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Creed - Weathered
21/09/2019
( 590 letture )
Abbiamo già trattato i Creed per quanto riguarda i primi due album, che chiusero il decennio degli anni Novanta come meglio non si poteva, e torniamo ad occuparcene oggi parlando del terzo capitolo della loro discografia, quel Weathered che ebbe un incredibile successo commerciale e che fu segnato da un grande cambiamento interno alla line-up. La tipica formazione a quattro della band statunitense subì infatti un’importante perdita proprio nei mesi che precedettero la registrazione del nuovo lavoro, a causa dell’allontanamento del bassista Brian Marshall, facente parte della line-up originale, che aveva manifestato, molto probabilmente anche per via dei problemi di alcolismo, di non essere più in linea con le idee della band. Ma il gruppo non si perse d’animo e dimostrò di saper reagire con vigore a questo fatto: non ingaggiarono un nuovo bassista, ma fu Tremonti stesso ad occuparsi delle parti di basso durante le registrazioni di Weathered, mentre l’amico Brett Hestla (allora nei Virgos Merlot) ricoprì quel ruolo durante i successivi tour.

Weathered potrebbe a primo impatto apparire come un normalissimo album post grunge, senza grossi motivi per essere passato alla storia come il miglior lavoro in studio dei Creed. Ma questo solo se lo si approccia senza il giusto coinvolgimento, necessario ad entrare appieno nelle corde dell’album, vista soprattutto la predominanza di power ballad e di brani meno immediati che non sempre riescono a colpire nel segno fin dal primo ascolto, ma che necessitano di maggiore approfondimento per essere veramente apprezzati e compresi.
L’incipit è però senz’altro di grandissimo impatto, con due pezzi granitici come Bullets e Freedom Fighter, che mostrano l’ottimo stato di forma di uno Scott Stapp all’apice della sua carriera e la potenza senza precedenti di una sezione strumentale che chiunque invidierebbe. Le ritmiche di Scott Phillips alla batteria ben si intersecano alle linee di basso e chitarra gestite da Mark Tremonti e tutto gira al meglio; ma ancora non abbiamo sentito niente, perché il vero colpo grosso di Weathered è rappresentato dai brani meno “scontati”, se così si può dire, quei brani che ascolto dopo ascolto si rivelano essere dei veri e propri capolavori nascosti. Nascosti perché queste sono canzoni che difficilmente la massa ricorderà più di tanto, ma che il fan specifico del gruppo probabilmente considera al pari livello di una Another Brick in the Wall (ovvio che si tratta di canzoni e gruppi completamente differenti, sia ben chiaro) e ciò nemmeno si discosterebbe troppo dalla realtà. Un pezzo come Who’s Got My Back? infatti rappresenta la vera prova del nove per un gruppo come i Creed, poco abituato a brani lunghi e impegnativi (non troppo dal punto di vista tecnico, quanto da quello interpretativo), ma che qui si dimostra in grado di fare un passo più lungo di quello che normalmente ci si potrebbe aspettare. Una canzone che lascia più di una breve traccia di sé e che alza significativamente il livello di qualità dell’album, facendoci presagire altri momenti simili più avanti. Momenti che in parte arriveranno, ma mai comunque allo stesso modo. Dopo aver toccato il cielo, Signs e One Last Breath ci riportano per certi versi coi piedi per terra, non mancando di deliziarci con tocchi precisi e raffinati, con la seconda che ci porta piano piano ad un altro pezzo da novanta come My Sacrifice, caratterizzata da una melodiosità più unica che rara. Siamo solo a metà, ma è chiaro che i Creed hanno altre frecce in serbo per noi e infatti ecco calare pezzi come Stand Here with Me e la titletrack Weathered, due tra i brani più rappresentativi dell’intero album, pur tanto diversi tra loro nel mood. Avviandoci verso la conclusione scopriamo altri momenti di sicuro interesse, anche se in realtà la sensazione è quella di aver già ascoltato quanto di meglio possibile. Ma come travolti da un’ondata di vibrazioni positive non possiamo evitare di continuare ad immergerci nella magia dei Creed, che dopo una piacevolissima ma non trascendentale Hide ci salutano con due piccole gemme come Don’t Stop Dancing e Lullaby, alle quali non si potrebbe davvero aggiungere altro.

Il terzo album in studio della band originaria di Tallahassee, Florida, ha quindi tutti i connotati per essere ricordato ancora oggi, a distanza di diciotto anni dalla sua uscita, come uno dei migliori esempi di sempre nel genere. I Creed non hanno mai avuto nulla da invidiare alle band “concorrenti” e loro contemporanee, se non semmai una maggiore longevità e un numero maggiore di pubblicazioni. Ma dal punto di vista qualitativo e tecnico pochi possono vantare il curriculum della band di Stapp, Tremonti, Philips e Marshall, che inseriamo perché senza il suo nome anche quello dei Creed perderebbe di veridicità. Delle vicende successive all’album non parleremo, perché poco ha a che fare con la recensione del suddetto, ma un rammarico rimane ed è quello di non aver più avuto un valido successore di Weathered negli anni. Ma a volte basta poco per creare un mito, anche un semplice album di una band con soltanto quattro titoli nella propria discografia può farlo. E non potremmo esserne più felici.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
61 su 5 voti [ VOTA]
Marcio
Venerdì 8 Novembre 2019, 11.05.19
6
per me è il migliore album dei creed e di tutta quanta la carriera si Scott e di Mark, è tutto perfetto tranne per il basso che si sente non essere suonato da un bassista professionista come poteva essere Marshall, ma per il resto è un assoluto capolavoro della storia del rock moderno !
Galilee
Giovedì 26 Settembre 2019, 14.39.34
5
Li ho sempre considerati un gruppo decisamente isignificante. Ottimi musicisti e professionisti su questo non si può dir nulla, ma artisticamente lo zero assoluto a mio avviso. Senza contare la noia che ti assale ti prende e non va più via. Mi passarono i loro dischi da ascoltare , cosa che feci, ma a fatica e credo che nessuno di loro possa andare oltre un 65.
SkullBeneathTheSkin
Giovedì 26 Settembre 2019, 14.08.06
4
Alter Bridge > Creed. Da che lato la si voglia guardare, c'è poco da fare, è così.... e non sembrerebbero nemmeno avere costole in comune. In ogni caso una volta tanto benedisco l'etichetta, post-grunge, che qui trova applicazione perfetta anche oltre le intenzioni, con il "post" che si può tranquillamente equiparare ad un colpevole ritardo. Il disco in se non è male, ma concordo col "poverosilvio" che sia una palla mostruosa. Uscito al crepuscolo della scena madre, soltanto oggi (a distanza di un botto di tempo) può illuminarsi di riflesso come pezzo della storia di Tremonti, pertanto non mi stupisce il voto dei lettori che condivido in pieno. Non è brutto ma è noioso, è grunge senza un eroe alla Cantrell o alla Vedder (per lasciar stare i defunti). Anche per me sul 70 ma non oltre
Vittorio
Giovedì 26 Settembre 2019, 12.50.04
3
Ho preso questo disco, ma solo per il pezzo My Sacrifice che mi ha fatto scoprire per la prima volta Mark Tremonti.
Silvio Berlusconi
Lunedì 23 Settembre 2019, 9.02.52
2
la noia fatta a musica per quel che mi riguarda
Sebastian
Domenica 22 Settembre 2019, 14.44.06
1
Grandissimo disco, certamente più radio friendly dei precedenti e in particolare dell'esordio, ma di altissima qualità
INFORMAZIONI
2001
Wind-Up Records
Post Grunge
Tracklist
1. Bullets
2. Freedom Fighter
3. Who’s Got My Back?
4. Signs
5. One Last Breath
6. My Sacrifice
7. Stand Here with Me
8. Weathered
9. Hide
10. Don’t Stop Dancing
11. Lullaby
Line Up
Scott Stapp (Voce)
Mark Tremonti (Chitarra, Basso, Cori)
Scott Phillips (Batteria)
 
RECENSIONI
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