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Flying Colors - Third Degree
15/11/2019
( 1005 letture )
I Flying Colors fanno parte di quei molteplici esperimenti musicali nei quali figura Mike Portnoy, specialmente dal momento in cui avvenne la tanto discussa separazione tra il batterista e i blasonati Dream Theater in cui ha militato per ben un ventennio. Un musicista non di certo sconosciuto o dall’esperienza ridotta all’osso, ma, anzi, un vero e proprio pilastro della tecnica e del songwriting della scena rock e metal dell’ultima era -che piaccia, o meno. Il 2019 è l’anno selezionato dai summenzionati Flying Colors per distribuire in commercio il loro terzo album: Third Degree; un’opera il cui peso è quello di consolidare oppure smentire ciò che nei 7 anni precedenti è stato fatto dalla formazione con i due lavori in studio, dando il solito compito “da terzo album” a questo disco. D’altronde i presupposti non sono certo di poco conto, oltre al citatissimo Portnoy, il quintetto è monolitico: Casey McPherson (il più sconosciuto del lotto, militante in Alpha Rev, Edochine e pochi altri), Steve Morse di casa Deep Purple, Dave LaRue (Dixie Dregs in primis) e Neal Morse (Spock’s Beard). Cosa ne sarà uscito questa volta?

Una delle doverose premesse è sicuramente che l’intero disco mantiene una qualità pressocché identica tra le canzoni componenti la prima metà, senza particolari picchi qualitativi o brani sacrificabili; ciò che interessa è ora definire questa linearità ed eventuali discrepanze, nonché il grado di pregio in cui si colloca, in quanto la mera continuità non è di per sé sufficiente al giudizio dell’opera.Cominciando proprio dall’iniziale The Loss Inside, sin da subito il basso -e se si vuole, l’intero groove- si pone su un livello di songwriting decisamente buono. Il ritornello appare immediatamente orecchiabile, per certi versi radiofonico, e di pari passo è la strofa, con il suo riffaggio semplice ma efficace. L’assolo e la fase immediatamente successiva ricorderanno senza dubbio la produzione dreamtheateriana, grazie soprattutto alle tastiere e all’atmosfera messa in piedi dalla formazione. La conclusione è a dir poco intensa, con particolare attenzione all’accezione emotiva, concludendosi con l’energia che per tutto il brano ha trasportato l’ascoltatore in un tunnel di adrenalina pura. I power chords stoppati all’inizio sono solo il primo passo verso il ritornello della successiva More, il cui lavoro ritmico non può che essere annoverato tra i più chirurgici. Il guitarwork, d’altro canto, è leggermente piatto, privo di particolare brio e di quel quid rintracciabile nella ritmica del brano; il timbro di Casey trova poi buone linee vocali su cui lavorare lungo tutto il pezzo. A metà si apre una sezione progressive sincera e spoglia di etichette limitanti, annichilendo quei sentori di piattume citati in precedenza. La danza barocca tra le tastiere e le chitarre è accompagnata da Portnoy che sforna tempi composti in assoluta naturalezza. La sezione è però breve, interrotta da un arpeggio sofisticato e da Casey, il quale riesce a farci decadere nella solitudine più deprimente. Nota di merito al lavoro di basso e ai riff in stile Protest the Hero nell’ultimo terzo, un climax più che discreto. Stesso discorso per la terza traccia Cadence, dalle tonalità decisamente più colorate e orchestrali. Qui le sei corde agiscono in funzione di un songwriting più diretto, puntato dunque a un’orecchiabilità generale che a giri funambolici. Come nel brano precedente però, ecco sulla metà della composizione l’arrivo dell’esplosione più cervellotica, preannunciata da un basso decisamente affascinante. Steve Morse in pochi secondi si incorona a maestro dello strumento, in particolare nella conclusione con la sfilza di pentatoniche capaci di incidere su pietra il fade-out. Guardian entra in pompa magna con un 7/8 a carico di Portnoy che accompagna l’andamento pacato del palco allestito dalla band. La goliardia e le sfumature colorate non vengono perse in questa quarta traccia, è poi il lavoro solistico in pieno bending a donare accenti più romantici e seriosi al songwriting. La sezione ritmica qui più che mai risuona con prepotenza e virtuosità, conclusa da assoli folli non solo delle sei corde, da scoprire e godersi più e più volte. Sono ben dieci minuti e trentuno quelli si dipanano davanti l’ascoltatore una volta approcciata la quinta traccia -e mini-suite- Last Train Home; l’arrangiamento che accompagna l’agrodolce lavoro messo su da McPherson e Portnoy fa letteralmente godere i batteristi sul levare del primo terzo del brano. L’inserimento delle tastiere non può che impreziosire la composizione che si apre sempre più ad un’aria sognante, pregna di elementi acustici ispirati e mai fuori luogo. Le tre tracce successive abbassano leggermente il tiro qualitativo visto sino ad ora. A partire da Geronimo, il cui inizio di basso, seppur buono -insieme al coro in stile Nine Inch Nails-, non presentano trovate memorabili capaci di lasciare a bocca aperta l’ascoltatore. Plauso però al finale decisamente divertente e all’apprezzabile lavoro all’organo. Il punto più basso viene raggiunto da You are not Alone, che in un richiamo atmosferico a Imagine di Lennon non riesce ad emergere come downtempo realmente convincente. Il songwriting rimane però discreto, ravvisabile durante i vari solismi e l’arpeggio conclusivo su cui danzeranno le corde vocali del buon Casey. In ultima analisi c’è Love Letter che ripresenta tonalità beatlesiane, molto festose e sicuramente orecchiabili. L’ascoltatore verrà travolto da un climax emotivo che a metà trova un punto di appesantimento del sound che di certo non va inteso nella sua accezione negativa: il tono si fa asfissiante e più sofisticato. La totale frizzantezza e gli aromi da rock anni ’70 non bastano anche qui a rendere il brano uno dei migliori del lotto. Discorso differente però per la conclusiva, e seconda mini-suite del disco, Crawl. I Flying Colors decidono qui di superare gli undici minuti, facendoli aprire con un inizio cooperativo di piano, piatti e linee vocali delicate. Il climax strumentale porta a un’esplosione decisamente intrisa di rock moderno, in contrapposizione con quanto sentito nelle tracce immediatamente precedenti. Ottimo l’intreccio di batteria, in particolare durante la variazione. Il ritornello è forse l’unico neo, non granchè esaltante, ma il tutto viene recuperato sulla fine del primo terzo in cui un assolo di chitarra ispiratissimo, insieme alla sezione ritmica, detta legge. I tecnicismi in questa lunghissima sezione si districano con classe nell’ottima produzione, accompagnando per mano all’arpeggio fiabesco pre-ritornello -questa volta colorato da una parte solista alle sei corde. Crawl si conclude con un fade-out “made in Morse”, accompagnato da un arrangiamento capace di non farlo mai davvero splendere in maniera autonoma: un corpus organico di grandi musicisti che in più di un’occasione sapranno ricordarci le loro capacità tecnico-compositive.

A conti fatti, volendo tirare le somme, l’esperimento in questione ha acquisito dei tratti maggiormente solidi o rimane in quel mare di trascurabilità in cui serpeggiano centinaia di migliaia di band? Difficile da dire con obiettiva razionalità. Probabilmente questo esperimento portnoyano si situa più nella seconda voce, dovendo proprio scegliere. Ancora una volta la produzione è di certo convincente, per certi versi ispiratissima e ricca di sfumature da spolpare in numerosi ascolti, ma anche questo disco non riesce a superare un giudizio comunque buono e collocarsi in una fascia di eccellenza, facendo quindi emergere i Flying Colors da una realtà appena piacevole del progressive rock. Ci vorrà forse un quarto album? O una rassegnazione all’ennesimo progetto “dimenticabile” nonostante i nomi mastodontici presentatisi in studio? La risposta, per ora, non può che essere un’attesa.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
91.92 su 13 voti [ VOTA]
maurizio
Lunedì 25 Novembre 2019, 22.41.21
11
disco bellino...manca un capolavoro le canzoni hai ragione sono un po tutte sullo stesso livello...allla fine magari se ne toglieva un paio era meglio bel sound comunque uno dei migliori dischi del genere in circolazione ma sinceramente non mi aspettavo di più a livello compositivo non ce un fuoriclasse ciao
SkullBeneathTheSkin
Martedì 19 Novembre 2019, 14.38.03
10
Si, si sente un qualcosa a la Beatles, ma non solo...dato che 'sto fatto del Muse-singing è il mio incubo, dico anche che in un brano Casey mi sembra quasi omaggiare Cornell. Credo che alla fine siamo sotto ai precedenti due lavori, almeno a mio gusto personale, ma devo dire che sentir suonare gente così mi fa pensare quanta poca qualità ci sia nell'80% del metal (e non solo) in giro oggi, tanto per rispondere alla domanda posta in chiusura da Fox. Credo che il voto sia giusto, un otto-non-proprio-pienissimo, ma ad essere onesti strumentalmente parlando fa godere e fanno sempre godere.... in sintesi, a dischi come questo non si può dare meno, forse ad altri invece si, la pari-dignità di genere è una gentile concessione, in fondo.
HeroOfSand_14
Martedì 19 Novembre 2019, 14.13.27
9
Alla fine l'unico pezzo che mi ha ricordato tanto, troppo i Muse (soprattutto per il cantato di Mcpherson) è More. Gli altri brani per me sono in pieno stile FC. A parte Love Letter che sembra uscire dagli anni 60 e dalla penna di un Beatle qualsiasi
SkullBeneathTheSkin
Lunedì 18 Novembre 2019, 21.27.58
8
... mi è venuto il bubbio di come di scriva "scuotere" maremma progressiva... @kurujai io purtroppo non sopporto molto il cantato stile Muse, che in tanti prendono in prestito, é come allergia comunque il qui presente album dei sopracitati scansafatiche non ha raggiunto i due terzi e... ho tappato il naso un paio di volte... ma non mi sembra affatto male, anzi...
kurujai
Lunedì 18 Novembre 2019, 18.13.37
7
i primi tre dischi dei Muse sono bei dischi rock , poi si sono accartocciati fino al loro terribile ultimo disco . Prendere alcune cose dal loro sound non mi dispiace affatto , l'importante è che sia sviluppato bene e in questo i Flying colors hanno fatto dei bei pezzi . la gamma di sonorità è decisamente ampia e questo può piacere oppure no , sono gusti .
SkullBeneathTheSkin
Lunedì 18 Novembre 2019, 14.33.24
6
Diteglielo proprio cosi: "every moron can try and play like Muse?!" così se la domanda in sè non lo scuote forse lo scuoterà il modo.... detto questo sono sicuro che qualcosa che mi piace lo troverò, ma non è solo che ne ho le palle piene di 'sto stile Muse, lo ritengo una presa per il culo da musicisti di questo calibro.
SkullBeneathTheSkin
Lunedì 18 Novembre 2019, 14.30.49
5
Secondo me non è che "rimane", perchè quanto fatto in precedenza non lo lasciava presupporre... al massimo "ci finisce". prima di giudicare, in ogni caso, lo ascolterò per bene. Prometteva male fin dall'inizio, perche i tre singoli mi facevano storcere il naso mentre tre pezzi "loffi" sui precedenti non c'erano e basta e questo è l'unico dato di fatto affermabile prima di ascoltare l'album. Mia personale rimostranza: a cosa serve essere una superband o un supermusicicsta se poi ci si ispira ai Muse? Può farlo qualunque stronzo, ditelo a Mike nella prossima intervista, vi prego.
kurujai
Lunedì 18 Novembre 2019, 12.02.27
4
concordo con HeroOfSand , i Flying Colors non sono affatto un gruppo dimenticabile .
kurujai
Lunedì 18 Novembre 2019, 11.58.57
3
Geronimo è spettacolare così come cadence e crawl , l'unica che non mi prende è guardian . More suona come dovrebbero sonare i Muse ( ma anche crawl ha il suo momento musiano )
Mauroe20
Domenica 17 Novembre 2019, 23.39.15
2
In arrivo non vedo l’ora di ascoltarlo...
HeroOfSand_14
Sabato 16 Novembre 2019, 10.50.48
1
Bella recensione Gabriel, molto dettagliata e precisa. Non sono d'accordo sul fatto che questo progetto finirà nel calderone di quei gruppi "dimenticabili", per me i Flying hanno ormai acquisito fama e seguito grazie ai due bei dischi precedenti (soprattutto al debut). Io devo dire che questo è un gran bel disco, godibile e con delle belle melodie e canzoni, ma non ha certi apici del debut e la compattezza senza cali del secondo. Comunque è ovviamente suonato alla grande e gli assoli del Morse chitarrista mi piacciono parecchio, forse è mancato solo il guizzo di genio che si è visto anni fa. Detto questo, More è troppo Muse per i miei gusti ma ha un break strumentale da paura, Loss Inside è molto moderna e va alla grande, ma per me gli apici sono 2: Cadence e Last Train Home, entrambe profumano di Flying Colors da chilometri, ed entrambe sono strutturate bene e dotate di melodie bellissime. La prestazione, soprattutto in questi due pezzi, di Casey è splendida, veramente un timbro notevole (e si era sentito anche anni fa), e sentire anche Neal che canta fa piacere. Crawl e Geronimo sono altri due pezzi da 90, la seconda poi è una hit intelligente e studiata, mentre la prima ripercorre le gesta delle suite precedenti. One Love Forever cresce con gli ascolti, anche se a livello di ballad Kayla e The Fury Of My Love sono di un altro pianeta. Love Letter è strana e gioiosa e suona alla grande, mentre Guardian è quella che finora mi ha preso meno. In sostanza, un cd da avere per i fan della band, ma ai neofiti consiglierei gli altri due dischi. Per me è da 80, ci sono delle parti di brani che sono bellissime e altre meno. Portnoy invece quando si sbizzarrisce è sempre un gran bel sentire. PS: Last Train Home potrebbe diventare uno dei miei pezzi preferiti del gruppo, veramente splendida
INFORMAZIONI
2019
Mascot Label Group
Prog Rock
Tracklist
1. The Loss Inside
2. More
3. Cadence
4. Guardian
5. Last Train Home
6. Geronimo
7. You Are not Alone
8. Love Letter
9. Crawl
Line Up
Casey McPherson (Voce, Chitarra)
Steve Morse (Chitarra)
Dave LaRue (Basso)
Neal Morse (Voce, Tastiera, Chitarra acustica)
Mike Portnoy (Batteria)

Musicisti ospiti
Chris Carmichael (Archi)
Thomas Cuce (Battimani nella traccia 8)
 
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