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Siouxsie and the Banshees - Kaleidoscope
01/09/2019
( 557 letture )
Un anno dopo il lugubre Join Hands, i Siouxsie and the Banshees danno alle stampe Kaleidoscope. Proprio come il caleidoscopio cui il titolo fa riferimento, il terzo lavoro di Siouxsie Sioux e compagni si presenta vario e ricco di diverse sfumature. Una freschezza compositiva dovuta probabilmente al repentino cambio di formazione subìto poco prima. Durante il tour promozionale di Join Hands infatti, i Banshees rimangono di colpo orfani del chitarrista John McKay e del batterista Kenny Morris, rimpiazzati in tutta fretta da Robert Smith, che ritorna ai The Cure una volta finito il tour, e dal batterista Budgie, che invece resterà fisso nei Banshees. È quindi con una line-up rinnovata per metà, completata dal chitarrista John McGeoch, che Siouxsie Sioux e Steven Severin danno luce a Kaleidoscope. Un distacco trasmesso fin nei solchi dell’album, definito dalla cantante quasi come il frutto di un’altra band.

Distacco, d’accordo, ma anche continuità, perché il sound dei Banshees mantiene le stesse caratteristiche di base: oscuro, ossessivo, tribale, asettico. Kaleidoscope segna però un netto miglioramento qualitativo, riscontrabile nella freschezza e nella varietà dei brani. Per la prima volta poi, la band sconfina nel territorio della musica elettronica, sperimentando con sintetizzatori e drum machines. L’opener Happy House mostra la prima delle molte anime che compongono l’album. Basata su un pulsante tappeto ritmico inframezzato a una melodia indovinata, la canzone si rivela sorprendentemente solare e leggera. Batteria e basso metronomici in primo piano, chitarra ridotta ai minimi termini, il brano è sovrastato dall’inconfondibile voce di Siouxsie Sioux, anch’essa maturata rispetto alle prime uscite. La stessa leggerezza si riscontra anche Hybrid che si dimostra però più dilatata e acida, sciolta in una litania che si porta ai limiti della psichedelia. Si torna in territori più oscuri con Tenant, un brano teso, ipnotico, e attraversato da costanti scariche di tensione. La strumentale particolarmente asciutta mette ancor più in risalto l’altalenante ed espressiva voce della cantante. Brilla in tutta la sua oscurità anche Christine, che vede l’alternarsi di un’ossessiva linea di basso e di una decadente melodia d’organo, così come l’inquietante Paradise Place, che si distingue per la tagliente linea di chitarra e i vocalizzi di Siouxsie. Sotto questa cortina metallica risalta il basso saltellante di Severin, che conferma una volta di più le sue grandi qualità. Bandita dalla maggior parte dell’album, la chitarra fa la sua comparsa più marcata in Trophy. Un contorto riff à la Talking Heads lascia spazio ad un ritornello lineare e coinvolgente, impreziosito ancora una volta dall’imperiosa voce dell’istrionica cantante. La breve Clockface risuscita il punk per appena un minuto e cinquanta, rileggendo già in chiave post, mentre l’elettronica fa la sua comparsa nei due episodi più sperimentali dell’album, Red Light e Lunar Camel. Vera gemma oscura, la prima si dipana in maniera quasi scabrosa nel su incedere in sei ottavi, mettendo in risalto un sintetizzatore cupo e grasso, scandito da una drum machine più che mai chirurgica. Più sognante la seconda, una nenia asettica e lugubre, intrisa di un’atmosfera esotica espressa dalla melodia arabeggiante. La stessa atmosfera pervade la sontuosa Desert Kisses, una danza ipnotica attorno ai fuochi allucinati del deserto.

Giunti alla fine dell’album, si fa in fretta a capire il motivo dell’incredibile statuto del gruppo inglese, considerato a giusta ragione pioniere di svariati generi musicali. Si tratta della capacità di sapersi reinventare di album in album, il passare con naturalezza dal punk inquietante e acerbo del debutto ai tribalismi del quarto lavoro Juju, passando per la cangiante galleria di suoni contenuti in Kaleidoscope, il tutto migliorandosi sempre di più. Meno ostico dei precedenti, il terzo album dei Banshees sfoggia un pugno di brani ispiratissimi, che vanno a colpire diversi stati d’animo dell’ascoltatore, passando dalla cupezza più funerea a momenti di schiarita, sempre però con la stessa intensità. È anche per questo motivo che Kaleidoscope scalò le classifiche in patria, segnando il miglior risultato mai ottenuto dalla band.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
81.28 su 7 voti [ VOTA]
Stagger Lee
Martedì 3 Settembre 2019, 15.37.33
2
Paradise place da sola vale il voto. 90 pieno✌
Madlegion71
Lunedì 2 Settembre 2019, 0.08.01
1
Un album di rottura, che ebbe il solo difetto di precedere Juju, con cui se la gioca per quanto riguarda il miglior album della loro carriera. Parte del merito fu anche della collaborazione con Steve Jones dei Sex Pistols. L'unico passaggio a vuoto secondo me è Hybrid, che ho sempre trovato noioso come brano, altrimenti sarebbe stato un album perfetto.
INFORMAZIONI
1980
Polydor Records
Post Punk
Tracklist
1. Happy House
2. Tenant
3. Trophy
4. Hybrid
5. Clockface
6. Lunar Camel
7. Christine
8. Desert Kisses
9. Red Light
10. Paradise Place
11. Skin
Line Up
Siouxsie Sioux (Voce, Chitarra, Sintetizzatore)
John McGeoch (Chitarra)
Steve Severin (Basso, Chitarra, Piano, Sintetizzatore)
Budgie (Batteria)
 
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