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Sieges Even - Lifecycle
10/08/2019
( 307 letture )
Nel 1988, dopo svariati demo, i tedeschi Sieges Even (nati come Sodom) rilasciarono Lifecycle, il loro primo full-length, le cui sonorità e idee di certo non passarono inosservate nel panorama progressive di fine anni ottanta. La formazione messa in campo è quella iconica dei primi lavori della band, con il tagliente timbro di Franz Herde al microfono, Markus Steffen alla chitarra, Oliver Holzwarth alle quattro corde e Alex Holzwarth dietro le pelli. Un quartetto capace sicuramente di realizzare su un pentagramma ottime idee, seppur con qualche riserva, come vedremo.

L'inizio è dettato dal riff intricato e simil-groove di Repression and Resistance, un brano d'apertura efficace e furioso, le cui variazioni spiccano per un eccellente lavoro ritmico e l'efficace voce di Franz Herde. Un assolo funambolico avvalora la composizione, con Alex che sfoggia labirinti poliritmici e scariche al rullante con una facilità disorientante.

And another restrained voice dies away within four walls of blood!

Gradino più in alto per la title track -e seconda traccia- in cui il basso saprà graziare le orecchie anche dei più esigenti con tecnica sopraffina. Il riff intricato di chitarra ricorda con facilità i Rush, facendo parte poi di un guitarwork decisamente apprezzabile ancora oggi dopo più di trent'anni. L'arpeggio a metà brano anticipa l'assolo acuminato che, grazie alla batteria, ci lancerà in un universo di intrecci cervellotici. L'aria progressive non viene mai tradita, donando sonorità coerenti e divertenti allo stesso tempo. Un pezzo dall'influenza filosofica unilaterale: tutto si sviluppa, apprende, e quando la progressione è alterata, termina.

In uno sviluppo sinusoidale ecco che l'apice viene raggiunto da Apocalyptic Disposition. Headbanging senza fronzoli, sin dalla strofa si percepisce l'estremo divertimento a cui si va incontro lungo i suoi sei minuti. Il coro, per i più giovani, saprà ricordare i contemporanei Protest the Hero e I, Omega, denotando la grandissima originalità del quartetto durante gli anni che furono. Il basso di Oliver, qui più che mai, risulta ispirato e tecnicamente cosmico, la batteria non conosce tempi pari e una variazione di rara complessità e tecnica amplifica un quadro già roseo. L'assolo è una perla di distruzione prog, in cui violenza e sperimentazione danzano in onore di un brano davvero eccellente. Come però annunciato, l'apice della sinusoide è stato toccato, ed ecco quindi dei brani che seppur discreti, non toccano le vette dei precedenti. A partire dalla strumentale The Roads to Iliad, in cui la velocità e la pesantezza del guitarwork colpiscono la psiche dell'ascoltatore con ennesimi intrecci (seppur niente di miracoloso). In particolare i giri di chitarra sul finale ricordano la musica classica d'ispirazione più mozartiana. La successiva David ci porta invece dentro le ingiustizie nei confronti degli ebrei (da qui il titolo, riferito al secondo Re di Israele e alla stella che porta il suo nome), dall'esodo sino all'olocausto. Linee vocali piacevoli intonano atmosfere notturne, supportate sempre da una laboriosa sezione ritmica capace di esaltare sul finale. Poco più di otto minuti che aprono il passo per i più di dieci della mini-suite Straggler from Atlantis. Sin dall'arpeggio iniziale tranquillo e pacifico, l'atmosfera risulta coerente con le sonorità marine del brano. Il buon guitarwork e l'ormai consolidato groove di basso ci accompagnano per mano sotto gli oceani più profondi, mentre si narrano le gesta di Kardios (il disertore del mare), Theona e tanti altri riferimenti mitologici da scoprire man mano durante l'ascolto. Nella seconda metà il pezzo si trasforma in una ballata degna di Coleridge, fino all'arpeggio iniziale ripetuto durante la conclusione. Un brano sicuramente piacevole, in cui il livello compositivo -seppur alto- rinuncia alla tecnica e alla goliardia percepibili nelle prime canzoni. La conclusiva Arcane è nient'altro che un inquietante arpeggio, sinistro e penetrante, di appena un minuto.

Lifecycle è quindi un buon debutto, poco da aggiungere. Un disco le cui idee e sonorità sono tutt'ora piacevoli e tutt'altro che datate, in cui la tecnica sa -in più di un momento- coesistere perfettamente con le atmosfere profonde e filosofiche di alcuni brani e le sfuriate più cieche di altri. Un'opera apprezzabile e perfettamente godibile anche dai più giovani che, con le dovute riserve, si ritroveranno tra le mani circa tre quarti d'ora di puro progressive.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
78 su 2 voti [ VOTA]
Rik bay area thrash
Sabato 10 Agosto 2019, 17.57.25
1
Non entro nel merito di come viene classificato questo album... All epoca della sua pubblicazione era techno thrash. Qui siamo nel terreno minato dei watchtower. Thrash metal molto ostico non di facile assimilazione. Anzi, qui di facile e immediato non c'è assolutamente nulla. Però, se piace un thrash arzigogolato, molto cerebrale, con continui e innumerevoli cambi di tempo e di ritmo, ha trovato di che sfamarsi. Per comprendere e apprezzare le innumerevoli sfumature di lifecycle si devono concedere molti e ripetuti ascolti. Album difficile di primo acchito, ma una volta entrati nel vortice turbinoso dei riff... Beh se ne resta piacevolmente affascinati. 🤘 Imho
INFORMAZIONI
1988
Steamhammer
Prog Metal
Tracklist
1. Repression and Resistance
2. Life Cycle
3. Apocalyptic Disposition
4. The Roads to Iliad
5. David
6. Straggler from Atlantis
7. Arcane
Line Up
Franz Herde (Voce)
Markus Steffen (Chitarra)
Oliver Holzwarth (Basso)
Alex Holzwarth (Batteria)
 
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