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Uzeda - Quocumque Jeceris Stabit
24/07/2019
( 473 letture )
... E finalmente arrivò il giorno, cosicché tutta l'attenzione riservata a qualunque altro disco in uscita svanì senza possibilità di scampo. Avevo solamente dodici anni il giorno in cui uscì Stella, di conseguenza riscoprii quella gemma grezza qualche anno dopo, quando di anni ne avevo diciannove. Il motivo? Cercando tra gli album usciti nel mio anno di nascita avevo scoperto un dischetto che avevo perlopiù sempre ignorato, dal momento che i miei gusti musicali erano stati fino a quel momento rivolti altrove, ma che era destinato ad aprire uno squarcio indelebile nel mio cuore di ascoltatore - e chitarrista - che perdura tuttora: The Peel Sessions è un disco che non ha bisogno di presentazioni, chiunque sa che gli Uzeda sono stati l'unico gruppo italiano ad essere stati invitati per ben due volte nei leggendari studi di John Peel nella BBC di Londra e ad aver pubblicato un disco contenente quelle stesse sessions. Ma quei brani mi hanno aperto un mondo che era stato solamente sfiorato dall'amore incondizionato che iniziavo a provare per gruppi come Sonic Youth, Unsane e Shellac, così come i meno conosciuti Distorted Pony. Da lì a scoprire tutta la discografia dei siciliani è stato un attimo, coronato dall'ascolto di un album in particolare: 4, un pugno di canzoni che sono radicalmente aggrappate alla mia anima.

Ma veniamo ad oggi, Anno Domini 2019. Gli Uzeda non sono mai stati un gruppo blasonato, né ostentato da chi vanta una certa conoscenza in campo noise rock, ma hanno sempre costituito da soli un'eccezione, un'alternativa ad un genere musicale che ha sempre avuto dei confini abbastanza netti - paradossalmente forse - e perciò frange di ascoltatori parecchio selettive. Però in tutto questo il quartetto proveniente da Catania non ha mai smesso di produrre e comporre musica, sfruttando anche il progetto parallelo Bellini tra le altre proposte, arrivando lo scorso anno a festeggiare il traguardo dei trent'anni di attività. La grande festa che i nostri hanno celebrato proprio a casa loro ha visto coinvolti nomi del calibro di Shellac (non serve ribadire quanto sia saldo il legame tra gli Uzeda e Steve Albini, ma ne parleremo meglio dopo) e June Of 44 ed ha portato l'attenzione di ascoltatori di tutti i tipi a concentrarsi per un momento sull'esistenza di una realtà artistica così peculiare e solida. Il compleanno della band ha dunque avuto il grande pregio di creare una buona dose di hype intorno a quella che sarebbe stata annunciata di lì a poco come nuova fatica discografica: Quocumque Jeceris Stabit. Il titolo in latino spira italianità da tutti i pori e si serve letteralmente del motto dell'Isola di Man, questo poiché la stessa isola ha in comune con la Sicilia la particolarità del proprio antico emblema: un triscele - noto simbolo celtico - dalle fortissime affinità con quello utilizzato nell'emblema siciliano. Le due isole hanno poi il naturale legame identitario di essere circondate dal mare; proprio il mare è il comune denominatore tra l'identità degli Uzeda e la loro musica e mai come in questa opera riesce a farsi percepire in tutta la propria maestosità ed essenza.

Ovunque tu lo lanci resisterà: questo il significato del titolo del album, che rimanda subito a concetti arcaici e scolpiti nel tempo, grezzi e spigolosi, ma saggi e delicati, proprio come la musica contenuta tra i solchi del disco, la cui forza evocativa emerge tra le onde piano piano, rivelando nuovi particolari ad ogni ascolto. Ironico parlare di sensazioni simili, quando si è di fronte a canzoni che fanno dell'essenzialità più asciutta e concreta il proprio vessillo. Ma è proprio così. Gli otto brani che compongono Quocumque Jeceris Stabit sono nati in un momento ben preciso, ovvero durante una specialissima masterclass che Steve Albini in persona - che collabora con gli Uzeda e registra i loro dischi fin dal lontano 1994 - ha tenuto nei Sotto Il Mare Recording Studios di Povegliano (TV) lo scorso gennaio, di fronte ad una nutrita pletora di appassionati adoranti che hanno assistito alle registrazioni in presa diretta degli stessi Uzeda, usati quindi a mo' di cavia da Albini per mostrare al pubblico i propri segreti di produttore (ma voi non chiamatelo mai così, mi raccomando), che poi in realtà non sono molti, anzi. Ciò che è cambiato in modo significativo per il gruppo è la scelta di non pubblicare il disco con Touch & Go Records, ma con la sempre americana Temporary Residence Limited, che vanta nel proprio roster artisti del calibro di William Basinski, Mono ed Explosions In The Sky. Già leggendo questi nomi si potrebbe avere una prima indicazione del fatto che qualcosa, a livello musicale, per gli Uzeda sia variato. Aggiungiamoci poi il fatto che il disco, in fase promozionale, sia sempre stato accompagnato da due particolari tag: #postpunk ed #alternativerock. Ma la questione è un po' più sottile. Quello a cui ci troviamo di fronte infatti, appena parte in medias res Soap, è un brano breve, guidato dal basso gigantesco di Raffaele Gulisano e dalla voce sempre più stralunata di Giovanna Cacciola, che si muove su registri ora morbidi ed accoglienti, ora più taglienti e duri. Il sound generale però è decisamente meno spigoloso di quello del precedente disco Stella, anzi potremmo dire che in certi frangenti è assolutamente rotondo ed arioso, caratteristiche che mai mi sarei aspettato di affibbiare ad una produzione targata Steve Albini, rinomato per donare a tutti i dischi da lui registrati un tocco sicuramente più "metallico" e serrato per quel che riguarda i suoni. Questo aspetto "inedito" si percepisce in modo chiaro e netto ascoltando la chitarra di Agostino Tilotta, che scivola sinuosa tra accordi che potrebbero benissimo essere definiti post punk, senza mai essere eccessivamente distorta, ma senza neanche rinunciare alle sue famose asperità a livello di riff, solamente con un suono globale più aperto e tondo. L'impatto è quindi un po' straniante ad essere sinceri, specialmente per chi aspettava nuova musica da tredici anni, ma stiamo comunque parlando solamente del primo brano dell'album, proseguendo l'ascolto tutto diverrà molto più chiaro.
Tutto quello che segue infatti è un vero e proprio concentrato di trent’anni di sound che guarda alla totalità della produzione della band siciliana, con un occhio di riguardo per quegli Anni '90 che portarono i quattro ragazzi a comporre dischi acerbi per qualcuno, ma già ricolmi di debordante personalità, come Out Of Colours (1991) e Waters (1993). Meno noise quindi - almeno all'apparenza - e più alternative rock, declinato secondo le vie del post punk e della new wave, le stesse influenze alla base del suono degli Uzeda in quei primi anni di attività, dove la vena melodica del gruppo era ancora preponderante e fondamentale all'interno dei singoli brani. Brani, quelli di oggi come quelli di allora, che portano con sé un carattere realmente ed autenticamente alternativo, che riesce incredibilmente a non suonare stantio né provinciale, come la maggior parte dei dischi che decidono di percorrere queste strade ormai già troppo battute, e questa è una prerogativa dei grandi, tra cui gli Uzeda possono senza vergogna figurare. La batteria di Davide Oliveri suona in un modo che al giorno d'oggi è totalmente anticonvenzionale in una produzione rock, col suo rullante sfondato e i piatti che rimangono perennemente sullo sfondo, macinando marcette e stacchi tribali che ipnotizzano e stordiscono, come in Speaker's Corner, mentre la IsotonaG di Tilotta - chitarra in alluminio prodotta in esclusiva per il chitarrista siciliano da Electrical Guitar Company - disegna arabeschi arzigogolati, ma splendidamente efficaci, che donano un'aura sognante e dal vago retrogusto shoegaze, soprattutto in episodi come Mistakes, dove la ciliegina sulla torta è rappresentata dal ruggito gutturale della Cacciola, che sul finale si supera per grinta e rabbia. Nel mezzo c'è tutto quello che abbiamo sempre amato degli Uzeda: il noise rock viscerale e spinoso, capace di fare male quando vuole, ma cosciente anche della propria attualità e del fatto di sapersi adattare alle esigenze e ai gusti di una band che non è per forza di cose la stessa di trent'anni fa. Ascoltare il blues infernale di Blind per credere. E poi la liricità affatto particolare di Giovanna, che regala una performance assoluta e capace di reggere da sola le sorti del disco intero, con picchi incredibili di dualismo rabbia/dolcezza raggiunti in prossimità di un pezzo come Red, che si candida come momento più ambizioso dell'album. Quando si arriva all'ultima The Preacher's Tale allora il cerchio si può dire definitivamente chiuso, poiché tutte le anime della band si incontrano in un baricentro ideale che mischia un basso pulsante (bellissimi i suoni di Gulisano durante tutto l'album) e una chitarra finalmente più acida ed asciutta che si muove all'unisono con un lavoro di batteria isterico e carico di pathos. La voce della Cacciola chiude il brano con una performance più defilata, ma sempre incisiva.

Tirare le somme di un album come Quocumque Jeceris Stabit non è un'impresa facile, poiché si rischierebbe di scadere da una parte dal lato dei fan coi paraocchi e dall'altra però il rischio potrebbe essere quello di bocciare un lavoro così sfacciatamente ispirato dal passato. Ma come già detto prima, la capacità più grande degli Uzeda nel 2019 è quella di riuscire a scrivere brani attuali utilizzando ingredienti essenziali e semplicissimi, una formula forse difficile da comprendere solamente leggendola, ma molto più facile da assimilare ascoltando i pezzi del disco. Nessuno potrebbe sostenere che i siciliani oggi suonino come i Jesus Lizard o gli Shellac, ma nemmeno come i Don Caballero o gli Unwound; questo perché, come hanno sempre sostenuto gli stessi membri del gruppo, il suono degli Uzeda è sempre stato ispirato e mutuato da quelle stesse terre che hanno dato i natali alle prime note della band. La Sicilia del 2019 non è quella dell'87 e di conseguenza le stesse onde del mare che si sono mosse per anni in modo indelebile ed impetuoso, oggi conducono la loro esistenza con lo stesso attrito e la stessa forza, ma con un colore ed un sapore diverso. Questo è Quocumque Jeceris Stabit, un album che profuma di increspature marine e che si muove incontrastato contro le maree della vita quotidiana, condividendone gioie e dolori. E suonando maledettamente e tragicamente moderno.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
75.14 su 7 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Temporary Residence Limited
Alternative Rock
Tracklist
1. Soap
2. Deep Blue Sea
4. Mistakes
5. Nothing But The Stars
6. Red
7. Blind
8. The Preacher's Tale
Line Up
Giovanna Cacciola (Voce)
Agostino Tilotta (Chitarra)
Raffaele Gulisano (Basso)
Davide Olivero (Batteria)
 
RECENSIONI
80
 
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