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Kadavar (GER) - For the Dead Travel Fast
13/10/2019
( 956 letture )
«Si procede finché si scorge di fronte a sé una linea d'ombra, che ci avverte che bisogna lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventú» (La Linea d’Ombra: Una Confessione, Joseph Conrad, 1917)

Ovvero, un passaggio che conduce da un’età ad un’altra. Inevitabile, non necessariamente drammatico, ma che Conrad descrive poi come un evento che conduce verso giorni che prima non si conoscevano: giorni di noia, di stanchezza, di insoddisfazione. Dipinta così, l’età adulta non appare davvero invidiabile e non si capisce perché da bimbi non si desideri altro che diventare grandi. Ebbene, lo si vuole per fare quelle cose che i piccoli non possono: agire seguendo la propria testa, senza dover rendere conto a nessuno, guidare, comprare tutti i gelati o la cioccolata che si vuole, uscire di casa senza la mamma dietro, decidere per sé, assumendosene la responsabilità, ma anche le gioie. Quelle piccole soddisfazioni e libertà che fino ad un certo punto sono precluse e che, improvvisamente, a volte perfino bruscamente, piovono addosso, con un semplice giro di calendario, da un giorno ad un altro.
Anche per le band esiste uno sviluppo similare, che a volte procede di pari passo con lo sviluppo personale, culturale, sociale, di chi le compone, a volte avviene addirittura prima o indipendentemente. Tanto che si trovano band musicalmente già mature fin dall’inizio o dopo poco e che anzi rischiano piuttosto un’involuzione, composte da ragazzi poco più che ventenni, che ancora hanno difficoltà a definire se stessi come persone o a creare legami personali stabili o rapporti sociali sensati.
Formati nel 2010 a Berlino, i Kadavar sono un gruppo che ha conosciuto un importante sviluppo, sin dal suo debutto del 2012, cercando a più riprese una propria dimensione definitiva e, nel frattempo, andando a pizzicare elementi da aggiungere al proprio sound, che attinge dalla psichedelia tinta di stoner e doom, fino all’hard rock e all’heavy settantiano, mettendo in luce a volte un aspetto piuttosto che un altro. In questo percorso, i tre non hanno certo perso tempo, andando invece spediti e arrivando così già al quinto album in nove anni.

L’ispirazione per For the Dead Travel Fast è arrivata alla band da vari elementi. In primis, il cantante e chitarrista Christoph “Lupus” Lindemann ha sviluppato una vera e propria ossessione per la colonna sonora di Suspiria, film horror di Dario Argento, musicata dai Goblin. Ossessione che lo ha spinto a comprarsi dei sintetizzatori da mettere all’opera sul nuovo album e, nelle sue intenzioni, da usare in modo massivo. Decisione questa che in realtà gli altri non hanno proprio del tutto appoggiato, preferendo non snaturare in tal senso l’identità di classic rock trio propria dei Kadavar, senza però riuscire a impedire del tutto al cantante di dare sfogo ai propri fantasmi. La dimensione “horror” è comunque fortemente penetrata grazie alla decisione di trasferirsi armi e bagagli in Transilvania. Pare che l’esperienza in Romania sia stata particolarmente forte e interessante, tanto da influenzare in gran parte le liriche del disco col folklore fiabesco ed orrorifico proprio di questa bellissima terra di boschi, montagne, nebbie, nevi e castelli. L’idea di base del disco non era però quella di creare testi che si legassero in maniera esplicita alle leggende locali, quasi alla stregua del folk metal, quanto piuttosto utilizzare queste suggestioni per illustrare le battaglie interiori, la necessità di superare i propri limiti e i propri demoni, le forze oscure che vivono dentro di noi. Scorrendo i titoli dei brani, la linea tematica appare subito evidente. Musicalmente parlando, questa summa di ispirazioni produce un album di altissimo spessore, che in molte occasioni fa veramente venir voglia di alzare il volume oltre livelli sopportabili per orecchio umano: l’hard rock tinto di stoner e doom è ancora la direttrice primaria del gruppo, ma i brani stavolta si tingono di una patina horror/gotica di pura ispirazione settantiana che è una vera e propria delizia. Rispetto al precedente Rough Times, che puntava invece in misura maggiore sul lato stoner e sulla potenza aggressiva, il sound oscuro e notturno del nuovo album non potrebbe essere più lontano e differente, pur di essenza così affine. E’ come se la band che conosciamo avesse inghiottito i Bigelf, incorporandone anche l’amore per le melodie e le armonie, pur rimanendo fortemente guitar-oriented. La copertina del disco, con sullo sfondo Castello Crab, il cosiddetto Castello di Dracula, rende benissimo l’idea dell’atmosfera dell’album: retrò, carica di echi settantiani e di doom originario, così come di psichedelia “nera”, con riff potentissimi e ossianici che si abbinano a melodie che giustamente vengono indicate come a metà strada tra Hawkwind e Pink Floyd e tutto l’amore per Black Sabbath e Pentagram, oltre alla vena stoner che trasuda comunque. Nove sono le tracce che compongono il disco, per un totale di quarantacinque minuti di musica, nella quale non ci sono cedimenti o cali di tensione: ciascun brano risulta infatti caratterizzato e dotato di vita propria e carico di un fascino malefico davvero irresistibile. Dopo il conturbante quanto perfettamente psichedelico ed orrorifico intro di The End, troviamo subito due pezzi da Novanta come The Devil’s Master e Evil Forces, con la prima che sembra introdurci ad un musical sul Grand Guignol, salvo poi scatenare un hard rock/doom potentissimo e letteralmente dominato dal basso di Dragon, sul quale Lupus intona il suo cantilenante salmo e la seconda che si esalta per un riffing sabbathiano a dir poco devastante. Tre tracce che valgono ampiamente da sole l’acquisto dell’album e che sono però solo la parte iniziale di un viaggio di spessore e fascino che culmina letteralmente con la seconda parte. Poison è a dir poco stepitosa, la canzone perfetta; Demons in My Mind è un incrocio grandioso tra gli Hawkwind e i Black Sabbath; Saturnales è una delicata e affascinante ballata psichedelica alla quale non si può che attribuire l’aggettivo “crepuscolare”. Chiude Long Forgotten Song, altro inno al doom per oltre sette minuti di esaltazione oscura.

Registrato e prodotto in autonomia dai Kadavar, nel loro stesso studio ricavato da un ex complesso industriale a Berlino, nel quartiere di Neukölln, For the Dead Travel Fast, costituisce senza dubbio il passaggio di quella linea d’ombra che Conrad così duramente tratteggia. Ma mentre per lo scrittore polacco l’età adulta coincide con quella delle assunzioni di responsabilità e dei doveri sociali ed economici che di fatto andranno a costituire il motivo per quella noia e quella insoddisfazione già descritte, per i Kadavar questa diventa l’occasione di una crescita musicale e personale enorme. La band trova una sua ancora più forte identità e scrive probabilmente il proprio disco più importante ed ambizioso in assoluto, esaltando le proprie radici musicali al massimo livello, ma rendendole proprie fino in fondo. For the Dead Travel Fast -citazione tratta dal poeta romantico Gottfried August Bürger- è un disco davvero molto bello, nel quale si percepiscono un’ispirazione e una chiarezza di intenti fortissime. Almeno per il momento, la maturazione dei Kadavar sembra passare per crescita e indipendenza, per volontà di prendere in mano il proprio destino e forgiarlo a proprio piacere. Da qui, si vedono le stelle.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
79.25 su 8 voti [ VOTA]
Graziano
Sabato 26 Ottobre 2019, 12.58.29
8
Band che meriterebbe tutt'altro successo....Non hanno sbagliato un disco finora, ed hanno una discografia importante ormai...
duke
Mercoledì 16 Ottobre 2019, 22.31.41
7
..ottima band....hanno pubblicato bei dischi....
Replica Van Pelt
Mercoledì 16 Ottobre 2019, 18.30.50
6
Ho notato che nella rece non è stata mensionata Children of the night,un piccolo capolavoro,ha,purtroppo,il difetto che è dannatamente ruffiana,e ti si stampa nel cervello dopo un pò di ascolti,non banale anzi,ma nella sua "semplicità" e linearità è un pezzo da cantare sotto la doccia,non so se sia un bene o un male.
Oblivion
Mercoledì 16 Ottobre 2019, 13.08.36
5
"dai, la prossima andrà meglio..." cit. Lizard recensione dei RAM Infatti questa recensione è ben fatta, tanto che ascolterò il disco
Replica Van Pelt
Lunedì 14 Ottobre 2019, 18.11.42
4
Sig. Conrad...hem Lizard,è si,è un gran bell'album,da ascoltare e conservare con cura,sperando che nel frattempo non perdano questa naturalezza e spontaneità in favore di qualche scelta da baraccone mediatico.Unico appunto,il riferimento palesemente "visivo" agli anni 70,non è una questione di musica,ma ce n'è davvero bisogno??questo la dice lunga sul vuoto di questo presente.Credo che la linea d'ombra comporti anche un lasciarsi dietro retaggi del passato e affrontare con consapevolezza il presente,seguendo la propria strada.Voto 90 se lo meritano tutto.
LORIN
Domenica 13 Ottobre 2019, 21.37.39
3
un altro gran discone da loro.
gianmarco
Domenica 13 Ottobre 2019, 20.00.27
2
gran bravi sti crucchi
Babylon
Domenica 13 Ottobre 2019, 19.53.35
1
Per me una band incredibile. Primo disco così così, secondo carino. Poi il salto di qualità. "Berlin", "Rough Times" e quest'ultimo sono uno più bello dell'altro, i Kadavar non stanno sbagliando un colpo. Tre dischi così diversi ma allo stesso tempo così simili, con molte cose in comune ma con anche molte variazioni. La cosa bella è che riescono davvero a districarsi al meglio con le sonorità doom, stoner, seventies e affini, con canzoni mai banali, con un'identità marcata e un sound e una voce che ti fanno perfettamente capire chi sta suonando. Band davvero tra le migliori del filone retro-rock. Promossi, nuovamente, come mi aspettavo.
INFORMAZIONI
2019
Nuclear Blast
Hard Rock
Tracklist
1. The End
2. The Devil's Master
3. Evil Forces
4. Children of the Night
5. Dancing With the Dead
6. Poison
7. Demons in My Mind
8. Saturnales
9. Long Forgotten Song
Line Up
Christoph "Lupus" Lindemann (Voce, Chitarra, Sintetizzatori)
Simon "Dragon" Bouteloup (Basso)
Christoph "Tiger" Bartelt (Batteria)
 
RECENSIONI
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