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End of Green - Infinity
13/07/2019
( 224 letture )
Depressed Subcore. Con questa particolare definizione, i tedeschi End of Green riescono per una volta a dare una descrizione piuttosto centrata della musica proposta nel loro album di debutto, Infinity. Siamo nel 1996, anche se il disco viene registrato in una quindicina di giorni tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1995, ovverosia nello stesso anno di Irreligious dei Moonspell, Like Gods of the Sun dei My Dying Bride, October Rust dei Type O Negative, Velvet Darkness They Fear dei Theatre of Tragedy, Down dei Sentenced e di Eternity degli Anathema, poco dopo l’uscita di album simbolo come Draconian Times dei Paradise Lost e Mandylion dei The Gathering e poco prima di dischi come A Deeper Kind of Slumber e One Second, tanto per citarne alcuni. I quattro ragazzi di Stoccarda vengono messi sotto contratto dalla rampante Nuclear Blast, così come i connazionali Crematory che usciranno anche loro in quell’anno con il loro quarto album autointitolato, con una certa sorpresa, visto il genere non particolarmente affine a quello trattato dall’etichetta fino ad allora. Probabilmente, il desiderio di espandersi in un settore che proprio in quegli anni stava mostrando una grande vitalità, fu uno dei motivi che portarono gli End of Green sotto l’ala protettrice dell’etichetta che, da lì in avanti, sarebbe diventata una delle protagoniste assolute del panorama metal mondiale. In mezzo a tanti nomi ben più blasonati, quello dei tedeschi resta comunque un percorso originale e particolare, che ha saputo scavarsi una sua dignità artistica e un certo seguito che ha portato, a partire da Infinity, alla pubblicazione di nove album nell’arco di oltre vent’anni di carriera.

Curioso come il genere che la band dichiara, ponendolo già sulla costola del CD, anche il monicker vuole esprimere un sentimento malinconico e piuttosto depressivo, simbolizzando con la “fine del verde”, la fine della speranza stessa. Musicalmente parlando, Infinity è sicuramente un album ancora perfettibile, nel quale gli elementi messi in campo dalla band si rivelano non ancora padroneggiati e amalgamati al meglio, con qualche ridondanza di troppo e una certa uniformità di soluzioni. Altrettanto, se non ancora più evidenti, i limiti delle liriche che vanno a comporre un quadro essenzialmente legato al rifiuto della religione cristiana e alla delusione nei confronti della divinità, in un contesto di solitudine e infine di assenza appunto di speranza. Argomenti tutt’altro che originali già in partenza, che potrebbero trovare una loro giusta collocazione nel contesto della musica espressa in questi nove brani, non fosse proprio per una certa ingenuità autocompiacente. Dove invece gli End of Green danno il loro meglio, è proprio nella particolare commistione sonora tra doom classico ed evidenti derive gothic, che si esprimono soprattutto nei malinconici arpeggi, nei fitti dialoghi tra chitarre e basso e nel cantato di Michael Huber. Pulito ma al tempo stesso ruvido e grattato, vicino ad un baritono più che al basso di Peter Steele, capace di una espressività e di una partecipazione sincera e vivida che in molti casi fa la differenza, anche grazie ad una costante doppiatura delle curate linee melodiche, Huber riesce quasi sempre ad esaltare il lato più riflessivo e dolente della musica, aggiungendo carico emotivo e pathos. Non secondaria, anche se mai in primo piano, una certa vena alternative e appunto “core” che emerge qua e là, dando ulteriore spessore alla musica dei quattro. I brani lasciano praticamente sempre una forte impronta malinconica e fortemente debitrice del doom propriamente detto, in particolare nel riffing quasi mai serrato e anzi spesso arroccato su tempi cadenzati e dilatati, nei quali piuttosto sono appunto gli arpeggi di chitarra e basso a creare le atmosfere decadenti e ben rappresentate dalla copertina dell’album, che ha il pregio appunto di rendere il senso di un andamento lento, autunnale, disperato ma inesorabile al tempo stesso. Semmai colpisce la scelta delle immagini, foto crepuscolari di un mondo nel quale l’uomo è del tutto alieno e vince semmai una natura cupa e romantica, in netto contrasto con le liriche che esaltano invece proprio l’umanità e il suo dolore di fronte al vuoto dell’Eterno. Tornando all’aspetto musicale, si fanno comunque notare momenti di maggior dinamicità, a contrastare l’oppressione doom, con la batteria e il basso che non rinunciano a qualche accelerazione e all’uso della doppia cassa. L’alternanza di brani più cadenzati ed altri più dinamici è chiara fin dall’iniziale Left My Way nella quale predominano i toni scuri e un riffing potente ed incalzante che si concede aperture e intarsi tra basso e chitarra, sui quali la linea melodica efficace e penetrante del cantato ha facile presa sull’ascoltatore, proiettandolo nel mondo della band, a cui fa seguito una più ritmicamente aggressiva Away, quasi thrash nell’approccio, per poi rallentare clamorosamente nella parte centrale. Impossibile non far nota di Sleep che cita apertamente i Black Sabbath di A National Acrobat, mentre la titletrack riprende in salsa doom lo schema della power ballad, con un saliscendi emotivo non ancora perfettamente bilanciato e che forse indugia fin troppo nel rendere lo stato depressivo, ma comunque capace di lasciare il segno. I brani sono piuttosto omogenei a livello qualitativo e non si rilevano particolari cedimenti, dati semmai come anticipato da una certa uniformità di soluzioni, che non impedisce a tracce come You, particolarmente aggressiva e veloce per gli standard della band oppure ad un brano come Nice Day to Die, grazie al riff arpeggiato particolarmente riuscito e all’accelerazione finale, di emergere in mezzo agli altri.

Infinity è insomma un debutto acerbo, eppure dotato di un fascino molto particolare, dato dalla personalità già evidente degli End of Green, band che ha saputo trovare una propria strada all’interno di un genere che aveva già espresso i primi capolavori assoluti e che stava approdando al gothic propriamente detto. Non è un disco perfetto ed anzi mostra quasi orgogliosamente i propri limiti, dati da una formula se vogliamo già molto personale, ma ancora da sgrezzare, nella quale la vera forza è l’insieme e le singole soluzioni sparse qua e là, in assenza “del” o dei brani capaci di fare la differenza. Eppure, forse proprio perché opera prima e quindi comprensibilmente ancora ingenua, è difficile sottrarsi al suo ascolto, una volta entrati nel gioco di ombre della band, che alla fine induce ad ascolti continui e ripetuti, per svelare tutte le influenze e le molteplici sfumature di un sound che resta unico, anche se paragonato a quello di band affini e contemporanee come i Sentenced. Un disco che rispetto ad altri è rimasto forse fin troppo nascosto e che invece merita assolutamente di essere riscoperto, col suo rapimento primordiale e le sue atmosfere decadenti, cariche di penombre e di stagnanti immensità.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
1996
Nuclear Blast / EastWest
Gothic / Doom
Tracklist
1. Left My Way
2. Away
3. Seasons of Black
4. Infinity
5. Tomorrow Not Today
6. Sleep
7. You
8. Nice Day to Die
9. No More Pleasure
Line Up
Michael Huber (Voce, Chitarra)
Oliver Merkle (Chitarra)
Rainer Hampel (Basso)
Matthias Siffermann (Batteria)
 
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