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Captain Beyond - Captain Beyond
03/08/2019
( 398 letture )
Uno dei gioielli meglio custoditi dell’intera epopea del Rock. Per i Captain Beyond questo titolo non è certo stato foriero di grande soddisfazione, ma con i Se e con i Ma non si fa la Storia e quella, loro malgrado, ha ormai decretato che la band non dovesse mai raccogliere i meriti reali per la propria musica. Siamo insomma nel più classico dei casi degli Almost Famous, gruppi che avrebbero avuto il potenziale per fare il botto grosso e che invece sono rimasti in disparte. Nel loro caso, diremmo persi in qualche buco nero o abbandonati alla deriva in un enorme cargo spaziale senza più propulsione autonoma. Triste dirlo, perché questo supergruppo dalle grandi aspettative, che darà vita a tre album da studio (seppure con formazioni leggermente diverse da album ad album), resta a tutti gli effetti una delle più splendenti supernove o meteore del panorama hard rock mondiale. I Captain Beyond nascono di fatto dalla fine di un’altra grande quanto tutto sommato sfortunata band, gli Iron Butterfly: Rhino e Dorman sono infatti assieme nella formazione che darà alle stampe Metamorphosis per poi sciogliersi. Decisi a proseguire assieme, i due troveranno presto sostegno nel famoso session man Bobby Caldwell (Johnny Winter, Rick Derringer, John Lennon, Eric Clapton e co-fondatore anche degli altrettanto leggendari Armageddon), il quale ha in realtà le idee già piuttosto chiare su quello che intende creare. A questo nucleo si unisce l’ex cantante dei Deep Purple Mark I, Rod Evans, il quale si trasferisce negli States per seguire il nuovo progetto. Inizialmente nella line up è compreso anche un tastierista, Lewie Gold, il quale però lascerà il gruppo prima delle registrazioni del debutto. Incredibilmente, ci vorrà del tempo perché i quattro trovino un contratto e quel contratto arriverà solo per mediazione del leggendario Duane Allman della Allman Brothers Band, alla cui memoria peraltro il debutto è dedicato. Su quello che sarà il rapporto tra la band e la Capricorn, rimandiamo all’articolo a loro dedicato. I fatti dicono che a luglio del 1972, Captain Beyond verrà pubblicato, con una costosa copertina in 3D e che raggiungerà la 134esima posizione nella classifica Billboard. Non un trionfo, ma avrebbe potuto essere l’inizio di una storia ben diversa.

Captain Beyond è a tutti gli effetti, invece, “solo” un disco capolavoro, se vogliamo tipicamente settantiano, ma altrettanto proiettato nel futuro e decisamente anticipatore, sotto molti aspetti. La caratteristica fondamentale della musica contenuta è difatti una evoluzione marcatissima del classico “hard blues” alla Hendrix, che conduce la band quasi su lidi doom e proto-heavy metal, con influenze disparate tra hard rock, musica psichedelica e perfino latin jazz. Il tutto con una struttura di album tipicamente prog, che in trentacinque minuti e venti secondi di durata complessiva, mostra al suo interno tre mini-suite e altri brani slegati, ma musicalmente uniti gli uni agli altri, in un fluire inarrestabile che ci riporta all’inizio, pronti per ricominciare come se nulla fosse. Fautore di questa letterale esplosione che, per non farsi mancare niente, coniuga il tutto in chiave “spaziale” e futuristica, è in primis proprio Bobby Caldwell, il quale firma tutti i brani assieme a Rod Evans, mentre la band nel suo complesso si occupa degli arrangiamenti e della perfetta produzione del disco. Il talento di Caldwell alla batteria è particolarmente evidente ed è uno dei tratti fondamentali dell’album, ma qua il livello degli strumentisti in generale è altissimo e se, ad esempio, è impossibile negare l’evidente influenza hendrixiana nello stile di Reinhardt, altrettanto sarebbe riduttivo parlare del chitarrista solo in questi termini, data la sua strepitosa prestazione sia in fase ritmica che come solista. Altrettanto dicasi di un Lee Dorman protagonista per tutto l’album, almeno quanto il redivivo Rod Evans, il quale, con la sua timbrica baritonale, riesce a caratterizzare in modo ottimale tutti i brani del disco, donando un’impronta vagamente retrò e più tipicamente sessantiana, ma proprio per questo perfetto contraltare della musica assai “sperimentale” degli altri. Peraltro, la timbrica e lo stile di Evans ricordano e non poco l’insospettabile Bobby Liebling dei Pentagram. La vicinanza tra i due diventa clamorosa proprio nel tributo che i Pentagram renderanno ai Captain Beyond, riprendendo l’opener Dancing Madly Backwards, nel curioso album tributo Thousand Days of Yesterdays, nel quale alcune band omaggeranno l’intero debut suonandolo in sequenza (si fanno notare nel mezzo agli altri, i Flower Kings e i The Quill, a conferma dell’importanza dei Captain Beyond per gruppi così lontani tra loro).
Come anticipato, il disco è una vera e propria scatola magica di sorprese continue e il fatto che le canzoni siano tra loro collegate ne aumenta il fascino, così come l’ambientazione spaziale resa alla grande in mezzo ai potenti riff dei brani. Prendiamo ad esempio la minisuite iniziale, aperta da Dancing Madly Backwards che col suo ritmo in levare dà il via all’album con una tensione pazzesca e un riff praticamente doom, per poi aprirsi subito dopo ad una accelerazione nella quale Rhino e Caldwell si rubano la scena a vicenda ed Evans tenta di frenare la colata lavica dei compagni. Difficile rendere a parole l’entusiasmante sequenza iniziale, che conduce poi ad Armworth e Myopic Void, le quali per contrasto esaltano invece l’aspetto più “spaziale”, psichedelico ed emozionante della musica dei quattro, fino al ritorno al riff iniziale a chiusura. Nove minuti di pura esaltazione “metallica”, ma è solo l’inizio, perché a ruota arriva Mesmerization Eclipse, che porta un riff forse ancora più rovente, salvo poi aprirsi ad un ritornello assurdo e fantastico, con intenzioni latin jazz su riff spezzacollo, che cozza clamorosamente con quanto sentito fino a quel punto, ma riesce a mantenersi in un equilibrio splendido e divertentissimo, esaltando la grandezza di una band che davvero non aveva timore di niente e componeva grande musica. Tempo per il brano più furioso del disco: Raging River of Fear già dal titolo si preannuncia come un treno in corsa; riff hard blues stile In From the Storm ipervitaminizzato, ritmica doom e traccia violentissima servita fumigante, senza rinunciare ancora ad uno stacco centrale con percussioni e coretti sessantiani. La seconda mini-suite è invece caratterizzata da un continuo cambio di atmosfere, dal sognante intro, al riff furibondo di Frozen Over, in tutto e per tutto un pezzo heavy metal, sottolineato dagli splendidi obbligati di basso e batteria, con esplosione “space” e ulteriore divagazione latin alla Santana nel finale e il naturale sfociare nel riff acustico di Time Since Come and Gone, sotto la quale Dorman è letteralmente indiavolato e Caldwell fa proprio il bello e il cattivo tempo. Musicista di caratura superiore. Bellissima comunque anche la parte solistica di un ispirato Rhino, che fa letteralmente volare il pezzo in chiusura. Arriviamo così alla terza e conclusiva mini-suite, nella quale ritroviamo tutti gli elementi che hanno composto il disco, dagli splendidi riff e assoli hendrixiani (I Can’t Feel Nothin’), alle melodie sessantiane, alle parti psichedeliche e jazz (As the Moon Speaks e Astral Lady, piuttosto che Return che ospita una vera e propria improvvisazione batteristica jazz), per poi arrivare alle improvvise accelerazioni deflagranti protoheavy metal che chiudono As the Moon Speaks ed entrambe le parti di I Can’t Feel Nothin’.

A conclusione di questo maelström musicale si resta colpiti e rapiti dalla capacità evocativa dei Captain Beyond e dalla loro bravura strumentale, oltre che compositiva. Captain Beyond è letteralmente un disco che si può ascoltare a ripetizione, decine e decine di volte, senza consumarlo mai per intero. Le numerose influenze che lo compongono garantiscono infatti una costante variegatura che di fatto impediscono alla noia o alla ripetitività di penetrare. Merito senza dubbio dei musicisti coinvolti e della voglia di riscatto di un Evans di fatto messo da parte e quasi umiliato “dall’alieno” Ian Gillan, ma capace di sfruttare al meglio le possibilità della propria timbrica per imprimere a fuoco le proprie stralunate melodie e i testi spaziali, assolutamente calzanti nel contesto dei Captain Beyond. Un insieme che mantiene un fascino invincibile dal tempo e che purtroppo non ha invece permesso alla band, quando sarebbe stato il momento, di ottenere il riconoscimento che avrebbe meritato. Di fatto, i problemi per il gruppo iniziarono fin da subito e non sarebbero mai finiti se non con la chiusura dell’avventura Captain Beyond, nel 1977, dopo un altrettanto sfortunato tentativo di ritorno che fece seguito al primo scioglimento già nel 1973 e all’uscita di scena definitiva di Rod Evans, schifato dal mondo del music business. Questo nulla toglie al valore della discografia della band e, in particolare, a questo Captain Beyond, vero e proprio capolavoro perduto e sigillato dal tempo, che continua a splendere nelle vuote immensità del cosmo, in attesa di chi saprà coglierne il valore di gioiello puro e immortale.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
77 su 1 voti [ VOTA]
Alex
Domenica 11 Agosto 2019, 20.08.15
3
Li ho scoperti molto tardi ma, per gli amanti del Rock anni 70, è qualcosa di imprescindibile. Molto bella e condivisibile la recensione.
Rob Fleming
Giovedì 8 Agosto 2019, 11.16.54
2
Un bel disco per carità, ma tutta questa adorazione mi è sempre sfuggita. Ma è tanto che non lo ascolto. Adesso lo rimetto su. 75
LORIN
Sabato 3 Agosto 2019, 19.00.18
1
Praticamente "obbligatorio" averlo in ogni collezione che si rispetti. Bellissimo.
INFORMAZIONI
1972
Capricorn Records
Hard Rock
Tracklist
1. Dancing Madly Backwards (On a Sea of Air)
a. Armworth
b. Myopic Void
2. Mesmerization Eclipse
3. Raging River of Fear
4. Thousand Days of Yesterdays (Intro)
a. Frozen Over
b. Thousand Days of Yesterdays (Time Since Come and Gone)
5. I Can’t Feel Nothin’ (Part 1)
a. As the Moon Speaks (To the Waves of the Sea)
b. Astral Lady
c. As the Moon Speaks (Return)
d. I Can’t Feel Nothin’ (Part II)
Line Up
Rod Evans (Voce)
Larry “Rhino” Reinhardt (Chitarra elettrica, Chitarra Acustica, Chitarra Slide)
Lee Dorman (Basso, Piano, Cori)
Bobby Caldwell (Batteria, Percussioni, Piano, Campane, Vibrafono, Cori)
 
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