soord, membro fondatore e ideatore del progetto, è affine alla produzione brit pop di band come Oasis e Suede e calza con la melodia della graffiante Nothing At Best. Questo trauma misto all’inquietudine che avevamo cominciato a provare grazie alla copertina ora è più nitido in Wake Up The Dead: ”Non siamo più gli stessi, il tuo suicidio si è palesato alla mia porta”. La verità sulla copertina è svelata, i post-it formano la figura umana di un uomo suicida, il che rende ancora più oscuro il connotato del disco. Poi The State We’re In, scritto sulla spalla sinistra del protagonista, per arrivare a Preparation For Meltdown seconda traccia più lunga dell’album, più elettronica delle precedenti con un finale cupo e oscuro. Ciò che segue è una ballad acustica dolce e malinconica, in cui il frontman si occupa sia della voce che dell’accompagnamento con la chitarra: il testo esprime rimpianto e rammarico. Le parole sono tristi e sommesse, quasi strazianti nella loro pesante rassegnazione. Chi canta sa di non aver dato abbastanza amore e attenzioni alla persona scomparsa e ora piange le azioni inespresse. La consapevolezza di aver potuto salvare una vita se solo avesse agito in maniera migliore è ciò che sta distruggendo la voce narrante che ora “respira a malapena, a fatica”. Il format della ballad viene presto abbandonato con un ritorno a suoni più duri e graffianti con Show A Little Love il cui minuto conclusivo è un palcoscenico per la tecnica dei musicisti. Impossibile non apprezzare il breve assolo di Bruce Soord accompagnato dal synth di Steve Kitch. Questi suoni particolarmente elettronici esulano un po’ dallo stile del disco ma la miscela sembra funzionare, una gradita dose di sperimentazione. La title track, breve ma incisiva e carica di emozioni, contiene un ritornello che rimane subito in testa, viene ripreso il tema del rammarico e del rimpianto ma è ora di affrontare la dura e cruda realtà, è il momento di rialzarsi. I quattro minuti scarsi di Someone Here Is Missing filano talmente spediti che non è sufficiente sentirli una volta sola, ed è facile rimanere intrappolati in un loop di numerosi ascolti. 3000 Days è fatta di poche parole e tante parti strumentali, gli otto anni o poco più menzionati nel titolo sono probabilmente quelli che colui che canta e colui che ora non è più qui hanno trascorso insieme. Si chiude con So We Row e il riff che la caratterizza è ripetuto per tutta la durata della traccia, in una martellante ripetizione. La parte di chitarra è ricorrente tanto quanto lo sono le frasi nelle strofe, un ciclo di parole e note che si ripete incessantemente, come se dovesse entrare a forza nella nostra scatola cranica, come un trapano. Il risultato è che le parole entrano e le note della chitarra fanno altrettanto.

Someone Here Is Missing viene rilasciato all’incirca a metà della carriera dei Pineapple Thief e conferma quanto di buono la band inglese aveva prodotto fino a quel momento. Certo manca ancora qualcosa per compiere il salto di qualità e per dare una definitiva svolta verso il successo. Cosa che avverrà qualche anno più tardi con l’arrivo di Gavin Harrison e l’uscita di Dissolution. Il buon lavoro viene sempre ripagato e il quartetto capitanato da Bruce Soord si merita la buona accoglienza che sta ricevendo ora, con qualche anno di ritardo.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
entropy
Sabato 6 Luglio 2019, 15.29.51
1
Per me il meglio l.hanno proposto con gli album più recenti.
INFORMAZIONI
2010
Kscope
Alternative Rock
Tracklist
1. Nothing At Best
2. Wake Up The Dead
3. The State We’re In
4. Preparation For Meltdown
5. Barely Breathing
6. Show A Little Love
7. Someone Here Is Missing
8. 3000 Days
9. So We Row
Line Up
Bruce Soord (Voce, Chitarra)
Steve Kitch (Tastiere)
John Sykes (Basso)
Keith Harrison (Batteria)
 
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