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Ancient Moon - Benedictus Diabolica, Gloria Patri
04/09/2019
( 490 letture )
Un buon vino è sempre un buon vino, ma per assaporarne al meglio tutte le qualità insite nei suoi colori, nei suoi profumi e nel suo sapore, si deve sapere quando e come gustarlo. Serve il giusto bicchiere, che ne convogli gli aromi, la giusta temperatura e il giusto piatto da abbinare. Certe volte è così anche per la musica, per quel bell’album dalla copertina particolarmente affascinante, capace di suscitare trepidazione prima di ascoltarlo. Certe produzioni nascono volutamente con l’intento di essere estremamente piacevoli sotto particolari condizioni, e proprio questa è stata la mia impressione quando ho ascoltato l’apertura omonima dell’album Benedictus Diabolica, Gloria Patri.

Lo ammetto, ho peccato d’ingenuità nell’averlo ascoltato la prima volta col caldo a mezzogiorno di fine agosto, che coi suoi bei 40 gradi all’ombra quasi m’ha fatto invidiare la freschezza tombale. D’altronde, da chi definisce il proprio genere ritualistic black metal, va da sé che la temperatura di servizio ideale dovrebbe essere almeno una trentina di gradi sotto la media estiva, in luogo asciutto e lontano da fonti di calore. Ascoltando l’album nelle più disparate fasce orarie, ho potuto sperimentare quanto fosse fondamentale trovarsi nel giusto umore e nel giusto momento della giornata. Questo fattore mi ha un lasciato un po’ interdetto: è un bene o un male che qualcosa sia così influenzato da fattori esterni? La risposta credo sia fortemente soggettiva. Anche l’umore inficia parecchio sulla godibilità dell’opera, al punto da risultare quasi fastidiosa qualora ci si approcciasse nel momento sbagliato.

Dando un’occhiata alla tracklist, si capisce subito che i due brani sono in realtà un’unica bestia bicefala. Rispettivamente di 18 e 20 minuti l’una, le tracce regalano una lunga discesa verso un abisso affascinante. All’ingresso un fade in di chitarre stridule ci accoglie, ponendoci davanti a un portone tetro, le cui porte ci verranno spalancate d lì a breve con blast beat di batteria crudo ed efficace. L’intento ritualistico verrà perseguito con determinazione lungo tutta l’opera, e questo ci viene fatto capire fin da subito nei primi tre minuti in cui la chitarra stride oscillando tra sparute note. I sintetizzatori usati per creare i momenti più cupi peccano un po’ per scelta dei suoni, discreti nella melodia ma non troppo ricercati nel timbro. Le voci non emergono mai violentemente in primo piano, e preferiscono fondersi con i tunnel sonori scavati dalle chitarre: a tratti quasi grugniti, gli urli riverberati alimentano sempre più questa dimensione onirica e maligna, incorniciata da cori lontani nei momenti topici. È molto interessante il cambio intorno al minuto 5:40, le chitarre sembrano iniziare un’arrampicata come artigli che cercano di avvinghiarsi alle nostre gambe per farci scendere più in fretta nella nera tempesta. È lodevole l’intento di voler mantenere in piedi una furia praticamente inesauribile, mentre i pochi momenti di calma presenti cercano di rafforzare la presa ipnotica di questo rituale D’altronde, la ricerca di un’estetica mirata era già evidente dalle copertine degli album, esemplari nella coerenza e stilisticamente suggestive. Dal decimo minuto in poi, un altro giro di chitarra altrettanto semplice ed efficace ci fa capire che il rituale è diviso in più parti, ognuno con una funzione specifica. Infine, un organo segna la chiusura della prima parte, quasi dimentico di essere uno strumento e più simile a un sacerdote che con sommi gesti conduce e scandisce la predica.

La seconda parte inizia chiara e cadenzata, con note centellinate nel rispetto della tradizione. Siamo entrati in una camera simile a quella già visitata, ma avvertiamo la sensazione di essere scesi in un piano decisamente più profondo. Tutto si sta incupendo, e la batteria batte pochi rintocchi, facendoci sentire la durezza di una pietra nera. Capiamo così che ci stiamo addentrando nelle caverne naturali da cui proviene l’oscurità; tutto il nero artificiale frutto dell’uomo lo abbiamo abbandonato nella traccia precedente, e riusciamo a percepire solo adesso il vero padrone di questa dimensione. La seconda parte risulta decisamente più convincente, forse perché guidata da una vena più viscerale e sentita. Intorno all’ottavo minuto si ripresenta una sezione in cui la batteria batte altri rintocchi, stavolta più lontani, dandoci l’impressione di essere entrati in una grotta ancora più grande e profonda; i colpi sembrano gocce colanti da immense stalattiti, mentre la consistenza della materia inizia ad essere confusa; l’oscurità prima intangibile sembra ora permearci come un fluido e il tutto è diventato insostenibile. In una sorta di fuga che sa di liberazione, verso la fine una violenta risalita ci riporta alle prime note con cui ci hanno accolto le chitarre all’inizio. Come se fossimo rimasti sott’acqua per troppo tempo, avvertiamo la necessità di risalire in superfice il prima possibile per avere una possibilità di salvezza. La vera oscurità è estranea all’uomo, è per qualcosa di più grande e il rituale era necessario per farci comprendere tutto questo.

Nel momento in cui sto scrivendo questa recensione, è notte fonda, sono dell’umore giusto, e queste sensazioni le ho avvertite con intensità, rimanendone allo stesso tempo stupito e un po’ amareggiato. Estremamente indeciso sul verdetto, ho preferito aspettare il giorno dopo per riascoltarlo in un momento della giornata meno suggestivo: l’abbiocco post-pranzo. Il voto è frutto della media di due valutazioni: una lucida, che analizza i punti forti e deboli dell’album, e l’altra più trasportata nella dimensione appena esperita. Nonostante per buona parte la ritmica e la melodia sia efficace negli intenti, non risulta mai toccare un apice che non sia stato già raggiunto da altre opere. La resa generale, anche a livello estetico, è ben riuscita, ma si avverte l’assenza di quel quid che possa rendere Benedictus Diabolica, Gloria Patri una punta di diamante e di riferimento. Come già detto, si poteva decisamente curare meglio la scelta per i suoni dei sintetizzatori, buoni ma non perfetti. Il forte misticismo e le sensazioni che emergono durante l’ascolto sono sicuramente l’elemento più rilevante dell’album, ma sono accessibili solo sotto le particolari condizioni già accennate. Questo fattore mi ha portato ad intiepidire un po’ il voto, perché più volte mi son ritrovato ad oscillare da un quasi novanta a un severo settanta. Ragionandoci, questa peculiarità potrebbe rafforzare la sensazione di vivere un rituale: c’è un tempo e un luogo per ogni cosa! Provate a pensare al senso di sacralità che una messa potrebbe suscitare se venisse svolta in un supermercato e capirete cosa intendo.

Gli Ancient Moon, nell’anonimato, rilasciano una chicca che probabilmente farà impazzire i “predestinati”, mentre per altri potrebbe risultare ostico e noioso anche dopo più ascolti. Nel complesso, l’album è sicuramente interessante e si mantiene su un buon livello per tutta la sua durata, ma la volontà di innalzarlo a perla nera del black probabilmente rimarrà, anche negli anni, una scelta fortemente soggettiva.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
70 su 4 voti [ VOTA]
Sminkiato
Giovedì 5 Settembre 2019, 22.53.53
1
Ottimo cd, si ascolta com piacere . Consigliato
INFORMAZIONI
2019
Iron Bonehead Productions
Black
Tracklist
1. Benedictus Diabolica, Gloria Patri, Part 1
2. Benedictus Diabolica, Gloria Patri, Part 2
Line Up
J (Voce, Basso, Tastiere)
O (Chitarra, Voce)
B (Batteria, Voce)
 
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