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Baroness - Gold & Grey
01/09/2019
( 823 letture )
Se dopo quindici ascolti, ancora non hai capito se un disco ti piace o no, il problema non è il disco, sei tu

I Baroness non sono un gruppo nato per vivere di comode posizioni di rendita. La loro stessa identità di band, perennemente messa in discussione dai cambi di formazione, è sintomo di una ricerca continua, che non sembra aver trovato ancora una sua fine. Per fortuna, verrebbe da dire. Purple era stato il disco del ritorno, l’album uscito dopo il grave incidente occorso a Bath, nel quale il pullman che portava la band è caduto da un viadotto a causa della pioggia e della ridotta visibilità. I danni fisici e gli strascichi psicologici restano del tutto presenti nella musica del gruppo, nonostante siano passati sette anni da allora. Viola, il colore nato dal rosso e dal blu (i primi due album del gruppo), ma anche il colore dei lividi e delle contusioni, come del lutto e dei paramenti ecclesiali. Un album che ormai porta quasi quattro anni sulle spalle e che ha dato un senso e un percorso al ritorno del gruppo, dopo le importanti defezioni. Eppure, i cambiamenti non sono finiti e così anche Peter Adams, chitarra, nel 2017 lascia i Baroness. La sostituta sarà Gina Gleason, la cui curiosa biografia parla di una collaborazione col Cirque du Soleil per la realizzazione di Michael Jackson : One, nel quale suonava la chitarra e interpretava il ruolo della Musa e di numerose collaborazioni con grandi nomi come Smashing Pumpkins, Carlos Santana, Denny Walley, Jon Anderson degli Yes e Jello Biafra, oltre ad aver fatto parte di una tribute band dei Metallica e di un’altra di King Diamond. Un’artista completa ed eclettica, quindi, che sembra assolutamente perfetta per una band così tumultuosa e incapace di fermarsi. Arriviamo quindi a Gold & Grey, pubblicato il 14 giugno.

Parliamo di un album ambizioso, avventuroso, dannatamente difficile da afferrare e cogliere in tutte le sue sfumature. Diciassette brani per poco più di sessanta minuti di musica e la sensazione che alla fine qualcosa scapperà comunque. E’ per questo che il pensiero riportato in apertura di recensione può davvero cominciare a farsi largo, anche se si conosce già la particolare vena creativa dei Baroness. In effetti, Gold & Grey è un disco diverso dai precedenti, anche se incamera inevitabilmente alcuni dei tratti fondamentali della band. Il suo obbiettivo di fondo resta comunque quello di spingere oltre i limiti compositivi ed espressivi raggiunti finora e dare vita ad una nuova stagione e una nuova identità. L’ambizione è quella di realizzare il proprio album migliore e cosa significhi “migliore” ce lo dice la musica contenuta in queste diciassette tracce. La verità è che occorre trovare una chiave di volta per penetrare la barriera perché, appunto, l’ascolto ripetuto da solo può non bastare. Che sia un limite dell’album o dell’ascoltatore è soggettivo, ma certo di fronte a dischi di questa fatta il rischio è quello di arrendersi subito o, al contrario, di non sforzarsi neanche e gridare immediatamente al capolavoro, eleggendo non la musica in quanto tale, ma il Gesto Artistico, a unico valore necessario. Due soluzioni di comodo. Gold & Grey va invece sviscerato, penetrato, fatto proprio e per fare questo occorre capirlo o almeno provarci. Un aiuto può e deve provenire dall’artwork e dai testi. Parlando del primo, occorre dire senza mezzi termini che il lavoro compiuto da John Dyer Baizley per la copertina e Harald van Haasteren per il libretto interno e il retrocopertina è meraviglioso, letteralmente uno degli artwork più belli e intensi mai visti, che rende l’acquisto fisico dell’album non solo consigliato e meritato, ma assolutamente necessario, se non indispensabile. Baizley ha peraltro anticipato che questo potrebbe essere l’ultimo tassello della cronologia “colorata” dei Baroness e, se così fosse, il congedo sarebbe con un capolavoro. La copertina rappresenta nelle parole di Baizley, una riflessione sulla vita della band negli ultimi dodici mesi; mentre il libretto interno ci dice qualcosa della musica, con tutte queste sgargianti immagini di animali e piante che si fondono insieme, dando vita gli uni agli altri. I testi, invece, sembrano quasi provenire da un unico concept: sono parole forti, che colpiscono, che narrano di un uomo che ha appunto visto la morte negli occhi e ancora oggi non è riuscito a farsi una ragione di questo incontro e delle sue conseguenze, ma nella disperata ricerca di verità e di sé stesso, forse mai destinata a trovare reale pace, ha comunque trovato una ragione per andare avanti. Un titolo come I’m Already Gone dice moltissimo, ma sembra figlio di una resa che contrasta con la lotta interpretata dalla ricerca spasmodica condotta a livello musicale. Ecco quindi la chiave di volta necessaria a penetrare l’album: la ricerca della luce, della forma perfetta, nata dalla fusione, della purezza filosofale dell’oro, a contrasto col dolore e con la morte del grigio.
Gold & Grey è un caleidoscopio sonoro nel quale si rischia costantemente di perdersi, cercando un bandolo che probabilmente non esiste. Lo sludge/post metal esiste ancora e rispunta alla bisogna dando corpo e ferocia, ma Baizley rinuncia del tutto al cantato monocorde e straziato tipico del genere, a favore di un approccio più melodico ed interpretativo, spesso doppiato dalla voce di Gina Gleason, mentre si esaltano le influenze psichedeliche, alternative e noise, con una evidente infusione di post punk. Si evidenziano il basso di Nick Jost, la batteria instancabile ed inesausta di Thomson dotata di un suono particolarissimo, sgranato e volutamente poco rifinito, ma dallo spettro enorme. Su questa base le chitarre, che tendono quasi a sparire nei momenti di maggior enfasi e sono però costanti protagoniste in tutti i brani, così come la voce/le voci, quasi lontane e declamate, ma sempre e comunque indispensabile elemento chiave dei brani. L’opener Front Toward Enemy dà la stura al viaggio, con elementi di continuità della storia dei Baroness e un bello sviluppo melodico, concludendosi in realtà quasi troppo presto; gran bel brano. Le novità si fanno strada con la citata I’m Already Gone, pezzo bellissimo e decisamente particolare, basso funk in evidenza, melodia post punk, refrain vincente e un’atmosfera rarefatta, metallica, polverosa, indefinibile, che tenta disperatamente di farsi strada tra la spire della produzione freddissima. Seasons mantiene inizialmente lo stesso approccio post rock, con chitarre lontanissime ed eteree, mentre basso e batteria sempre in primo piano danno un dinamismo che cozza clamorosamente con l’andamento melodico e preparano l’esplosione del refrain, altro colpo vincente di un brano che da qui in avanti cresce continuamente in dinamica, introducendo anche elementi metal nel fraseggio delle chitarre, fino ai blast beat e al finale post metal, noise e psichedelico. Il tutto in poco più di quattro minuti. Sevens è il primo dei sei intermezzi musicali e lancia un altro pezzo da 90 del disco, Tourniquet, la quale conferma la vena melodica anche acustica e la deriva psichedelica/noise/post dell’album, con addirittura un vero e proprio assolo al centro. Potentissimo il testo:

I’ve got an artificial heart
It beats but I can’t feel nothing
It’s an unofficial part.
It bleeds but I’m already gone.

Better hurry with the tourniquet,
‘Cause I’m open hearted.
Please operator take it out of here,
And start it up.


Anchor’s Lament apre naturalmente con una melodia di piano ed archi a Throw Me an Anchor, punto di volta di tutto l’album che riprende lo stile sludge della band e lo amplia inserendo le sonorità psichedeliche e noise filo conduttore, con il refrain più azzeccato del lotto e la costante vena rumorista nei suoni che è caratteristica della produzione di Gold & Grey. I’d Do Anything è invece l’apice lirico del disco, una aperta e accorata preghiera laica, nel cui testo compaiono le parole “oro e grigio”:

I am selfish
I am wrong
I’m scared to be alone.
Every aching joint, breaking at the bone.

I’d do anything to feel like I’m alive again.
I’d do anything to feel like I’m alive.
I would do anything to feel like I’m alive again.
I’d do anything


Molto bella e intensa la doppiatura vocale di Gina Gleason, presente praticamente in tutto il disco, che con una timbrica femminile non troppo dolce e assolutamente non leziosa, ma piuttosto asciutta ed essenziale, regala una sfumatura perfetta anche all’intensa ed emozionante Emmett-Radiating Light, divisa in due parti, con la seconda condotta dal piano e dalle campane a contrastare la prima retta unicamente dalla chitarra acustica, che chiude poi il brano. Acustica anche l’enfatica Cold-Blooded Angels, nella quale fa comunque la sua ricomparsa la sezione ritmica, che annuncia una seconda parte più aggressiva, anche se forse meno interessante della prima. Dopo una sezione tutto sommato piuttosto rilassata, anche se affatto rilassante, Broken Halo riprende dinamica e potenza e riprende il riferimento all’oro e al grigio. Colpisce ancora la scelta di produzione per il suono delle chitarre, sferragliante, ai limiti del feedback, che sembra letteralmente friggere gli amplificatori. Bel pezzo in ogni caso, con una intensa parte centrale, anche se forse in questo caso viene un po’ meno l’effetto sorpresa. Borderlines ha invece il testo più duro di tutto il disco, con il J’Accuse di un condannato a morte -forse solo in senso figurato-, all’intero disegno universale e al suo Architetto, con una lunga coda strumentale che riprende con maggior dinamica lo stesso schema di I’m Already Gone. Chiude il disco Pale Sun, invocazione carica di un lirismo struggente, nella quale il testo è costituito dalla ripetizione ossessiva della formula Knives fall. Pale sun. Night’s Fall. Pale sun sinking, lasciando la chiusura all’inquietante e ripetuto verbo sinking, su una base strumentale guidata dal basso e dall’ormai consueto tappeto noise, che satura letteralmente lo spettro sonoro.

I numerosi intermezzi strumentali, le scelte contrastanti di produzione e mixaggio, che faranno letteralmente impazzire e dividere sul risultato i fan del gruppo, l’evidente ambizione del progetto album e il definitivo superamento di ogni concetto di genere, rendono Gold & Grey un disco che lascerà senza dubbio il segno. I Baroness non sono fatti per vivere di rendita e lo dimostrano con un’uscita che ne testimonia tanto la crescita artistica, quanto ancora una volta una irriducibilità nella forma/formula creativa che rischia di essere l’elemento decisivo verso l’alto quanto verso il basso. Non è un disco fatto per essere amato a prima vista, quanto per testimoniare una ricerca mai esausta e mai esaurita, una pietra filosofale rincorsa e che forse non sarà mai raggiunta, perché probabilmente non esiste. Difficile dire se questo sia il miglior album dei Baroness e se sia in effetti un capolavoro. Probabilmente no, perché non tutto suona al meglio e la seconda parte del disco, pur non mostrando brani meno che belli, risulta un po’ discontinua e dispersiva, frammentata dai troppi intermezzi e mancante di una traccia realmente vincente. Siamo comunque di fronte ad una grande band, capace di reinventarsi di continuo e di mostrare ancora una volta di essere tra le poche intenzionate ad andare davvero oltre volando alto, artisticamente e perché no, anche a livello di riconoscimento da parte degli appassionati, con un disco pensato, sentito e voluto sotto ogni aspetto. Da premiare, senza dubbio.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
75.1 su 10 voti [ VOTA]
SkullBeneathTheSkin
Sabato 7 Settembre 2019, 13.28.38
15
Scusatemi ma dal telefono non posso postare più di quattro righe, così ho divuto smezzare
SkullBeneathTheSkin
Sabato 7 Settembre 2019, 13.26.36
14
... ad un bivio nel mio pensiero: forse una strada alla karma2burn? Mmm, non sento l'energia muscolare adeguata... magari una female voice? Per dare un tocco ancora più personale, come era (fatte le debite proporzioni, permettimelo) fresca la voce nel pop rock dei Garbage... volendo appunto 'pensare' ad un Esperimento. Perché? Perché così i Baroness stanno un gradino e mezzo sotto le loro potenzialità, imho
SkullBeneathTheSkin
Sabato 7 Settembre 2019, 13.21.08
13
@Lizard: il discorso vocals mi è venuto in mente perché non ho potuto fare a meno di notare che nella tua recensione menzioni la voce aggiunta ma mai quella principale, in nessuna accezione. Mi è parso strano e mi son detto "beh.." ed ho postato il mio pensiero a riguardo. A mio avviso il cantato non toglie nulla al valore della proposta (come purtroppo non avviene per altre band, tipo i Vektor) ma non la eleva... e qui sono arrivato...
Lizard
Venerdì 6 Settembre 2019, 22.16.05
12
Sul tema voce, il cantato monocorde e straziato è evidente retaggio del background sludge/post metal del gruppo. Pur non possedendo particolari doti tecniche e interpretative, in ogni caso, Baizley sta palesemente arricchendo la propria vocalità e devo dire che si sente che sta spingendo al limite il suo range per andare oltre i propri limiti. Se prosegui con l'ascolto @Skull (questo non è un disco che si può valutare con uno o due brani ascoltati tra una cosa e l'altra), vedrai che mi darai ragione e che le doppiature fanno anche qualcosa di più. Magari continuerà a non piacerti e lo riterrai comunque limitato, ma l'impegno, se non altro, lo riconoscerai!
SkullBeneathTheSkin
Mercoledì 4 Settembre 2019, 13.56.39
11
@Leo: il primo paragone che mi viene in mente è con gli Elder, nemmeno loro brillano dal lato delle vocals... però l'ensemble rende quasi ingeneroso il confronto. Ho ascoltato le prime due tre tracce, senza troppa attenzione, ma mi è sembrato che queste back voice fossere più un accompagnamento -nemmeno troppo invadente- che non modifica la sostanza. Visto che non c'è da defenestrare nessuno dalla band, spero che gli venga il dubbio di cedere il microfono a Gina... se penso alla raffinatezza, al gusto, al modo di porsi fino al nome stesso dei Baroness... secondo me potrebbe essere un esperimento da fare. Magari con un EP.
Leo
Mercoledì 4 Settembre 2019, 13.38.16
10
Sisi infatti il tuo è stato un commento molto interessante da leggere, soprattutto la riflessione riguardante le vocals. Purtroppo lo penso pure io, la voce del cantante, pur non dispiacendomi affatto, rende molto difficile imporsi tra le tante proposte disponibili.
SkullBeneathTheSkin
Martedì 3 Settembre 2019, 21.48.32
9
@Leo: io esprimevo qualcosa tipo "pensiero a voce alta", una riflessione sul loro percorso fin qui. L'energia di Red e Blue credo sia svanita con il loro raffinarsi della band, rimanendo però ancora a buoni livelli con yellow/green, pur un po' dispersivo come si rischia sempre col doppio album. Purple non me lo spiego, spento proprio. Questo non lo giudico perché me lo voglio sentire in cuffia, prossimamente. Ho dato un assaggino
Leo
Martedì 3 Settembre 2019, 21.18.35
8
Per me il sound è irresistibile, sono scelte artistiche. Questo disco suona proprio come piace a me. Peccato che non a tutti piacciano questi suoni, mi rendo conto che oggigiorno possano essere considerati sottotono. Lo sto ascoltando con calma, per ora mi piace molto.
Galilee
Martedì 3 Settembre 2019, 17.16.30
7
Bravo Skull. Concordo. In realtà ho resistito fino a purple che ho anche apprezzato nell'immediato. Peccato sia durato poco. Con questo non ci provo nemmeno anche perché sono in arretrato con mille dischi e quindi devo fare delle scelte.
SkullBeneathTheSkin
Martedì 3 Settembre 2019, 17.11.39
6
Secondo me c'è un problema di fondo, questi sono bravi e non poco, ma la particolarità del suono (fin dagli esordi perchè di prodotto decentemente non ne hanno uno di disco) e questa "continua ricerca" a mio avviso sono un espediente e basta. Il cantante non è adeguato, la tecnica e le doti non sono all'altezza del resto dell'amalgama. E' il loro tallone d'achille tanto è vero che adesso leggo di backing vocals femminili molto presenti, un passettino verso quel che penso io... quando gli strumenti prevalgono c'è del buon rock da ascoltare ma il cantato è di un monocorde spaventoso e purtroppo non aggiunge ne aggiungerà mai quel "quid" che li farebbe emergere. All'inizio mi piacevano molto, Red e Blue sono ottimi, poi mi hanno stufato. Leggo mirabilie del nuovo lavoro, a firma Lizard pure, ma niente basta la prima traccia a farmi passare la voglia di ascoltare il resto... mi sembra ben nutrita la trcklist, ci riproverò appena l'autunno mi avrà mandato in paranoia
Graziano
Lunedì 2 Settembre 2019, 19.22.33
5
Per me la produzione è imbarazzante. Poteva essere un capolvoro, sembra inciso in una cantina con mangianastri da discount.
Alex HeavySound
Lunedì 2 Settembre 2019, 14.09.28
4
Un lavoro eccelente, la produzionei è fantastica cosi. Ascoltato svariate volte e non posso che dare il mio 90, non mi stanca mai.
DEEP BLUE
Lunedì 2 Settembre 2019, 7.41.39
3
Forse il migliore con Blue. Va ascoltato bene...l'innesto dei nuovi elementi ha portato altri colori sulla tavolozza, cercando su internet e' possibile sentire alcuni brani nelle ottime versioni acustiche. La produzione non e' un errore e' perfetta cosi
Pacino
Domenica 1 Settembre 2019, 12.41.38
2
Grande band, disco in leggera flessione rispetto al passato. Fisiologico dopo una serie di semicapolavori. Voto 74.
Korgull
Domenica 1 Settembre 2019, 12.15.47
1
Il disco è favoloso, da amare al infinito, ma proprio non capisco perchè l'abbiano registrato cosí....
INFORMAZIONI
2019
Abraxan Hymns
Alternative Metal
Tracklist
1. Front Toward Enemy
2. I'm Already Gone
3. Seasons
4. Sevens
5. Tourniquet
6. Anchor's Lament
7. Throw Me an Anchor
8. I'd Do Anything
9. Blankets of Ash
10. Emmett-Radiating Light
11. Cold-Blooded Angels
12. Crooked Mile
13. Broken Halo
14. Can Oscura
15. Borderlines
16. Assault on East Falls
17. Pale Sun
Line Up
John Dyer Baizley (Voce, Chitarra, Piano, Organo, Sintetizzatori, Percussioni, Glock)
Gina Gleason (Chitarra, Voce, Chitarra acustica)
Nick Jost (Basso, Cori, Piano, Rhodes, Sintetizzatori, Chitarra, Percussioni, Archi, Campane)
Sebastian Thomson (Batteria, Chitarra)
 
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