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Acrimony - Hymns to the Stone
12/10/2019
( 264 letture )
Prima degli Electric Wizard e degli Orange Goblin, nel Regno Unito esistevano gli Acrimony. La formazione gallese, infatti, costituisce uno dei prime mover assoluti nel Vecchio Continente per quanto riguarda l’approdo verso sonorità tipicamente stoner, lanciate negli States, rimbalzate al di là dell’Atlantico e raccolte dall’allora appena nato movimento doom o death/doom. Difficile immaginare qualcosa di più lontano dai deserti californiani o dal classico scenario western texano delle verdi montagne e brughiere britanniche ma, evidentemente, nei sobborghi industriali di Swansea, qualcosa spinse cinque ragazzi ad innamorarsi di quelle sonorità torride, dilatate e fortemente psichedeliche che, direttamente dalla fine degli anni Sessanta, venivano contestualmente recuperate e ulteriormente distorte e amplificate da altri coevi musicisti a migliaia di chilometri di distanza. Formati nel 1991, gli Acrimony sono contemporanei della triade inglese che ha dato vita al death/doom, ma rispetto a Paradise Lost, Anathema e My Dying Bride, i gallesi deviarono quasi subito dalla traiettoria che avrebbe interessato le altre band e avrebbero presto abbandonato quelle gelide sonorità per darsi allo spazio profondo e, stretto un accordo discografico con la Godhead Records, salvo poi approdare per il secondo album alla Peaceville, iniziarono subito a lavorare per la composizione del loro album di debutto, arrivato nel 1994 e dal più che esplicito titolo di Hymns to the Stone.

Probabilmente il trait d’union con i pionieri dello stoner oltreoceano va rintracciato proprio nelle tematiche connesse alla visionarietà psichedelica e all’abuso di droghe “leggere” o, forse anche più profondamente, nell’amore per quelle sonorità che univano già venticinque anni prima Gran Bretagna e Stati Uniti, ovverosia Black Sabbath, Blue Cheer e Hawkwind: il blues, iperamplificato, distorto, rallentato e reso fumante e diabolica commistione di hard rock ed heavy metal primevo, a sfondo spaziale. Rispetto all’influenza più propriamente doom, lo stoner degli Acrimony risulta decisamente più hippie e “solare”, ma non per questo del tutto privo di un “lato oscuro”. Sicuramente il riferimento primario va ai Kyuss, all’epoca freschi del secondo album Blues for the Red Sun e pronti alla pubblicazione di Welcome to Sky Valley, tanto nella scelta della distorsione, quanto dei tempi dilatati, psichedelici e con il basso in fortissima evidenza, a friggere gli amplificatori. I gallesi, dal canto loro, seppero fare tesoro di quelle sonorità senza per questo diventare meri cloni della gloria altrui e anzi amplificarono ulteriormente lo spettro del genere, contribuendo alla sua definizione e al suo definitivo approdo nel Regno Unito e in Europa. In questo senso, si può apprezzare la differenza esistente tra questo Hymns to the Stone, devoto adepto alle sonorità Kyuss, seppur con infiltrazioni doom e psichedeliche ed il successivo Tumuli Shroommaroom, che sarà vero e proprio trionfo della psichedelia stoner più stordente e ossessiva. Se qua insomma si registra ancora un gruppo in divenire, ma già dotato di una scrittura di caratura superiore e di una dinamicità molto pronunciata pur in un generale clima di rutilante pienezza del sound, nel secondo album è il cosmo psichedelico ad accoglierci e devastarci psichicamente. Ma torniamo a Hymns to the Stone e alla sua capacità di prendere a modello i Kyuss inserendo semmai alcune caratteristiche che ritroveremo poi anche nello stoner aggressivo degli Orange Goblin, ovverosia e come detto una dinamicità di fondo non indifferente e un ricorso tanto alla psichedelia classica quanto agli assoli lisergici e finanche a tranche acustiche utili a spezzare le roventi e roboanti atmosfere del disco, il tutto accompagnato dal cantato pulito e piacevole di Dorian Walters, forse non proprio dotato dell’ugola migliore a cui si potesse pensare, ma comunque caratterizzante la proposta della band. Il disco si compone di nove brani per un totale di quasi quarantacinque minuti di musica e può essere gustato nella sua interezza, non presentando alcun punto debole, se non nel suo abbeverarsi alla fonte primeva in maniera dichiarata, ma con una freschezza e una ispirazione sincera e fluviale che ancora oggi mette in riga quasi ogni altro complesso dedito al genere. Sin dalla fantastica opener Leaves of Mellow Grace siamo catturati e proiettati nel mondo degli Acrimony e l’ottimo uso della melodia da parte di Walters compensa ampiamente il fatto che, pur ispirandosi a lui in qualche frangente, egli non sia un John Garcia. La sequenza iniziale è comunque clamorosa e a ruota arriva un superclassico come The Inn, che conferma la capacità della band di alternare riff di una pesantezza atomica ad accelerazioni e decelerazioni mozzafiato, che mettono in luce il lavoro del basso, quanto gli arpeggi e i solos delle chitarre, in un lavoro collettivo di grande amalgama che non dimentica le ottime dinamiche impostate da Ivey alla batteria e cowbell. Primo intro acustico e psichedelico per Second Wind, altro pezzo mostruoso, dotato di un riff che potrebbe essere usato per demolire le case e, ancora una volta, forte di una capacità di alternare sezioni più veloci ad altre monolitiche, inframmezzate da solos e partiture più rilassate, con Walters sempre capace di trovare melodie capaci di caratterizzare il brano. Altro classico al quale gli Orange Goblin dovrebbero tributare quanto meno un riconoscimento è Spaced Cat #6, pezzo fantastico che unisce una partenza veemente ad un progressivo rallentamento, con tanto di parte centrale psichedelica e un successivo ritorno a dinamiche più elevate, lanciate dall’assolo di O’Hara. Ma è davvero difficile citare un brano piuttosto che un altro, perché la qualità resta costante per tutta la durata del disco, semmai rivelando qualche limite nel variare la proposta di base, che resta più o meno sempre la stessa. In coda, quindi, se Herb e Magical Mystery Man ripropongono essenzialmente quanto già espresso in precedenza, senza comunque fallire la loro missione (come resistere al riff-schiacciasassi della prima e alla divertente melodia della seconda?), gli Acrimony si riprendono piazzando due pezzi astronomici come Whatever, strumentale-capolavoro che da solo vale un monumento allo stoner e l’inno Cosmic A.W.O.L. ad oggi uno dei loro brani più emblematici e ricordati.

Come tanti che per primi hanno intrapreso un cammino poi raccolto e glorificato da altri, gli Acrimony sono a dirla tutta praticamente dimenticati e, in buona parte, questo va imputato anche al fatto che dopo il secondo album Tumuli Shroommaroom, probabilmente anche superiore a questo ottimo debutto, la band si sciolse, fornendo poi membri agli Iron Monkey, ai Lifer e ai Dukes of Nothing, salvo poi riformarsi con una formazione priva del solo Lee Davies ma con un monicker diverso, Sigiriya, con il quale pubblicheranno due album dal 2011 in poi. Hymns to the Stone è insomma una opera prima già di elevatissimo spessore nel genere e ne costituisce uno degli esempi più alti dell’era originaria, assolutamente da riscoprire ed apprezzare. Non dobbiamo scordarci che il disco è contemporaneo di Welcome to Sky Valley e di un anno precedente il Dopes to Infinity dei Monster Magnet, con i quali condividono l’amore per gli Hawkwind ed è quindi a tutti gli effetti considerabile al pari di questi un apripista mondiale per il genere. Nettamente superiore ai debutti dei citati Electric Wizard e Orange Goblin, Hymns to the Stone merita quindi una riscoperta e gli Acrimony la giusta consacrazione tra i grandi del genere.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
77.33 su 3 voti [ VOTA]
Diego75
Lunedì 14 Ottobre 2019, 14.21.07
2
Posseggo questo cd dal 1994 +un loro ep....sono stati una band interessante ma non riesco a capire come mai non hanno riscosso successo....voto 80
duke
Lunedì 14 Ottobre 2019, 10.17.22
1
...cd comprato all'epoca....band davvero eccezionale...
INFORMAZIONI
1994
Godhead Records
Stoner
Tracklist
1. Leaves of Mellow Grace
2. The Inn
3. Second Wind
4. Spaced Cat #6
5. Urabalaboom
6. Herb
7. Magical Mystery Man
8. Whatever
9. Cosmic A.W.O.L.
Line Up
Dorian Walters (Voce)
Stuart O’Hara (Chitarra)
Lee Davies (Chitarra)
Paul “Mead” Bidmead (Basso)
Darren Ivey (Batteria, Percussioni)
 
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