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Ram - The Throne Within
22/09/2019
( 560 letture )
Giunti a vent’anni di carriera, con cinque album alle spalle, probabilmente nessuno si aspetta ormai dai Ram qualcosa in più di quello che hanno sempre suonato: heavy metal ottantiano, appuntito e tagliente, senza compromessi e libero da qualunque vincolo che non sia l’aderenza amorevole agli stilemi del genere. In sostanza, dei bravi manovali del metal, senza particolari picchi creativi, ma solidi e capaci quanto basta per non cadere nell’autoriciclaggio e in quella spiacevole sensazione di stopposità e ancor più cruenta inutilità che colpisce gran parte dei colleghi revivalisti. Gli svedesi d’altra parte possiedono quella rara dote che è la capacità di scrivere brani rispettando la Maniera, ma non per questo essendone schiavi: la loro linea non dipende dalla ricerca disperata di un canone da replicare all’infinito, ma appunto dal Vero Amore, che per essere tale deve essere travagliato, doloroso, ma anche divertente, autentico, vivo. Questa è la differenza oggi come oggi tra chi "suona" heavy metal classico e chi lo "vive": è assolutamente superfluo sottolineare come nulla di quanto proposto dai Ram possieda anche la minima scheggia di originalità o di particolarità nelle scelte compositive o melodiche. Niente di più classico e confortante per il palato del metallaro nostalgico. Eppure, proprio per questo, essere capaci di rendere il tutto in maniera viva, affatto noiosa e anzi saltellante e martellante, come fosse suonata sul palco in quell’istante in un tripudio di sudore, watt, riff e assoli sparati a velocità su ritmiche rocciose e tirate, risulta difficile e diremmo sempre più raro. Il rischio "plasticone" indigeribile è sempre dietro l’angolo, ma ascoltando The Throne Within, sesta uscita da studio, è davvero difficile immaginare di trovarsi di fronte ad una band così esperta e non invece un gruppo di esaltati ragazzi con la testa persa in una sognata quanto mitizzata epoca d’oro della quale alla fine conoscono solo i racconti e appunto l’epopea mitica cristallizzata nell’intoccabile teca dell’immortalità metal.

The Throne Within non tradisce assolutamente la vena costante dell’ispirazione propria dei Ram, ovverosia un metal d’assalto, classico nelle linee melodiche quanto negli avviluppi delle chitarre e delle ritmiche in quattro quarti, che richiama i Judas Priest e volendo gli Accept, con un tocco appena di oscurità appreso dai Mercyful Fate, in particolare per lo stile del batterista Morgan Pettersson che ricorda il Kim Ruzz d’annata. Difficile immaginare qualcosa di più standard, ma è appunto questo che rende interessante l’ottimo lavoro condotto dalla band, che riesce ancora una volta e anzi forse con un risultato complessivo anche più alto del solito, a scrivere nove brani a prova di ruggine, saettanti e carichi di energia, che sembrano letteralmente fuoriuscire come lava dalle casse, aiutati in questo da una produzione perfetta, calibratissima e asciutta. Vera anch’essa, senza inutili “gonfiamenti” e con arrangiamenti che non potrebbero essere più schietti e affilati. Buona pur se migliorabile anche la prova di Oscar Calquist alla voce, con una timbrica estremamente versatile, che gli consente di passare senza fatica da una piacevole emulazione del buon Metal God, come si può sentire in Spirit Reaper e nella parte arpeggiata della successiva You All Leave, a frangenti più grintosi e quasi epici, vicino come modo -ma non come acidità del timbro- ad un Tim Baker. Colpisce poi il perfetto amalgama tra le due chitarre, sempre protagoniste e in primo piano a dettare umori e tempi dei brani e la puntualissima quanto vivace sezione ritmica, anch’essa lontana miglia e miglia dalle esasperazioni moderne e attenta invece alla dinamica dei brani, elemento questo ormai totalmente dimenticato in un mondo di produzioni iperbombastiche e batterie triggerate con effetto pala d’elicottero sempre in primissimo piano. Una cosa che proprio sembra non capire più nessuno è, infatti, l’importanza assoluta dei pieni e dei vuoti in una canzone metal, dello scontro dei contrasti, del silenzio che crea tensione. Intendiamoci, i Ram non hanno inventato niente e neanche sono chissà quali Maestri dello strumento, semplicemente applicano una ricetta consolidata, ma lo fanno al meglio. Ecco quindi che il disco scivola via con grande piacere e qualità, mettendo in luce alcuni gran bei pezzi come l’opener The Shadowwok dal riffing maideniano della prima ora e dal ritmo frenetico, graziato da una bella serie di assoli o la successiva Blades of Betrayal, priestiana nell’anima e nelle soluzioni. Come non svitarsi il collo invece in Fang and Fur, narrazione di un evento realmente accaduto, quando un banchetto di nozze organizzato nella steppa russa è stato attaccato da un branco di lupi inferociti? Pezzo perfetto, da insegnare ai ragazzi nelle scuole di musica, anche grazie alla riuscitissima parte arpeggiata centrale. Molto piacioni i refrain di Violence (Is Golden) e The Trap, con quest’ultima che gioca davvero la carta del revival ottantiano a tutti i livelli e apre la strada alla devastante No Refuge, che fa di tutto per tenere fede al titolo, vincendo il titolo di brano più aggressivo del disco e anche uno dei più tesi e interessanti da un punto di vista melodico. Sul finale, più che la citata Spirit Reaper, si fa notare You All Leave, brano dedicato al tema del suicidio e condotto tutto su un arpeggio e sull’interpretazione di Calquist che cerca davvero di rendere giustizia all’atmosfera tetra e doomish della canzone, sfoderando il meglio delle sue capacità halfordiane, fino al bel finale in crescendo. Chiude Ravnfell, gran bella traccia di heavy oscuro ed epico, con la sorpresa di Alan Averill (Primordial), ospite cantante a voce pulita, che contribuisce alla buona riuscita del brano.

Arrivati a conclusione di The Throne Within difficilmente si sarà esaltati dall’incredibile qualità dei brani o dalle costruzioni ardite e particolari, piuttosto che dalle ricercate melodie o dalle qualità tecniche superiori dei musicisti. Altrettanto difficilmente sarà possibile archiviare l’album come il "solito piatto di minestra", anche se gli ingredienti sono i più classici e immarcescibili. Si tratta indubbiamente di un album per un pubblico di affezionati, che probabilmente non interesserà altri, ormai lontani come gusto dall’heavy ottantiano professato dai Ram. Non è certo una colpa, l’orologio nel frattempo è andato avanti. Non è neanche una colpa proporre con fedeltà uno stile ormai arcaico, se lo si fa con garbo e gusto e senza fingere che il power teutonico/scandinavo sia l’heavy classico. I Ram dicevamo sono degli onesti e bravi manovali del metallo e nella pletora di inutili band che affollano la scena odierna, emergono per qualità semplici e per l’assenza di steroidi anabolizzanti da gettare negli occhi di un pubblico alla ricerca dell’effetto cinematografico, più che della sostanza. Potreste vivere la vostra intera vita senza ascoltare una loro nota e non cambierebbe niente, ma se vi capita di prestargli orecchio, non sarà tempo buttato. Certo, magari se vocalmente Calquist crescesse ancora e se magari le loro trame chitarristiche si infittissero un pochino, rendendo appena meno scontato l’evolvere dei loro brani, forse avremmo davvero una grande band. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
76.4 su 5 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Mercoledì 6 Novembre 2019, 9.21.15
4
L'avevo ascoltato ma non mi sembra esaltante come i predecessori. I Ram hanno sempre sfornato dischi che sebbene - anche se rimangono lì - hanno la loro buona conservazione per il futuro
sci-fi japan
Martedì 5 Novembre 2019, 21.01.22
3
Sul discorso dei pieni e dei vuoti che dovrebbero essere presenti nei brani metal attuali ti do perfettamente ragione, lo dico anch'io da una vita. Per me questo cd si contende ampiamente per il 2019 il titolo di migliore uscita in fatto di metal classico assieme a Angel of Light degli Angel Witch
Lizard
Mercoledì 25 Settembre 2019, 20.06.03
2
Magari alla prossima andrà meglio, dai...
Oblivion
Mercoledì 25 Settembre 2019, 18.30.47
1
Che tedio di recensione... Alla fine del primo paragrafo tutto ancora abbastanza bene, inizia il secondo e ok, dai... descrizione della band, delle prestazioni e del disco in generale, bene bene, ora si conclu...ah no, un inutile track by track (du'palle, già c'era scritto come suonava il tutto...). Finalmente, dopo la mattonata centrale, finalmente frase finale di chius... No, altre SETTE frasi di giri di parole, ripetizioni di cose già dette e ridete, aggiunte alle postille, note a pie' página e chi più ne ha più ne metta... Wow, che voglia
INFORMAZIONI
2019
Metal Blade Records
Heavy
Tracklist
1. The Shadowwork
2. Blades Of Betrayal
3. Fang and Fur
4. Violence (is Golden)
5. The Trap
6. No Refuge
7. Spirit Reaper
8. You All Leave
9. Ravnfell
Line Up
Oscar Carlquist (Voce)
Harry Granroth (Chitarra)
Martin Jonsson (Chitarra)
Tobias Petterson (Basso)
Morgan Pettersson (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Alan Averill (Voce su traccia 9)
 
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