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Shinedown - Leave a Whisper
31/08/2019
( 259 letture )
Il primo album non si scorda mai. Sarà anche per questo motivo che ad oggi vale ancora la pena riprendere in mano certi lavori, rivalutandone il valore dopo il trascorrere di un certo lasso di tempo. Questa volta non trattiamo un’opera di un passato ormai troppo lontano, bensì un disco uscito dopo gli anni Duemila, che di anni sul groppone ne ha comunque accumulati ormai sedici. Un motivo più che valido per riportarlo alla nostra attenzione in questa rubrica, tanto più considerando il fatto che si tratta dell’opera prima di una band che ad oggi può dire di avere alle spalle una carriera di tutto rispetto, con sei studio album pubblicati tra il 2003 e il 2018, un contratto con un’etichetta importante come l’Atlantic Records, che fin dal loro esordio non sembra aver mai dubitato del loro potenziale, e palchi condivisi con band del calibro di Three Days Grace, Papa Roach, Breaking Benjamin, Halestorm, Five Finger Death Punch, spesso con funzione di co-headliner, aprendo nel 2017 nientedimeno che per gli Iron Maiden nei loro concerti europei. Appartenenti al non sempre chiarissimo filone del post-grunge o, per i meno avvezzi alle terminologie, facenti parte di un più vasto e indeterminato universo alternative rock, gli Shinedown sono sempre stati una band con le idee ben chiare in termini di proposta musicale, non fallendo mai gli appuntamenti importanti e maturando di album in album, meritandosi dunque ora come ora un posto tra i grandi.

Leave a Whisper è stato il loro primo album, un debutto sulle scene che molte band potrebbero solo sognare. Non stiamo parlando di un capolavoro nel suo genere, ma basta poco, molto poco, per capire che si tratta di un lavoro assolutamente valido e in un certo senso già maturo a dispetto dell’inesperienza dei componenti del gruppo, qui alla loro prima importante prova. Le influenze sono palesi: si passa dai Soundgarden, ai Creed, ai Nickelback senza neanche pensarci troppo e di originale, come spesso accade, c’è ben poco, ma non possiamo neanche chiedere più di tanto ad un album d’esordio. Ciò che è importante è che la personalità a questi ragazzi non è mai mancata ed è probabilmente ciò che più li contraddistingue anche oggi. Non originalità, come detto, ma proprio personalità, alla quale si vanno ad aggiungere capacità tecniche non comuni, a partire dalla voce del frontman Brent Smith, in tutto e per tutto similare a quella dei suoi ben più noti colleghi e ispiratori (il sentore di un certo Chris Cornell è sempre nell’aria), ma non certo criticabile soltanto per questo motivo. La formazione, completata dal chitarrista Jasin Todd, dal bassista Brad Stewart e dal batterista Barry Kerch è poi a dir poco solida, ed è un vero peccato che sia durata soltanto per un paio di album.
Leave a Whisper è caratterizzato da dodici brani all’apparenza molto simili tra loro, ma con in realtà alcune sostanziali differenze. A livello d’intensità e vigore crescenti l’opener Fly from the Inside non è seconda a nessun altro pezzo dell’album, grazie a un ritornello che, una volta ascoltato, difficilmente verrà dimenticato. Nella prima parte sono presenti almeno altri tre brani di alto livello, uno di seguito all’altro, con menzione particolare per Lost in the Crowd, mentre verso la metà comincia ad avvertirsi una certa “pesantezza” di soluzioni, intesa come eccessiva ripetitività delle melodie principali che, coniugate ad un mood non troppo vivace, rende più arduo il procedere dell’ascolto. Pezzi interessanti ce ne sono comunque, vedasi la meravigliosa Burning Bright, ballad di una certa classe, ma l’album torna su grandi livelli soprattutto nella parte finale, col trittico formato da Lacerated, Crying Out e 45 (quest’ultima davvero eccezionale), che ci permettono di concludere l’esperienza di ascolto con sensazioni perlopiù positive.

Per essere un album d’esordio Leave a Whisper possiede quel tratto distintivo che solitamente appartiene solo ai grandi nomi e ciò conferma l’importanza di questa band, tutt’altro che da sottovalutare o peggio ancora relegare a mero prodotto del music business. Un album di assoluto valore, ancora incapace di esprimere appieno il potenziale della band statunitense, ma già valido promotore delle loro idee. Da recuperare se si vuole ripercorrere una delle diverse tappe che hanno determinato la crescita del post-grunge e dell’alternative rock in generale in un momento storico a noi non troppo distante.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
Bacon Apocalypse
Lunedì 2 Settembre 2019, 16.03.00
2
Anni fa, ebbi l'occasione di rivedere una mia amica trasferita a Bologna, durante una delle mille chiacchierate che facevamo mi ha parlato di questa band e mi fece vedere un video di un loro live di Fly from the Inside dove parlava riguardo al discorso che il rock non muore mai e robe simili. Gli diedi un ascolto attento e devo dire che sia questo che a parer mio personale quasi tutta la discografia della band è degna di nota, poi questo album in particolare mi affezionati particolarmente a canzoni come Bitter Version e Crying Out, ma Fly From the Inside È un capolavoro. 80 a parer mio
HeroOfSand_14
Sabato 31 Agosto 2019, 11.12.58
1
Non sono un amante di questo gruppo ma ascoltando questo disco, anni fa, mi sono imbattuto nella bonus track Simple Man, cover dei Lynyrd Skynyrd. Da li ho cercato un pò di approfondirli, perchè credo che questa sia una delle cover migliori che abbia mai sentito, sia per come è stato rivisto l'arrangiamento, sia per il modo in cui Brent canta. Per il resto invece trovo poco di mio gradimento (qualcosina di più lo scoverò nei dischi successivi), ma Better Versio, Crying Out, 45 sono dei bei pezzi.
INFORMAZIONI
2003
Atlantic Records
Post Grunge
Tracklist
1. Fly from the Inside
2. Left Out
3. Lost in the Crowd
4. No More Love
5. Better Version
6. Burning Bright
7. In Memory
8. All I Ever Wanted
9. Stranger Inside
10. Lacerated
11. Crying Out
12. 45
Line Up
Brent Smith (Voce)
Jasin Todd (Chitarra)
Brad Stewart (Basso)
Barry Kerch (Batteria)
 
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