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Omen - Escape to Nowhere
31/08/2019
( 389 letture )
C’è stato un tempo, solo in parte ancora vivo, in cui per power metal si intendeva uno stile mediamente più cazzuto dell’attuale e parlando in particolare di U.S. Power, assolutamente scevro da un uso "plasticoso" di tastierine adatte più a jingle pubblicitari di giocattoli ed affini che ad un sotto genere del metal. Uno dei gruppi che più si distinse in questo campo a cavallo della metà degli anni 80 fu quello degli Omen. Autori di un trittico di livello medio elevatissimo (Battle Cry / Warning of Danger / The Curse) caratterizzato dai tipici accenti epic dei gruppi Made in U.S.A., la band californiana arrivò all’anno di grazia 1988 con alcuni problemi di stabilità e, forse, con la voglia di capitalizzare quanto ottenuto rivolgendosi ad un bacino d’utenza più ampio. L’uscita dello storico cantante J. D. Kimball, rimpiazzato da Coburn Pharr, futuro membro degli Annihilator e da quella immediatamente seguente alla registrazione di Escape To Nowhere da parte del batterista Steve Witting, non contribuirono però a far restare il gruppo sui livelli precedenti.

Veicolato al mercato da una copertina decisamente "sospetta", con in primo piano una figliola bella e discinta, ma ben poco in focus con la storia del gruppo, Escape to Nowhere presentava per la prima volta nella storia musicale degli Omen anche una presenza discreta di tastiere a riempire un suono adesso meno sorprendente di una volta e parti vocali meno caratteristiche di un tempo. L’album esordiva con It's Not Easy, un pezzo discretamente concepito che, tuttavia, non riusciva davvero a spiccare il volo, restando col colpo in canna. La cover della celeberrima Radar Love dei Golden Earring (uno dei più grandi successi AOR/HR del 1973, coverizzato da una miriade di gruppi ed artisti come Def Leppard, King Diamond, White Lion ed altri e presente in innumerevoli colonne sonore per il cinema e la TV), è piacevole più per la scorrevolezza della scrittura originale, davvero difficile da rovinare, che per meriti dell’arrangiamento qui proposto. Escape to Nowhere riporta vicino ai fasti del passato, ma la voce di Pharr, non a caso un cantante che avrà carriera ben più rappresentativa con gli Annihilator, non possiede il carisma del suo predecessore. Lo stesso discorso, peraltro, si può applicare a Cry for the Morning. Il resto dell’album presenta una serie di pezzi gradevoli, tra i quali almeno uno poco riuscito come Nomad - involuto e senza un’idea precisa - con la seconda parte meglio rappresentata da Poisoned, altro brano in cui gli Omen di una volta tornano parzialmente ad affiorare. Il complesso delle composizioni, tuttavia, mostra chiaramente come il raffronto con quanto scritto in precedenza dai losangelini sia perdente, probabilmente anche a causa di scelte precise che miravano a raccattare qualche fan in più ed a tesaurizzare un po’ di quella fama fin lì costruita. Anche utilizzando un cantante un po’ kitsch e penalizzando le chitarre ed a dispetto del fatto che alla produzione fosse impegnato un fior di professionista come Paul O'Neill.

Copertina e incertezze musicali prima segnalate a parte, però, Escape to Nowhere non è affatto quel pessimo album che molta critica fatica ancora a inquadrare per ciò che è stato e pur essendo certamente inferiore ai tre precedenti, contiene comunque del buono. Purtroppo, è anche indubbio che soffra ancora oggi di alcuni problemi che ne determinano una oggettiva collocazione al quarto posto nella quadrilogia iniziale degli Omen. Non a caso, dopo l’uscita di questo lavoro il gruppo andrà incontro ad un lungo stop. I difetti di Escape to Nowhere, però, non risiedono solo nella vocalità inferiore di Pharr rispetto a quella di Kimball, ma anche e sopra tutto in una minore ispirazione da parte di Kenny Powell, sempre molto professionale e dall’inconfondibile stile personale, ma incapace di raggiungere i picchi ispirativi degli album usciti tra il 1984 ed il 1986. Bisognerà attendere il 1997 e Reopening the Gates per rivedere all’opera il gruppo, ma gli splendori artistici prima richiamati non verranno mai più raggiunti. Eppure, il quarto album degli Omen non merita di essere dimenticato completamente, ma solo di essere correttamente considerato. Un disco dignitoso che, preso singolarmente, può ancora essere ascoltato senza sbuffare più di tanto.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
67 su 2 voti [ VOTA]
Diego75
Mercoledì 4 Settembre 2019, 0.40.47
4
Ottima recensione....nelle prime righe hai usato le parole giuste per definire il power metal e l’ Us metal....non quelle band attuali con le tastierine a go go del giorno d’oggi...gli anni 80 Hanno forgiato il power us metal band come i nasty savage gli omen, gli armored saints....i primi sa at age...altro che la roba moscia che dalla prima meta’ Degli anni 90 fino ad oggi ha invaso il mercato con band del tipo stratovarious o raphsody!
Aceshigh
Martedì 3 Settembre 2019, 18.44.08
3
A parte qualche momento si fatica quasi a riconoscere gli Omen degli album storici, ma non è questo il problema. Come detto alla fine della recensione l'ispirazione non è quella dei tempi migliori, a parte la title-track e altri 2/3 pezzi. Coburn Pharr oltretutto su quest’album proprio non mi convince. Non è un brutto album... ma nemmeno bello. Voto 67
David D.
Sabato 31 Agosto 2019, 13.11.02
2
L'ultimo album prima del tracollo definitivo. Peccato, i primi tre album sono Epic Metal puro, sopratutto il primo. 67.
InvictuSteele
Sabato 31 Agosto 2019, 11.16.46
1
Sì, in realtà album non pessimo come si è soliti dire, a me è sempre piaciuto. Di discreta fattura, voto 70
INFORMAZIONI
1988
Metal Blade Records / Roadrunner
Heavy
Tracklist
1. It's Not Easy
2. Radar Love
3. Escape to Nowhere
4. Cry for the Morning
5. Thorn in Your Flesh
6. Poisoned
7. Nomads
8. King of the Hill
9. No Way Out
Line Up
Coburn Pharr (Voce)
Kenny Powell (Chitarra)
Jody Henry (Basso)
Steve Wittig (Batteria)

Musicisti Ospiti
Bob Kinkel (Tastiera)
Paul Silver (Chitarra su traccia 2)
 
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