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Spock`s Beard - Feel Euphoria
09/11/2019
( 196 letture )
Feel Euphoria: il classico disco di un gruppo monolitico e con tonnellate di responsabilità sulle spalle, che segna un punto, uno spaccamento all’interno di una linea temporale che si districa in una sinusoide qualitativa. Nel caso qui citato, in quel non troppo lontano 2003, il punto in questione fu la dipartita di uno dei due membri fondatori di una band capace di imprimere la loro influenza ancora oggi nel mondo del rock progressivo e non solo, l’eccezionale Neal Morse: cantante e polistrumentista attualmente militante nei Flying Colors, The Neal Morse Band e nei Transatlantic. L’approccio corretto al disco non può che essere quindi avveduto e -per forza di cose- coscienzioso di questo cambiamento, avendo ora la formazione ridotta ai quattro membri conosciuti nelle pietre miliari precedenti.

Un’ottima linea di basso inizia la strofa festosa ed energica di Onomatopoeia, contornata da un ritornello decisamente piacevole. Senza alcun preavviso si blocca tutto e un giro di accordi viene accompagnato dalla buona prestazione di Nick al microfono, con tanto di coro in sottofondo che dona un quid a questa opener. L’intera troupe strumentale non si fa mancare nulla, avanzando in un climax fatto di esplosioni vocali, sezioni ritmiche accattivanti e sfuriata solista a carico della chitarra dello storico Alan; tutto questo, amplificato sul finale, rende Onomatopoeia un signor brano, capace di farci immergere nella quintessenza di Feel Euphoria. La tecnica studiata al secondo viene riproposta -con tastiere e groove poliritmici- in The Bottom Line, seconda traccia del disco. Già ascoltando la strofa, per poi buttarsi sulle variazioni, si denota una sfiorata al freno di questa macchina che prima sembrava avviata senza se e senza ma: la canzone esprime un deprimente giro nichilista nelle sonorità, che oggi su tutti è facile ricondurre a quei dischi dei Converge, ben noti ai più. L’insieme si regge su una psichedelia ricca di elettronica aliena, antipodali chitarre acustiche e bassi ispirati. Il leitmotiv ritorna sul finale, anticipando il downtempo che fa da fade-out ai sette minuti e mezzo di durata, in cui la noia difficilmente farà da padrona. Si arriva poi ad altri sette minuti della title track, aperta da una pazzesca intro tecnica e intrecciata di charleston e rullante di D’Virgilio. Qui anche le linee vocali acquisiscono una spiccata personalità, figlie di un’ottima produzione capace di valorizzarle in ogni aspetto. Le atmosfere create dalle tastiere portano sino alla metà dove la composizione sembra esplodere, ma è proprio qui che la band inserisce una brevissima sfuriata, lasciandoci con dell’acquolina in bocca. L’esplosione vera e propria arriva dopo pochi passaggi, ed è qui che la furia alle pelli in 4/4 accompagna chirurgicamente sino all’assolo privo di limiti stilistici, seguito da virtuosismi di tastiera senza redini. Un brano dove tutto è al suo posto, dove si passa da bestie imbizzarrite e pronte a stordirci, a trip midtempo dai sentori stoner: una title track che merita questo nome, da riascoltare più e più volte. L’ascolto prosegue con la ballad Shining Star. Il suo esser pacata, sognante e ricercata la rendono sicuramente affascinante -seppur procedendo con l’ascolto si potrebbero rimpiangere gli ottimi brani precedenti. Il ritornello è improntato su un’orecchiabilità più radiofonica, scevra di quelle minuzie ravvisabili durante il disco. Il lavoro alle pelli costruisce un groove quadrato, così come le buone trovate vocali che instaurano un brano da cantare a squarciagola più che un componimento barocco. Leggermente in fase calante anche la seconda ballad presente nell’album: la sesta traccia Ghosts of Autumn. Il suo inizio malinconico di piano è più che discreto, così come altre trovate all’interno dei sette minuti, peccato però per la mancanza di quel tocco strumentale capace di penetrare anche la mente dell’ascoltatore oltre che il cuore. Un plauso all’assolo finale in pieno stile floydiano. East of Eden, West of Memphis si riallaccia tematicamente, e musicalmente, alla prima tranche di canzoni; un inizio anche qui radiofonico sembra pregiudicare la qualità del pezzo, ma sulla metà una stroncatura secca porta a una riapertura velocissima a carico di assoli di tastiera e batteria rocciosa. Il basso si farà sentire in più di un’occasione, portandoci in questo nuovo delirio cervellotico. Il guitarwork è studiato ad hoc, così come l’intero arrangiamento, costruendo un climax qualitativo decisamente divertente. Facendo un salto sino alla conclusiva Carry On, si passa a un arrangiamento rilassato in cui si respira una marina tranquillità coronata da sezioni di tromba a carico di Claire Pasquale. Nulla di progressive qui, ma una degna conclusione se non consideriamo le due tracce bonus “Moth of Many Flames” e “From the Messenger”; la prima decisamente breve funge da intermezzo per i sette minuti strumentali della seconda: atipica, silvana e psichedelica, in una danza priva di schematicità. La scelta di tralasciare i venti minuti tra la sesta e l’ottava traccia non casuale, si parla infatti di un’unica grande suite, vera e propria perla di questo album. La composizione si dipana per oltre venti minuti da godersi tutti d’un fiato. L’inizio è psichedelico, il ritmo blues di batteria apre il tutto mentre un leggero arrangiamento di chitarra impreziosisce il songwriting. Il prosieguo è consegnato nelle mani di un riff tagliente che sembra far esplodere il brano, ritornando però sui suoi passi e portandoci in una ritmica ansiogena. La tastiera sul finale si giostra in virtuosismi superbi e porta al riff rockeggiante della seconda parte. L’energia si fa nitida e convincente, supportata dalla buona sezione vocale; arriva il basso in una variazione pacata, insieme al piano e al vocalist, precedenti all’intreccio strumentale che compongono questo macigno. Il sound evolve razionalmente e si alterna con suoni più spassionati e privi di fronzoli. Il romanticismo viene annichilito dall’inizio nettamente più aggressivo della quarta parte, condito da linee di basso eccellenti. Buone le trovate vocali, per certi versi molto orecchiabili, ma il songwriting si fa sulla metà più intricato nella sua manifestazione solistica acida e graffiante. Si conclude l’assolo con toni alteri, presentando poi la bellissima variazione sognante che precede il finale. Il minuto che compone la quinta parte è un coro dai tempi gregoriani, a cappella, più che adatto come passo precedente ai cinque minuti conclusivi di questa suite: linea vocale graffiante, riff groove e aggressività coronano il fade-in. Proprio quando ogni elemento progressive sembra sparito ecco inserti labirintici di chitarra. Non si spreca qualche sentimentalismo anche qui, ma il guitarwork studiato si fa effige sino al finale, in cui la solenne sezione di batteria fa gran parte del lavoro di questi venti minuti di pura arte.

Solo questa composizione è infatti la perfetta rappresentazione di questo disco, un lavoro che per certi versi non presenta notevoli cali di qualità, ma più di un apice. Un album che ancora oggi risulta piacevolissimo ai fruitori del rock e del metal più diretto, da spolpare e analizzare per coloro che invece si buttano a piè pari ogni giorno nelle follie progressive. È forse futile aggiungere altro in quanto ciò che rimane da dire riguarda l’aspetto puramente soggettivo ed emozionale dell’ascoltatore, che forse non troverà il migliore album in casa Spock's Beard, ma, dopo la dipartita di un membro fondatore così importante, minuti e minuti in cui non si poteva desiderare di meglio.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
65 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2003
Inside Out Music
Prog Rock
Tracklist
1. Onomatopoeia
2. The Bottom Line
3. Feel Euphoria
4. Shining Star
5. East of Eden, West of Memphis
6. Ghosts of Autumn
7. A Guy Named Sid
8. Carry On
9. Moth of Many Flames
10. From the Messenger
Line Up
Nick D’Virgilio (Voce, Batteria, Percussioni)
Alan Morse (Chitarra, Violoncello, Voce)
Dave Meros (Basso)
Ryo Okumoto (Organo, Mellotron, Sintetizzatore)
 
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