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Engine Driven Cultivators - Insert Coin
15/07/2019
( 363 letture )
A quasi sette anni dall’inizio della scrittura dei brani, viene finalmente alla luce Insert Coin, il quarto album dei Romani Engine Driven Cultivators. La band ha subito rallentamenti e momenti di pausa a più riprese, dovuti a problemi familiari, che hanno enormemente ritardato il processo di scrittura. Stando alla nota stampa, questo tempo ha loro permesso di cesellare il contenuto dell’album, il primo ad uscire per un’etichetta, la Punishment 18. Dal punto di vista stilistico tuttavia, Insert Coin non si discosta per nulla dall’ultimo Back from the Drainpipe, uscito nel 2011. Gli EDC suonano un thrash metal acido e veloce, fossilizzato negli anni Ottanta, imbastardito da forti influenze punk hardcore, alla maniera dei vari S.O.D., M.O.D. e Municipal Waste.

Rispetto agli scorsi capitoli, Insert Coin si presenta più compatto ed efficace, grazie anche alla produzione scarna e tagliente, ed un tantino più tecnico. I ragazzi di Roma hanno evidentemente un debole per la velocità, la stragrande maggioranza dei brani mantiene infatti la barra dei bpm molto alta. L’iniziale Thrones of the Slapsticks aggredisce l’ascoltatore in piena faccia con un riff contorto sparato a mille, sostenuto da una batteria martellante. Un buon inizio, molto ortodosso, dove si notano tutti gli ingredienti del genere. Riff zanzarosi e aggressivi, assolacci veementi e rumorosi, le canoniche gang vocals nei ritornelli. Lascia invece un po’ desiderare la voce di Alessandro Giorgi, invero un tantino insipida, che è per di più sommersa dalla strumentale, tanto da risultare quasi comprimaria. Insert Coin ripropone fedelmente la ricetta del thrashcore al fulmicotone in maniera pressoché invariata, come dimostrano le successive B.O.P.E., Red Striped Police, Stop that Gorilla o Toxic Protocol. Più raramente, gli EDC rallentano il ritmo. Ne sono esempio Eschaton e Purge the Greed of Fear, due brani squadrati e potenti, ma decisamente meno efficaci degli altri.

Salvo per queste due “eccezioni”, l’album non concede nulla alla varietà. Il lavoro non manca certo di coerenza, ma rischia di rendere i vari brani poco distinguibili e, alla lunga, interscambiabili. Quello che però (ancora) manca agli Engine Driven Cultivators del 2019, è un marchio di fabbrica, qualcosa che renda il loro suono personale e riconoscibile. I brani di Insert Coin sono ben confezionati, tanto da segnare un passo avanti rispetto al passato. L’album contiene un paio di episodi riusciti, e picchia davvero duro dall’inizio alla fine. Si tratta insomma di una musica energica, muscolosa, perfetta per scatenare l’inferno sotto un palco, ma che non si distingue abbastanza dai propri nomi tutelari. Chi si nutre a pane e crossover thrash non mancherà di apprezzare, ma non abbiamo la certezza che questo basti per stimolare il passo successivo, e spingere l’ascoltatore a inserire la monetina.



VOTO RECENSORE
60
VOTO LETTORI
34.66 su 3 voti [ VOTA]
d.r.i.
Mercoledì 17 Luglio 2019, 10.20.07
1
Disco piattino e monotono, la voce davvero fuori luogo. 60 ci sta solo per uno stimolo a migliorare non certo per il valore dell'uscita stessa.
INFORMAZIONI
2019
Punishment 18 Records
Thrash Core
Tracklist
1. Throne of the Slapsticks
2. B.O.P.E.
3. Eschaton
4. Red Striped Police
5. Purge the Greed of Fear
6. Stop that Gorilla
7. Dual Strike
8. Toxic Protocol
9. Leap Out
10. Skids and Brew
Line Up
Alessandro Giorgi (Voce)
Daniele Ricci (Chitarra)
Adriano Angeli (Chitarra)
Mattia Tibuzzi (Basso)
Jacopo Bassi (Batteria)
 
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