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Aldi dallo Spazio - QuasAr
11/09/2019
( 731 letture )
Il progressive per definizione è un genere sperimentale, un amalgama di idee e ispirazioni poliedriche che possono danzare tra loro con rinnovato vigore ogni volta che lo si voglia, grazie soprattutto alla libera natura intrinseca ricca di non-schemi jazz. Definire l’evoluzione del genere dai suoi albori -anche più di cinquanta anni fa, dipendentemente dalle correnti di pensiero- sino ai nostri giorni, è pressoché impossibile. Eppure è denotabile nella musica rock e metal degli ultimi anni la ricerca di un continuo scimmiottamento di sonorità e idee già sentite, già applicate dai numerosi pionieri, macchiando forse un’enorme fetta di artisti del panorama contemporaneo. Cosa rende quindi oggi un buon disco di progressive tale? Molto probabilmente, oltre le lapalissiane capacità compositive, è proprio l’originalità, il saper stupire l’ascoltatore con giri divertenti e mai banali, in cui le ispirazioni si limitano a essere tali senza diventare full-length di cover subdolamente mascherate. Il debutto degli Aldi dallo Spazio QuasAr è esattamente questo: un disco riuscito, divertente, fresco e cosciente della storia della musica progressive italiana e non. Ma andiamo con ordine.

La formazione è composta principalmente da cinque giovani musicisti: Dario Federici al microfono e alle tastiere, Simone Sgarzi e Davide Mosca alle chitarre, Marco Braschi alle quattro corde e Lorenzo Guardigli alla batteria, ai quali si aggiungono le prestazioni sporadiche di Marco Zoli al sax. Una formazione messa in piedi dal 2015 ma che solo quattro anni dopo ha prodotto i cinque brani facenti parte di QuasAr, districati in circa cinquanta minuti.

La canzone d’apertura è Long Time Lover, il cui inizio psichedelico dai profumi medievali preannuncia un inizio convinto e ben orchestrato. Il giro melodico che si andrà ad ascoltare ricorderà piacevolmente in alcuni momenti -e per i più appassionati del mondo videoludico- la theme song di Halo. Le pelli sono gestite con classe, Federici si comporta bene e il tutto si tiene per mano in un brano di un rock estremamente divertente e goliardico, in cui le sonorità degli anni ’70 e ’80 si incastrano con delle schitarrate spassionate adatte ai più nostalgici.

Ben dieci minuti compongono invece The Distance: inizio atmosferico e arpeggio cervellotico fanno da sfondo alla sezione vocale nebbiosa. Proprio quando il brano sembra stia per esplodere, ecco che si ferma, facendo ricominciare il giro arpeggiato. L’esplosione musicale che prima era una chimera ora è realtà e un riff monocorda si fa effige di un guitarwork più pesante rispetto al pezzo precedente. È però vero che gli Aldi dallo Spazio si sono divertiti anche più di noi ascoltatori, non a caso tutto si riassopisce e viene riaperto da un buon groove e da sonorità lounge; i bpm risalgono in una festa di riff di puro rock, senza rinunciare a certi labirinti compositivi capaci di avvalorare il tutto. Le quattro corde di Braschi si fanno sentire e donano un pizzico di cupezza a questa sfilza di colori durante l’intero intreccio, in cui le chitarre mutate e gli accordi di tastiera si inseriscono in un pertugio con l’ultimo exploit (plauso alle pelli). Come definire il brano? Un’ottima mini-suite fautrice di emozioni variegate e rese con inaspettata classe.

Discreta la successiva Little Piggy Will, anch’essa pacata nella sua apertura ed emblema della buona produzione dietro il disco, grazie alla resa dei riff sarà facile notarlo. L’andatura del brano è floydiana così come numerose sonorità presenti nell’intera canzone; un piacevole assolo viene gettato nelle orecchie degli ascoltatori dopo il ritornello, esplodendo poco dopo in un piacere sonoro, per poi acquietarsi completamente. L’ultimo terzo è quasi tooliano e il suo carattere stridente anticipa un finale riflessivo e ispirato.

È però Santana (A Freedom Song) il pezzo forte del disco, una pietra miliare sfornata da ragazzi emergenti ma consapevoli di ciò che significa comporre buona musica. Le percussioni tribali ed il pianoforte sono maestosi, insieme alla sezione blues a carico del sax di Zoli. L’intero pezzo è un climax che si carica di energia, sonorità sofisticate e linee vocali ben ponderate. Il ritmo sincopato altera dei ritmi composti capaci di elevare l’ultima sezione del brano a capolavoro di tempistica musicale e tecnica. Il rock, il blues, il jazz: tutto danza in un unicum intelligente ed elegante, di cui ogni aggiunta risulterebbe limitante.

La suite conclusiva Epiphany è invece dipanata in poco più di diciassette minuti; i primi due da godersi con attenzione, ascoltandolo si capirà meglio, e lasciando spazio poi a un leggero arrangiamento da piano bar. L’esplosione è decisamente catartica e la strofa principale denota influenze ben note ai cultori del genere. La chitarra prende possesso del secondo quarto del brano in un solismo diluito su melodie sentimentali e ben riuscite. Il sax crea un vero e proprio viaggio immaginifico, sino al settimo minuto dove tutti i musicisti ergono un labirinto impazzito che potrebbe persino ricordare Capillarian Crest dei Mastodon. Tutto funziona senza particolari intoppi, sino al pianto di un bambino che divide la suite in due parti uguali. Una strimpellata fiabesca, il rumore del mare, la sezione vocale ora divenuta nella nostra lingua madre -delicata e pacata grazia al timbro di Federici- ed infine una conclusione ineffabile, forse definibile alla maggiore come agrodolce, chiudono questo incredibile disco.

Incredibile è difatti un termine più che adatto per QuasAr, per cui spendere ulteriori parole sarebbe futile e di certo non sufficiente a far vivere quell’insieme di emozioni esperibili con il cd. Un ultimo plauso va però alla copertina, un vero e proprio capolavoro tra il vaporwave e il neoimpressionismo. Altro da dire? No, toglierei ingiustamente tempo all’ascolto di questo grandioso debutto nostrano, da godersi in ogni sua parte.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
67.6 su 5 voti [ VOTA]
Graziano
Martedì 17 Settembre 2019, 15.37.53
7
Your loss.....
Le Marquis de Fremont
Martedì 17 Settembre 2019, 12.42.31
6
Well, in effetti avevo parlato del nome, non della musica che non ho ascoltato (nemmeno gli "immensi Whitchwood"). Anyway, "Awesome Lysergic Dream Innovation dallo Spazio" non sarebbe cervellotico? Poi gli acronimi si scrivono in tutto maiuscolo. Au revoir.
Alex Cavani
Domenica 15 Settembre 2019, 21.58.47
5
D'accordissimo con @Graziano; bellissimo disco questo.
Graziano
Domenica 15 Settembre 2019, 14.59.20
4
La qualità media dei commenti è desolante... Ottimo album per un'etichetta che ha lanciato gli immensi Witchwood!!
Raven
Venerdì 13 Settembre 2019, 15.43.39
3
Aldi, oltre ad avere altri significati per la band, è l'acronimo di Awesome Lysergic Dream Innovation
Le Marquis de Fremont
Venerdì 13 Settembre 2019, 14.10.26
2
In effetti, i gruppi prog Italiani hanno la mania (o il difetto) di darsi nomi cervellotici e in alcuni casi veramente, ridicoli, come per questi. E poi perché Aldi che è un gruppo Tedesco? Potevano chiamarsi Esselunga dallo Spazio, almeno si vedeva che erano Italiani. A quando Ikea vista da Marte? Au revoir.
Oblivion
Venerdì 13 Settembre 2019, 13.06.09
1
Aldi... E la Lidl?
INFORMAZIONI
2019
Jolly Roger Records
Prog Rock
Tracklist
01. Long Time Lover
02. The Distance
03. Little Piggy Will
04. Santana (A Freedom Song)
05. Ephipany
Line Up
Dario Federici (Voce, Tastiere)
Simone Sgarzi (Chitarra)
Davide Mosca (Chitarra)
Marco Braschi (Basso)
Lorenzo Guardigli (Batteria)
Marco Zoli (Sax)
 
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