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Pixies - Doolittle
24/10/2019
( 682 letture )
Tra i precursori di quello che sarà l’universo del rock negli anni novanta, e questo inteso per la gran parte se non tutte le sue sfumature, vanno sicuramente annoverati i Pixies, che dalla loro potevano sicuramente contare su una versatilità fuori dal comune, disponendo di un bagaglio ampissimo sia per l’approccio alla materia sia per il metodo di scrittura in fase di composizione.
Dopo l’Ep Come On Pilgrim e il primo album ufficiale Surfer Rosa, i Pixies pubblicano il loro secondo full lenght intitolato Doolittle, uscito nel 1989. Se Surfer Rosa poteva essere visto come un compendio di buona parte di ciò che si andrà ad ascoltare in ambito rock nel decennio successivo, con l’album seguente la band del Massachusetts può ampliare il proprio disegno artistico lungo tutte le sue quindici tracce. Quindici tracce che spaziano dal punk più ruvido al garage rock, facendo da ponte tra passato e futuro, tant’è che, pur essendo proiettati verso il decennio successivo, al loro interno presentano elementi simili alle sonorità di band nate qualche anno prima come Sonic Youth e Primus, così come influenze ancor più antecedenti.

Già dall’opener Debaser non si può fare a meno di sentirsi immersi negli anni settanta, attorniati da punk aggressivo e garage rock, ma allo stesso tempo vengono piantati i semi del grunge che verrà. Dire che le coordinate stilistiche sulle quali si muovono i nostri passano dai The Stooges agli Husker Du o dai Sex Pistols fino ai Sonic Youth sarebbe oltremodo approssimativo, e per certi versi anche errato. Il gruppo di Boston possiede un’identità ben più definita di un semplice copia e incolla delle influenze passate, e porta all’estremo quanto sentito finora nel territorio di appartenenza. Un esempio lampante si può riscontrare in Tame, dove le urla di Black Francis si stagliano sopra a delle chitarre ruvide, il cui suono somiglia a quello di una spranga che batte sopra un bidone di metallo. Con le successive Wave of Mutilation e I Bleed viene leggermente smorzata la violenza delle prime due tracce, pur mantenendo inalterato il malessere che contraddistingue i testi. Al quinto posto della tracklist si trova il primo singolo estratto dal full lenght, Here Comes Your Man, per forza di cose il brano più vivace e radio friendly dell’intero lavoro, dove subentrano fortemente le influenze anni sessanta della band e viene accantonata l’irruenza delle tracce precedenti. Non durerà però molto, dal momento che le stesse dissonanze tornano a palesarsi immediatamente con l’inizio di Dead, così come le urla nervose del cantante. Da Monkey Gone to Heaven in poi si vedrà una seconda parte della tracklist molto più psichedelica e improntata alla sperimentazione senza freni, non abbandonando l’aggressività ma trovando un perfetto equilibrio in cui far coesistere il grezzume dei momenti più frenetici con le sperimentazioni rock e pop. Dall’intro reggae di Mr. Grieves alla chiusura simil punk di Gouge Away, la follia creativa targata Pixies scorre senza limiti, in una miscela di vivace spensieratezza alternata a sfoghi di rabbia allucinanti.

Al termine della supervisione del disco, che rientra sicuramente tra i capolavori di fine anni ottanta, oltre per la qualità in sé anche per l’importanza che riveste nel suo essere pionieristico, va fatta un’ analisi supplementare riguardante il contesto attorno al quale è stato composto. Già l’album preso in esame prevede un notevole ammorbidimento rispetto a quanto realizzato precedentemente, ed in futuro la proposta sonora vedrà un ulteriore impoverimento qualitativo con gli episodi successivi. In seguito alla sua pubblicazione aumenteranno gli screzi tra il frontman e la bassista Kim Deal, divenuti ad un certo punto talmente insostenibili da condurre allo scioglimento della band. La separazione durerà però molto poco, poiché già l’anno seguente verrà dato alle stampe Bossanova, album immediatamente successivo a Doolittle, ma che rispetto al predecessore perderà gran parte della fantasia creativa che aveva contraddistinto gli americani fino a quel momento. Forse dovuto ai conflitti interni mai davvero risanati, forse dovuta ad una precoce perdita d’ispirazione, l’abilità di songwriting della band non vedrà mai più lo stesso estro presente nella prima parte di carriera. Sembra quindi che il sopraggiungere degli anni novanta decreti anche la fine della linfa creativa del progetto di Black Francis e soci, mai più ripresa nemmeno in Trompe le Monde nonostante il ritorno alle sonorità degli esordi. Già nel 1993 si assiste quindi all’inevitabile scioglimento di una delle band più avanguardiste di fine secolo, che durerà per ben undici anni.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
90.4 su 5 voti [ VOTA]
Galilee
Sabato 26 Ottobre 2019, 17.06.38
2
Gran disco, anche se manca un pò la spontaneità di Surfer rosa che era pura poesia. Anyway, quasi perfetto.
The Sisters of Benson
Venerdì 25 Ottobre 2019, 13.02.38
1
Ecco questo e' per me il capolavoro dei Pixies ! Piu' diretto, immediato, divertente, orecchiabile si, ma fatto con classe ed energia. Dalla traccia 1 alla 11 l 'album non ha una traccia di cedimento, forse le ultime tre non mi sono personalmente memorabili, ma cio' non inquina il risultato finale del lavoro.
INFORMAZIONI
1989
4AD/ Elektra
Post Punk
Tracklist
1. Debaser
2. Tame
3. Wave of Mutilation
4. I Bleed
5. Here Comes Your Man
6. Dead
7. Monkey Gone to Heaven
8. Mr. Grieves
9. Crackity Jones
10. La La Love You
11. No. 13 Baby
12. There Goes My Gun
13. Hey
14. Silver
15. Gouge Away
Line Up
Black Francis (Voce, Chitarra)
Joey Santiago (Chitarra)
Kim Deal (Basso, Voce)
David Lovering (Batteria)
 
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