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Thenighttimeproject - Pale Season
31/07/2019
( 410 letture )
Il quartetto svedese dei Thenighttimeproject non ha bisogno di presentazione alcuna. I fratelli Fredrik e Mattias Norrman, rispettivamente chitarra e basso, sono un vivido ricordo di ben quindici anni in casa Katatonia; Alexander Backlund, microfono e chitarra, insieme alle pelli di Jonas Sköld invece spiccano per le loro produzioni con Nuclear Blast Records nei Letters From the Colony.

Dopo il discreto album di debutto, che prende il nome dalla band, eccoli in estate sfornare un difficile disco, con cui dover dare una spinta propulsiva maggiore rispetto al lavoro precedente, capace di convincere sia critica che pubblico ed evitando di accontentare le acuminate lingue dei detrattori che furono. Pale Season si pone inoltre uno specifico compito e obiettivo, trasformare in musica dei veri e propri frammenti di memoria di quegli anni vuoti e privi di anima della vita di un uomo. La vivacità e le emozioni forti sono dunque scongiurate per fare spazio a quell’apatico e nauseante ponte tra le sensazioni antipodali che consideriamo estremi e che spesso ci lacerano: qui a lacerarci è il torpore.

L’iniziale Hound rende bene l’atmosfera tristemente malinconica di Pale Season, il suo arpeggio cupo, la sua lentezza e la ripetizione mortuaria della frase “It’s never ending” creano un avvio coerente e piacevole. Il lavoro al microfono di Alexander migliora con la successiva Rotting Eden in cui l’energia vocale viene supportata da un riff ben cadenzato e da un assolo tutto sommato discreto. La totalità del sound è tuttavia lenta e pesante, si respira un’aria malsana che risulta sì coerente con le intenzioni del concept, ma priva di mordente. Il problema si protrae infatti con Binary in cui ci sono spunti ritmici ispirati ma ancora una volta bisognosi di particolare coinvolgimento emotivo per convincere realmente e lasciare attoniti. Nulla che pregiudichi comunque delle buone idee compositive ma che in non poche occasioni farà rimpiangere qualche sana dose di energia. Final Light risolve in parte il problema citato, aggiungendo un riff e un groove decisamente convincenti in cui anche la tecnica sembra spingere leggermente sull’acceleratore e donando al brano un quid prima assente a degli ascolti più attenti. È però Embers a incarnare maggiormente la coerenza tra sound e intenzioni, mantenendo inoltre tutti quegli elementi emotivi e strumentali capaci di invogliare l’ascoltatore a premere play. Il guitarwork esalta, diventa possente e asfissiante, riuscendo a distruggere tutto ciò che gli si pone davanti senza sfuriate di sorta ma con schietto nichilismo acustico. La sesta traccia -la title track- ricade in un’eccessiva lentezza, in cui le linee vocali sanno però valorizzare il timbro di Backlund. Il songwriting sembra intraprendere una strada contraddittoria con quanto ascoltato sino ad ora, spingendo in più di un’occasione su toni catartici in cui si rintracciano quasi messaggi di silente speranza in questo quadro di apatia irreversibile. Il lavoro in studio è ben ponderato e rende la sezione strumentale alienata, distante dal mondo dell’ascoltatore. Le ispirazioni di band come Porcupine Tree, Anathema, Opeth e ovviamente Katatonia, si fanno più forti e ben combaciano con quelle di sonorità criptiche e rinnovate delle prog band più recenti come i The Contortionist. Anti Meridian, insieme alla conclusiva Meridian, forma invece un’accoppiata di quasi dieci minuti decisamente ispirati e piacevoli, in cui la calma e la cupezza degli arpeggi danzano con brevi sezioni di elettronica. Gli intrecci batteristici ben intonano la desolazione che troverà l’apice proprio nei circa tre minuti di Meridian, in cui la perdizione ci accompagna in un vagabondaggio esente da ogni speranza accesa con la title track sopra menzionata. Signals in the Sky è invece un pezzo controverso, piacevolmente guarnito dalle vocalità di Heike Langhans dei Draconian e i rimandi di chiara ispirazione doom metal, rendendola una canzone decisamente atmosferica e per certi versi unica, di cui si potrebbe amare ogni singolo istante o considerarla fin troppo ridondante per le orecchie di tutti coloro amassero brani più pittoreschi.

Pale Season è dunque qualitativamente molto simile al precedente album, un disco che nel bene e nel male non delude ma non sorprende e che rimanda a un terzo eventuale lavoro il compito di confermare o meno la qualità compositiva del quartetto. Il concept risulta ispirato e molto coerente con le canzoni del lotto, le cui atmosfere sono claustrofobiche e ben pensate. Il punto carente è forse una sezione strumentale a tratti pesante, poco ispirata e non sempre adatta alle orecchie più esigenti. Chi saprà farsi prendere dai binari costruiti da questo album saprà sicuramente apprezzarlo, chi invece si troverà in un leggero distacco emotivo sarà facilmente annoiato dai giri downtempo dei Thenighttimeproject. Un album confezionato con intelligenza, ma sicuramente per pochi, in cui la “pale season” potrebbe risultare fin troppo tangibile.



VOTO RECENSORE
66
VOTO LETTORI
30 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Debemur Morti Productions
Prog Rock
Tracklist
1. Hound
2. Rotting Eden
3. Binary
4. Final Light
5. Embers
6. Pale Season
7. Anti Meridian
8. Signals In The Sky
9. Meridian
Line Up
Alexander Backlund (Voce, Chitarra)
Fredrik Norrman (Chitarra)
Mattias Norrman (Basso)
Jonas Sköld (Batteria)
 
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