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Love - Da Capo
21/07/2019
( 530 letture )
Los Angeles, 1966. L’LSD è ancora legale negli Stati Uniti, la British Invasion è nel pieno della sua esplosione, Bob Dylan ha lanciato la sua “svolta elettrica”, i Beach Boys pubblicano Pet Sounds, la West Coast si appresta a consacrare i propri campioni, dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead, passando per Byrds, Buffalo Springfield, Spirit e Quicksilver Messenger Service, mentre Janis Joplin e The Doors, assieme a Santana, stavano per scolpire definitivamente l’importanza primaria della California nello scacchiere mondiale del Rock. Tutto qua? No, c’è spazio almeno per una band che oggi risulta pressocché sconosciuta e che all’epoca invece aveva tutte le carte in regola per alzare il proprio vessillo molto in alto e lanciare nello stardom mondiale il nome del proprio leader, Arthur Lee, cantante, polistrumentista e compositore d’eccellenza. Parliamo naturalmente dei Love, che in quel fatidico anno pubblicheranno il loro secondo album, Da Capo, portando ancora più avanti quanto già espresso nel debutto e toccando anzi nuove punte di grandezza, tali da far girare la testa a band che hanno ottenuto ben più riscontro di loro. E’ un ritornello questo che si sente spesso, quasi sempre affidato a dischi inascoltabili, ma ritenuti imprescindibili dall’intellighenzia, che ne decreta lo status di capolavoro, in nome di una libertà artistica che spesso fa rima con totale astrusità e assenza di qualunque spessore musicale. Non è questo il caso dei Love e non è sicuramente il caso di Da Capo.

Registrato dopo appena sei mesi dalla pubblicazione del debutto, Da Capo vede una piccola rivoluzione nella band, col passaggio di Alban "Snoopy" Pfisterer dalla batteria all’organo e harpsicord e l’arrivo di Michael Stuart già durante le registrazioni del singolo 7 and 7 Is e Tjay Cantrelli ad allargare una line up che testimonia la volontà di Lee di compiere un salto in avanti. Che il leader volesse espandere ulteriormente le influenze del gruppo, dalla commistione tra musica psichedelica e folk rock con influenze blues e country, introducendo ulteriori elementi, diventa evidente fin dalla superficiale osservazione della composizione dell’album stesso, con la seconda facciata occupata interamente da una lunga unica suite, Revelation, della durata di quasi diciannove minuti. Un vero e proprio tour de force che altri artisti stavano mettendo su nastro, proprio in quello stesso anno. Ma anche questo non dice tutto su Da Capo, nel quale Lee trova modo di dare sfogo anche al proprio amore per Burt Bacharach, introducendo di fatto il baroque pop in brani come Orange Skies scritta però da Bryan McLean e soprattutto ¡Que Vida!, due veri e propri gioiellini compositivi, con arrangiamenti ricercatissimi e melodie suadenti sussurrate da Lee, che contrastano con la ruvidissima opener Stephanie Knows Who, piccolo capolavoro di psichedelia rock con un grandioso break centrale quasi jazzistico e un accompagnamento di clavicembalo che si insinua tra le impennate rock del brano. A proposito di impennate, impossibile non citare la grandiosa 7 and 7 Is, brano tra i più famosi della band e anticipatore di tanto garage rock proto-punk, che svetta furibonda in mezzo alle altre tracce. Due minuti di furia indimenticabili. Poi basta ascoltare The Castle, capolavoro nel capolavoro, col suo accompagnamento di chitarra acustica rotta dalla schizofrenia della sezione ritmica e il finale flamenco, per capire da chi tanti hanno saccheggiato le idee, proprio a partire dai compagni di etichetta The Doors. Chiude la prima facciata She Comes in Colors, altro gran pezzo di bravura, con il flauto a riempire l’arrangiamento assieme al perfetto riff di clavicembalo, di un brano che potrebbe quasi essere una ballata, non fosse sempre per la roboante sezione ritmica di Ken Forssi e Michael Stuart. Se ascoltandola vi ritroverete a cantare il ritornello di Beautiful Stranger di Madonna, saprete chi le ha ispirato il giro. Arriviamo così a Revelation, canzone che prende le mosse dalla Partita N. 1 BWV 825 di Johann Sebastian Bach e prosegue poi con una rivisitazione di Smokestack Lightning di Howlin’ Wolf in quella che da lì in avanti diventa in pratica una lunga jam session nella quale viene centrifugata anche Goin’ Home dei Rolling Stones e che serve anzitutto per dare libero sfogo ai musicisti, come testimoniato dallo stesso Lee. A dirla tutta, Lee dirà che furono i Rolling Stones a sentire i Love suonare quel pezzo dal vivo proprio durante l’esecuzione di una versione primordiale di Revelation, rubando loro l’idea. Leggenda metropolitana o meno, è chiaro che con i suoi diciannove minuti di assoli e improvvisazioni, compreso naturalmente l’assolo di batteria, Revelation è il classico brano che potrebbe aver influenzato davvero chiunque negli anni a venire.

Da Capo è un album che va anzitutto considerato nel contesto nel quale fu composto e suonato. Un contesto di febbrile scoperta e innovazione, nel quale in un album si potevano far convivere tra loro le influenze più disparate, centrifugate assieme nel tentativo di creare qualcosa di nuovo, di spingere oltre le barriere del suono e dell’espressione artistica e musicale. Il tutto, creando delle canzoni che fossero anche belle di per sé, a prescindere da ogni considerazione storica e da ogni inquadramento critico. Sembra facile, ma non lo era neanche allora e se oggi le barriere di genere sembrano invece invalicabili e perfino ben protette da un pubblico sempre più settorializzato e sempre meno avvezzo all’esplorazione e alla contaminazione, ecco allora che un album come Da Capo e una band come i Love meritano un ringraziamento eterno e una riscoperta. Perché la verità è che anche in quegli anni, che pure diremo effervescenti e carichi di curiosità e coraggio di sperimentare, questo disco fallì clamorosamente l’appuntamento col mercato, che invece premiò altri artisti e altre band, relegando i Love in un cantuccio, con Lee che decise a quel punto di portare il gruppo "in ritiro" per dare alla luce quello che viene riconosciuto come il capolavoro assoluto della band, il terzo album, Forever Changes. Si sa che l’Arte vuole i suoi sacrifici e il talento di Arthur Lee e soci lo è stato davvero, considerando che se quello che si sente in Da Capo appare oggi tutto sommato "conosciuto", è perché quasi tutti i "venuti dopo" hanno preso da qui ispirazione e modello per costruire poi la loro Arte e la loro maniera in ambito rock, qualcuno anche rendendo il giusto tributo a questa grande e dimenticata band.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
39.55 su 9 voti [ VOTA]
DEEP BLUE
Mercoledì 7 Agosto 2019, 13.09.21
9
Un 90 si poteva anche mettere
Area
Mercoledì 24 Luglio 2019, 13.09.47
8
@Obscure, Non direi! Da Capo e Forever Changes sono due ascolti molto importanti se si vuole conoscere il filone della Summer of love.
ObscureSolstice
Mercoledì 24 Luglio 2019, 12.56.50
7
Uhm...forse @post-galilee, al tuo commento @1 è un pó esagerato che sia un passaggio obbligatorio questo
Area
Martedì 23 Luglio 2019, 12.39.00
6
@Galilee, beh a fine 60 era roba che piaceva agli Hippie o comunque chi era vicino o affascinato da quel mondo giovanile. Oggi sicuramente chi conosce i Love é perché si é interessato al fenomeno "Psichedelia". Sono andato a vedere la discografia nel dettaglio nell'enciclopedia e non risultano certificazioni importanti per nessuno dei loro album, a differenza appunto di un Sgt Pepper o del primo dei Doors che sono album multiplatino.
Galilee
Lunedì 22 Luglio 2019, 17.04.01
5
Chi conosce i Love non è un ascoltatore casuale. Oggi come oggi. Almeno secondo me. Non so che successo possa aver avuto FC. Conosco vagamete la biografia di Arthur Lee ma tutto lì.
Area
Lunedì 22 Luglio 2019, 15.06.58
4
@Galilee, A me piace tantissimo infatti quel disco, diciamo che Forever changes é un po come il primo dei Doors o Sgt Pepper (pur non avendo avuto il loro successo commerciale), trascende la psichedelia dopo 50 anni... molta gente probabilmente lo ama e della summer of love non ha mai saputo nulla.
Galilee
Lunedì 22 Luglio 2019, 13.32.15
3
Per me Forever chancges è di altra fattura. Appunto il disco trascende la cultura psichedelica, si sposta oltre, entrando nel piccolo mondo dei dischi che stanno fuori dal tempo. Perché hanno una personalità tale da isolarsi dal periodo storico al quale appartengono e splendere di luce propria in eterno. Forever chances è così. Difatti è considerato il loro.... Master of Puppets? Dark Side of The Moon? Per capirci. Anyway tutti da avere a prescindere.
Area
Lunedì 22 Luglio 2019, 12.23.35
2
Il mio disco preferito dei Love! Autentici protagonisti della West Coast Psichedelica della California del Sud con i Doors e gli Strawberry Alarm Clock. @Galilee, Io personalmente preferisco questo a Forever Changes (che é un capolavoro magnifico) e il motivo di ciò é una singola canzone ovvero "She come's in colors", qui c'é tutto quel suono fantasioso della Summer of love.
Galilee
Lunedì 22 Luglio 2019, 12.05.27
1
Arthur Lee è un genio assoluto. Punto. E questo disco è una bomba. Certo Forever chances è uno dei 10 dischi più belli della storia del rock, difficile replicare... Si fa per dire ovviamente, ma ci starebbe tranquillamente. In poche parole i Love sono una tappa obbligatoria del vostro pellegrinaggio musicale.
INFORMAZIONI
1966
Elektra Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Stephanie Knows Who
2. Orange Skies
3. ¡Que Vida!
4. 7 and 7 Is
5. The Castle
6. She Comes in Colors
7. Revelation
Line Up
Arthur Lee (Voce, Armonica, Chitarra, Batteria, Percussioni)
Johnny Echols (Chitarra)
Bryan MacLean (Chitarra, Voce)
Alban "Snoopy" Pfisterer (Organo, Fisarmonica)
Tjay Cantrelli (Sassofono, Flauto, Percussioni)
Ken Forssi (Basso)
Michael Stuart (Batteria, Percussioni)
 
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