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The Allman Brothers Band - Hittin` the Note
25/08/2019
( 541 letture )
….The Allman Brothers Band defined the best of every music from the American South in that time. They were the best of all of us. They were a true brotherhood of players — one that went beyond race and ego. It was a thing of beauty… (Billy Gibbons, ZZ Top, tratto da Rolling Stone)

Ci sono un sacco di band che si definiscono o vengono definite "leggendarie". Poi c’è chi lo è davvero. La Allman Brothers Band è una di quelle che merita questo appellativo. Non solo perché inventori e padri putativi del southern rock (anche se non amavano questa definizione per la loro musica). Non solo per i capolavori disseminati in quasi cinquanta anni di carriera. Non solo per le tragiche morti di Duane Allman e Berry Oakley o per i gossip sulla relazione tra Gregg Allman e Cher, per le rovinose cadute e le incredibili risalite o per le liti e i contrasti tra Gregg e Dickey Betts. Non solo per aver inciso uno degli album dal vivo più importanti della Storia del Rock, quel At the Fillmore East che resta ineguagliato ed ineguagliabile. Non solo per solo per essere stata, nel corso della sua carriera, indubitabilmente la più grande "jam band" di tutti i tempi (anche se forse i fan dei Grateful Dead non saranno del tutto d’accordo e se loro stessi non amavano questa definizione per definire sé stessi). Non solo per essersi saputa rilanciare alla grande, scoprendo e valorizzando l’immenso talento di un fuoriclasse come Warren Haynes, che poi con i suoi Gov’t Mule -e col compagno Allen Woody, anche lui nella Band e anche lui tragicamente scomparso-, ha rinnovato la tradizione e saputo rivendicare poi a sua volta il trono. Non solo per brani passati definitivamente alla Storia, che hanno creato una vera e propria "maniera" di suonare e comporre. La Allman Brothers Band è decisamente quello che può definirsi una "istituzione" e non perché entrata nella Rock’n’Roll Hall of Fame nel 1995, ma perché tutto quello che ha guadagnato, in stima, rispetto, riconoscimenti e amore, l’ha resa qualcosa di superiore alle mode, alle tendenze, al giudizio. E’ questo che la definisce una Leggenda, l’essere ormai superiore a indenne a tutto, anche alla morte dei tanti musicisti che ne sono stati parte, a cominciare proprio da entrambi i fratelli Allman. Uno status inattaccabile che, per certi versi, può diventare anche un ottimo viatico per il Museo delle Cere o delle vecchie glorie, da mandare in soffitta coperte di riverenze. Eppure, prerogativa di pochissimi, la Band ha saputo anche uscire da questa scomoda posizione, forse proprio grazie alla tremenda e definitiva rottura con Dickey Betts, che aveva accentrato su di sé tutta l’attenzione, provocando la reazione del resto del gruppo, che si è stretto ad un ritrovato Gregg e si è fatto forza dell’arrivo del giovanissimo -appena 20 anni- Derek Trucks, nipote di Butch e talento mondiale del finger-picking e del ritorno di Warren Haynes. I continui tour seguenti a questa reunion e il consolidamento del proprio status anche presso le nuove generazioni, che per tutto il primo decennio degli anni 2000 hanno potuto godere di una delle incarnazioni migliori in assoluto del gruppo, non poteva che avvenire sul palco. Ma, senza accontentarsi di questo, ecco che nel 2003 la Allman Brothers Band fece uscire anche il suo ultimo disco da studio, l’unico senza Dickey Betts. Un album che, senza eccessi di enfasi, può essere classificato come uno dei più riusciti in assoluto, dopo i capolavori degli anni Sessanta/Settanta, capace di essere degno epitaffio e testamento di un modo unico e inimitabile di essere.

L’album è lunghissimo, settantacinque minuti esatti per undici brani, nei quali troviamo sempre la firma di Warren Haynes, spesso in collaborazione con Gregg Almann o con altri membri della Band, con l’esclusione delle cover Heart of Stone dei Rolling Stones e Woman Across the River del Maestro Freddie King. Prodotto da Michael Barbiero e dallo stesso Haynes e dedicato alla memoria del produttore/mentore Tom Dowd, l’album è senza dubbio riconducibile allo stile di scrittura di Haynes e quindi per certi versi assimilabile a qualcosa dei Gov’t Mule, ma il tocco di Allman e quindi l’apertura costante al jazz, al blues e al country, quella mistura tipica ed immediatamente identificabile che ha reso unica la Band, è inconfondibile e resta espressione primaria della musica contenuta in Hittin' the Note. Altra caratteristica imperdibile, oltre alla meravigliosa sezione ritmica, con la classica doppia batteria di Butch Trucks e Jaimoe, completata dalle percussioni sempre in bella vista di Marc Quiñones e dal grande lavoro di basso di Oteil Burbridge, resta inevitabilmente il confronto continuo tra la chitarra di Haynes e quella di Derek Trucks. Lo stile completamente diverso dei due esalta le lunghe parti strumentali e il mixaggio rende giustizia ad entrambi, posizionando il primo a sinistra degli amplificatori e il secondo a destra; è indubbiamente il sale che rende la pietanza complessiva imperdibile. Questo senza nulla togliere alla sempre splendida ed essenziale prestazione di Gregg Allman all’organo e al piano e alla sua meravigliosa ed indimenticabile voce. Il musicista, ormai pacificato a livello personale e risolto definitivamente il problema della leadership interna, si consente il lusso di lasciare briglia sciolta ai musicisti e ad Haynes in particolare, riservandosi un ruolo in prima linea costante e da band leader, lasciando però l’incombenza del centro dell’attenzione e la "regia" sul palco al chitarrista. Si tratta di posizione questa che Gregg ha cercato di scansare per tutta la vita, dopo che la leadership naturale riconosciuta al fratellone Duane, dopo la sua morte, per decenni era stata la sua maledizione. Caratterizzate spesso da lunghe sessioni di assoli scambiati e intrecciati, le canzoni che compongono Hittin' the Note sono comunque quasi sempre eccellenti, appoggiandosi al livello stratosferico dei musicisti, ma non nutrendosi esclusivamente di quello. Brani come Firing Line e High Cost of Low Living sono nati per scaldare il pubblico e prepararlo ai fuochi d’artificio, ma non rinunciano, in particolare la seconda che sfora gli otto minuti di durata, a giocare un ruolo di primo piano, con il doppio cantato e la melodia sentita a tenere banco. Desdemona, che parte col più classico degli incipit del lento blues, riesce nel miracolo di risultare imperdibile ed emozionante, grazie alla prestazione vocale di Gregg, mai troppo celebrato interprete e, naturalmente, alla strepitosa sezione strumentale, letteralmente straripante. Woman Across the River alza invece la dinamica, rinverdendo certe ritmiche settantiane care alla Band, col conseguente profluvio di note che viene portato in fading. La parte centrale del disco è occupata dalla ballata acustica Old Before My Time, terreno di conquista per Haynes che, anche nel cantato, mostra tutta la propria reverenza nei confronti di Allman. Who to Believe, si fa invece forza proprio della prova strumentale, risultando appena più stanca delle altre; decisamente meglio e più vivace la successiva Maydell, che apre la strada al pezzone Rockin' Horse, forse la traccia migliore dell’intero album e terreno fertile per le improvvisazioni dal vivo, con il confronto tra lo stile tecnico e viscerale di Haynes e lo strepitoso finger picking di Trucks che esaltano una parte centrale letteralmente infuocata, da annali. Sul finale, oltre alla riuscita cover di Heart of Stone, comunque piuttosto di routine, si segnala invece il tour di force di Oteil Burbridge a nome Instrumental Illness, sulla quale il bassista chiarisce il proprio strepitoso stile e offre generosamente una base magnifica per le improvvisazioni dei compagni, su un pezzo che supera i dodici minuti e che fa letteralmente venire la bava alla bocca. C’è da domandarsi come non venga colto dai crampi, letteralmente. Chiude Old Friend con Haynes e Trucks a sfidarsi a colpi di chitarra slide, per un gioiello vero, perfettamente a suo agio nel rappresentare gli ultimi minuti della carriera in studio di questo meraviglioso gruppo.

Su Hittin' the Note la band celebra sé stessa, è indubbio. Ma non lo fa ripetendo uno stanco ed esausto copione: le iniezioni di Haynes e Trucks, la clamorosa formazione a sette, le composizioni di livello e le novità compositive, unite al classico trademark settantiano, fanno di questa ultima testimonianza da studio un disco vivo, emozionante, carico di un messaggio che sembra destinato all’eternità. E' certo che i fasti dei primi album non siano ripetibili, anche solo per il tempo trascorso, ma qua si torna a respirare l’aria dei tempi migliori, a livello di amalgama e di qualità complessiva sbattuta su disco e pronta per essere lanciata sulle assi di migliaia di palchi. La strada sarebbe infatti durata ancora a lungo, nonostante i problemi di salute di Gregg Allman e l’ultimo show si terrà al Bacon Theatre di New York, nel quale la Allman Brothers Band ha raccolto l’incredibile record di 238 sold out continuativi, il 24 ottobre 2014. La storia si chiuderà definitivamente nel 2017, col suicidio di Butch trucks il 24 gennaio e la morte per cancro di Gregg Allman il 27 maggio. Da qui in avanti, sarà solo la Leggenda.


IN LOVING MEMORY
Howard Duane Allman (20 Novembre 1946 – 29 Ottobre 1971)
Gregory "Gregg" LeNoir Allman (8 Dicembre 1947 – 27 Maggio 2017)
Raymond Berry Oakley III (4 Aprile 1948 – 11 Novembre 1972)
Lamar Williams (14 Gennaio 1949 – 21 Gennaio 1983)
Douglas Allen Woody (3 Ottobre 1955 – 26 Agosto 2000)
Daniel "Dangerous Dan" Lee Toler (23 Settembre 1948 – 25 Febbraio 2013)
Claude Hudson "Butch" Trucks (11 Maggio 1947 – 24 Gennaio 2017)



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
80 su 2 voti [ VOTA]
Fabio Rasta
Lunedì 26 Agosto 2019, 15.18.18
2
... ormai conosco bene anch'io la passione di Lizard per Southern e limitrofi. La recensione è perfetta e + che aggiungere bisogna rimarcare: "Un album che, senza eccessi di enfasi, può essere classificato come uno dei più riusciti in assoluto, dopo i capolavori degli anni Sessanta/Settanta, capace di essere degno epitaffio e testamento di un modo unico e inimitabile di essere!". /// Non vado pazzo per i GOV'T'MULE, almeno quello che ho ascoltato mischiava troppe cose x i miei gusti, mentre qua il prestigio del nome ALLMAN tiene tutti sul binario giusto. Un Album sorprendente che pensavamo di non poter + ascoltare nel 2000. Strepitoso il Blues acustico finale. In parziale OT, molto bello e toccante anche l'epitaffio di GREGG ALLMAN (Southern Blood), realizzato con l'atroce consapevolezza di avere tutti e due i piedi nella fossa. Dice bene il Lizard, non bastano fior di Musicisti a fare un grande Album, ci vogliono anche i pezzi e l'ispirazione giusta. Qui ce n'è in abbondanza degli uni e dell'altra. /// Sui GRATEFUL DEAD non azzarderei il paragone, dato che l'unica cosa che li accomuna(va) sono i capelli lunghi e la parola Jam, ma DNA troppo diversi come dice Testamatta ride.
Testamatta ride
Domenica 25 Agosto 2019, 19.14.23
1
Innanzitutto complimenti per la recensione che oltre all'indubbia e ben nota competenza musicale dimostra anche un'ottima conoscenza storica del gruppo, se mi è permesso confermarlo. L'album è fantastico e senza cedimenti e chiudere una carriera discografica con un pezzo come Old friend, giustamente definito un gioiello, non è da tutti. Consiglio di procurare il DVD del concerto di questa formazione al Bacon Theater nel 2004 per gustare quanto riportato da Lizard nella recensione. Una mia considerazione sulla simpatica questione della miglior jam band: da grande e costante ascoltatore e fan di lunga data sia della Allman Brothers Band che dei Grateful Dead credo che le due band possano coesistere in cima alla classifica, se non altro perché (generalizzando un po' quella che è stata la loro proposta musicale) i primi offrivano delle jam più infuocate e incendiarie (anche ma non solo naturalmente) con due chitarre soliste con pochi eguali. I Dead, invece, nelle loro jam assumevano più una dimensione lisergica (anche e non solo naturalmente).
INFORMAZIONI
2003
Sanctuary Records
Southern Rock
Tracklist
1. Firing Line
2. High Cost of Low Living
3. Desdemona
4. Woman Across the River
5. Old Before My Time
6. Who to Believe
7. Maydell
8. Rockin' Horse
9. Heart of Stone
10. Instrumental Illnes
11. Old Friend
Line Up
Gregg Almann (Voce, Organo Hammond B-3, Piano, Clavinet)
Warren Haynes (Voce, Chitarra elettrica, Chitarra Slide, Chitarra acustica, Cori)
Derek Trucks (Chitarra elettrica, Chitarra Slide, Chitarra acustica)
Marc Quiñones (Congas, Percussioni)
Oteil Burbridge (Basso)
Butch Trucks (Batteria)
Jai Johanny "Jaimoe" Johanson (Batteria)
 
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Articolo
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