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The Jesus Lizard - Goat
07/09/2019
( 387 letture )
Nati nel 1988 a Chicago, i The Jesus Lizard rappresentano una delle band seminali nel sottobosco di generi componenti il rock alternativo che si stavano formando negli anni novanta, rivelandosi un punto fermo per lo sviluppo del noise e del post rock in generale. La fonte del nome non è da ricondurre ad alcuna connotazione religiosa o blasfema, bensì alla biologia, prendendo spunto dal nome scientifico di una lucertola preistorica conosciuta più comunemente come basilisco. Considerando però che la lucertola in questione è in grado di camminare sull’acqua, forse il riferimento biblico c’è eccome. Dopo un EP realizzato con l’ausilio della drum machine, la formazione trova una sua quadratura con l’entrata in pianta stabile del batterista Mac McNeilly e dà alle stampe il suo primo full lenght intitolato Head. Il debutto dei The Jesus Lizard è sicuramente un lavoro controverso e dal sound non facilmente assimilabile, frutto dell’unione di molteplici influenze che vanno a mescolare il noise nella sua forma base con il rock alternativo, il punk di matrice hardcore e perfino il jazz ed il blues. Nonostante la poca appetibilità della proposta, il disco d’esordio ottiene degli ottimi riscontri da parte della critica, venendo considerato da più fonti come un capolavoro nel suo essere grezzo.
Il seguito di Head arriva già l’anno successivo con la pubblicazione di Goat, prodotto da Steve Albini, che nel giro di poco tempo verrà contattato dallo stesso frontman dei Nirvana per la realizzazione di In Utero. Goat presenta al su interno nove tracce, una in meno del suo predecessore, ma troverà il modo di far recapitare nella sua interezza il messaggio trasmesso dalla band e lasciare il segno negli anni a venire.

Si aprono le danze con Then Come Dudley e già dai primi secondi si ha una chiara idea di cosa siano i The Jesus Lizard. Con una sezione strumentale che alterna groove precisi di batteria a un riff di chitarra snervante ed incessante, i quattro si pongono subito l’obiettivo di mettere a dura prova la tenuta psichica dell’ascoltatore, che dopo un minuto vede stagliarsi sopra tutti la sagoma di David Yow, il quale completa il quadro caotico del brano.
Se l’opener dava un benvenuto destabilizzante all’ascoltatore nella dimensione allucinata dei The Jesus Lizard, Mouth Breather rincara la dose, con un riff di chitarra più robusto e se vogliamo più affacciato al rock classico, mentre il giro di basso disegna un loop perpetuo di claustrofobica paranoia e la batteria stravolge continuamente i tempi della propria ritmica. Raramente capita di sentire una chitarra così disturbante come nel riff d’apertura di Nub, ma è con Seasick che si raggiunge il massimo del disagio: il frontman è istrionico nel trasmettere la sua fobia di affogare, scavando nei più oscuri meandri della psiche umana e riportando alla luce sensazioni di agitazione e di panico, un terrore talmente sfuggito al nostro controllo da portarci allo stato di squilibrio frenetico più irrazionale. Sebbene rientri in limiti più canonici, Monkey Trick lascia comunque che sia la tensione a regnare sovrana, con un giro di basso ossessivo, mentre Yow sale nuovamente in cattedra urlando a squarciagola e litanizzando parole in un flusso psicologico talmente divorato dall’ansia da sembrare delirante, intervallato da riff serrati che sembrano infierire ulteriormente sul malcapitato. L’intro di Karpis concede una breve tregua, sebbene sia solo questione di pochi secondi prima che lo svolgimento della canzone rovesci nuovamente la barca nel mare dell’agitazione. A distinguersi maggiormente in questo brano e nel successivo South Mouth, in cui esce maggiormente la vena hardcore punk del gruppo, è l’apporto della batteria, che accompagna senza respirare un attimo i monologhi disagianti di Yow, le cui urla laceranti, insieme agli arpeggi ipnotici di Denison, dipingono il quadro di follia presente in Lady Shoes. Chiude l’album con un gioco di parole Rodeo In Juliet, al termine della quale l’ultimo risucchio vocale del cantante lascia l’ascoltatore con una profonda sensazione di vuoto dentro.

In verità un track by track non riesce ad inquadrare perfettamente l’idea complessiva dell’album, poiché è nella sua intera durata che l’intento della band raggiunge il suo vero scopo e trasmette a pieno le sensazioni prefissate. Senza contare che sebbene si sia parlato tantissimo di quest’album e ancora per molto si continuerà a farlo, la dimensione di disagio e paranoia è talmente peculiare all’interno della musica che per forza di cose solo parzialmente si può dare a parole l’idea di quello che riesce a scaturire a livello di sensazioni. Durano poco le canzoni a livello di minutaggio, tuttavia i tempi sono dilatati e riescono a sembrare lunghissimi ed istantanei in egual misura.
Ritenuto da molti come il capolavoro ed il picco massimo della band, Goat riprende il contenuto di malessere viscerale che contraddistingueva il debutto, espandendone la dimensione caotica e smussando dove serviva. Durante tutta la sua durata il disco costituisce per l’ascoltatore un tour de force devastante ma allo stesso tempo assai stimolante, dando la sensazione di qualcosa difficilmente eguagliabile in termini di estremismo dissonante. Se gli anni Novanta sono stati il decennio che più di tutti si è prefissato di raccontare il malessere in musica, i The Jesus Lizard ne sono tra i massimi rappresentanti.



VOTO RECENSORE
92
VOTO LETTORI
85.37 su 8 voti [ VOTA]
gennaro
Domenica 8 Settembre 2019, 22.10.57
5
Band grandiosa
NoFun
Sabato 7 Settembre 2019, 15.00.51
4
Ce l'ho ma non è che mi abbia mai trasmesso questa angoscia di cui si parla (continuando, scherzando ma non troppo, il "gioco al ribasso" di @Jan Hus dico che Le Plat Pays di Jacques Brel al confronto è da appendersi al lampadario) anzi a dire il vero l'ho sempre considerato un noise alternativo interessante ma meno graffiante dei predecessori Scratch Acid. Però me lo riascolto tenendo conto 1) delle indicazioni del buon Fabio 2) dei testi ai quali non ho mai fatto attenzione 3) a come Yow mi sembri simile al Nick Cave degli inizi che sto scoprendo adesso seguendo in ritardo i consigli del buon Stagger Lee.
Black Me Out
Sabato 7 Settembre 2019, 14.58.11
3
Capolavorissimo! Uno dei miei dischi della vita esaltato da una splendida recensione.
Jan Hus
Sabato 7 Settembre 2019, 12.21.38
2
A me questo album trasmette più angoscia di Death - Pierce Me di Silencer, e ho detto tutto. Comunque mi sembra il classico album più commentato che ascoltato. La recensione ci voleva e il voto secondo me è più per l'importanza storica e l'impatto che non per la qualità in sé.
Epic
Sabato 7 Settembre 2019, 12.09.19
1
Discone, uno dei capolavori cult del noise rock. Una delle migliori band degli anni 90
INFORMAZIONI
1991
Touch and Go Records
Noise
Tracklist
1. Then Comes Dudley
2. Mouth Breather
3. Nub
4. Seasick
5. Monkey Trick
6. Karpis
7. South Mouth
8. Lady Shoes
9. Rodeo in Juliet
Line Up
David Yow (Voce)
Duane Denison (Chitarra)
David Wm. Sims (Basso)
Mac McNeilly (Batteria)
 
RECENSIONI
85
 
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