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Roof Down - Lost
31/08/2019
( 252 letture )
In parte bistrattato all’epoca della sua uscita e probabilmente non compreso da tutti, il grunge sembra condividere lo stesso destino di Van Gogh e dopo la sua decadenza ha visto nel giro di qualche anno un sempre maggior crescente numero di band influenzate da esso. Non solo le band definite per l’appunto post grunge, ma anche formazioni con stili lontanamente collegabili hanno incorporato all’interno della propria proposta elementi del sound di Seattle, ed il fenomeno si è esteso anche in vari paesi del mondo dove culturalmente sarebbe difficile da ricollegare musicalmente al genere esploso negli anni novanta. I Roof Down danno alle stampe il loro debutto intitolato Close Shave nel 2015, dimostrando quanto ancora oggi quel genere abbia lasciato segni profondi perfino in Svezia, terra di solito accomunata a generi di tutt’altro stampo. Dopo qualche anno, distanza intervallata dall’uscita dell’EP Grunge Pro Bono nel 2017, il quartetto di Stoccolma ci riprova presentando il seguito Lost, album incentrato sul tema del viaggio interiore e la ricerca della propria identità. E questo concetto della propria identità potrebbe essere proprio alla band stessa, dal momento che, pur ispirandosi a mostri sacri come Soundgarden, Stone Temple Pilots e Alice In Chains, cerca di buttare sul tavolo tutte le proprie carte al fine di costruirsi un po' alla volta una dimensione multisfaccettata e che non si limiti al semplice copia-incolla di band precedenti.

Si inizia con Lying, che è anche il primo singolo estratto dall’intero lotto, dando un’idea della dimensione quadrata dei musicisti scandinavi. Restano impresse principalmente la voce di Johan Sjöberg, che per forza di cose ricorda molto quella dei capisaldi del genere, Eddie Vedder su tutti, e il preciso lavoro di riffing della chitarra, mentre la batteria si occupa di rimpolpare la sezione ritmica e il basso riempie le spaziature preparando il terreno per l’assolo finale. Con la successiva Corrosion si assiste ad un mid tempo che scorre piacevolmente ed avvolge l’ascoltatore; pur non rientrando tra le menzioni più importanti della tracklist mette in mostra una base ritmica con ottimo groove ed un abile gioco di effetti chitarristici. A spiccare tra le altre tracce è sicuramente On and On, simil power ballad che potrebbe aver modo di far parlare di sé. Dall’attacco in cui fin da subito entrambi vanno a sincronizzarsi perfettamente, voce e batteria sono gli artefici principali della riuscita del brano, molto orientato verso i lavori dei Pearl Jam di metà anni Novanta, forse per alcuni anche troppo, ma non si può fare a meno di essere trasportati dalla carica emotiva scaturita soprattutto nel ritornello. Sfera emotiva perfettamente tangibile anche in Sober, sebbene parta inizialmente in sordina con il suo incedere flemmatico, ma adatto a trasmettere la situazione di fragilità descritta dalle liriche, per poi sprigionare la sua energia durante la seconda parte, dove il peggio sembra ormai superato e tutte le difficoltà vengono lasciate alle spalle. La veloce ma frizzante Not for Sale rappresenta un caso unico discostandosi da quelle che sono le coordinate stilistiche dell’album, e dando sfoggio della sua versatilità Johan Sjöberg in questo frangente potrebbe ricordare vocalmente Gavin Rossdale dei Bush. L’euforia contagiosa di Not for Sale è però una breve parentesi, poiché già dalla seguente I’ll Be Gone torna ad impadronirsi della scena un’atmosfera deprimente, se vogliamo anche claustrofobica nel suo manifestarsi per tutta la durata. Ciò ci permette comunque di poter apprezzare un finale memorabile grazie ad un bellissimo assolo e alla presenza di marcate reminiscenze sabbathiane. Si torna ad una concezione più canonica di grunge con Give Me a Line che però non entusiasma particolarmente. Momento da annoverare tra i migliori dell’album è sicuramente You and I, travolgente dall’inizio alla fine, con una chitarra in gran spolvero ed un refrain che trova il modo fin da subito di inserirsi nella testa dell’ascoltatore.

I titoli di coda scorrono accompagnati dalla chitarra acustica di Thank You, altra power ballad che vuole essere una sorta di riflessione interiore sulla vita in sé e ciò che essa comporta, con i cambiamenti che avvengono durante il viaggio fatto fino ad ora, proiettandosi verso ciò che bisogna ancora compiere. Dieci tracce sono più che sufficienti ai Roof Down per racchiudere tutto quello che avevano da trasmettere. Ci sono indubbiamente dei punti cardine in grado di fornire delle solide basi al lavoro dell’album, anche se si ha l’impressione di dover pescare tra le singole tracce per trovare i momenti migliori più che assistere ad un procedere continuo del livello d’ispirazione. Pur non essendo un album in grado di esaltare particolarmente, riesce comunque a garantire la sua dose di emozioni e far rivivere alcuni elementi del classico Seattle sound pur apportando qualche modifica stilistica al fine di rendere la proposta se non attuale quantomeno moderna. La sufficienza è raggiunta in pieno anche se rimane un album consigliato principalmente agli amanti del grunge, difficilmente troverà il modo di farsi strada tra i poco avvezzi al genere.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
64.33 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Sliptrick Records
Post Grunge
Tracklist
1. Lying
2. Corrosion
3. On and On
4. Sober
5. Not for Sale
6. I’ll Be Gone
7. Give Me a Line
8. Lost
9. You and I
10. Thank You (For Life)
Line Up
Johan Sjöberg (Voce)
Mats Stille (Chitarra)
Thobbe Hermansen (Basso)
Staffan Westelius (Batteria)
 
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