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Lunatic Soul - Lunatic Soul
16/11/2019
( 290 letture )
Un viaggio astrale, al di fuori delle ordinarie dinamiche di vita e morte, viene predisposto dai Lunatic Soul nel loro primo, omonimo album datato 2008. Il gruppo è il progetto solista di Mariusz Duda, frontman del celebre gruppo progressive metal polacco Riverside.
Il disco presenta una buona quantità di sperimentazione e attenzione ai dettagli: i suoni sono ben calibrati e molto variegati, vista l’ampia gamma di strumenti impiegati che garantiscono l’aura mistica e primigenia che pervade le varie tracce. L’ascoltatore è proprio invitato ad unirsi, a fondersi con questa voce fuori campo che pare aspettarlo da tempi impronunciabili, estranei proprio alla retorica temporale, per vivere su di sé metempsicosi e rinascita, paura e rivelazione.

La prima traccia, Prebirth, è una sorta di breve ouverture strumentale che preordina l’animo all’accettazione dell’unità tra il terrore di un caos costituito da putrefazione -gli effetti ricordano un ronzio di mosche- e timore e una costanza, un soffio che prosegue uniforme e imperterrito verso The New Beginning, il secondo brano. Questo pezzo, molto cadenzato soprattutto grazie alle percussioni e al giro di chitarre acustiche, ripete assiduamente riff e parole conducendo ad uno stato di trance. Se il primo brano ha ripulito dalle scorie l’attitudine verso un’esperienza così segnante ed iniziatica, il secondo fa penetrare una dimensione leggera, savia e controllata nel suo essere eterea.

I thought you wouldn't come
I have been waiting for you
In the back of beyond


sono i versi sussurrati, le uniche frasi pronunciate nella canzone che rendono l’idea di stagliarsi di fronte ad un portale metafisico. Si intrecciano le prospettive, l’armonia è statica ma restituisce un’aspettativa pungente mentre gli strumenti solisti dalle diverse fattezze accennano delicati interventi vibrati e la voce, acuta, compie dei vocalizzi che mescolano il progressive rock in stile Porcupine Tree ad un’atmosfera gotica, immortale. Con Out On a Limb i toni divengono più oscuri, come se una linea retta e sospesa si fosse gradualmente piegata, avesse optato per una direzione che in modo epifanico si mostra. La tematica è trasversale a immaginari differenti: l’io lirico sfugge, senza sapere come, alla gravità -vista nei secoli come limite dell’uomo, momento di frustrante disillusione o memento della natura dell’uomo, affrontata anche dallo Zarathustra nietzschiano- e mente e corpo vengono percepiti come diversi. Il basso incalza col suo suono pieno ed oscuro, sposandosi perfettamente con la crudezza della batteria; i synth infondono inquietudine quasi involontariamente, creature così partecipi di quello stato che trascende le nostre coscienze. Summerland segue la narrazione dello svolgimento di un funerale. La voce fuori campo commenta placida gli avvenimenti al protagonista di questo viaggio, senza caricarsi di passioni eccessivamente umane -ma al contempo radici dei moti dell’uomo. Una sottile ironia pervade l’intero brano, che smaschera col pianoforte le ipocrisie e la vanagloria della materialità ma anche qualcosa di più profondo, le rivelazioni infatti non guardano eccessivamente a ciò che è banale o che fa parte di una corrotta “samsara”. La title trackLunatic Soul, quasi floydiana, presenta delle dinamiche interessanti che l’organo Hammond riesce a rendere accuratamente: la sensazione di liberazione conseguente alla morte, la pace travolgente, la contemplazione di quell’attimo. Si susseguono poi anche i rimpianti che ormai però fuggono veloci e l’urlo che esclama che quella non è la fine… Si tratta di un nuovo, spaventoso inizio. Il pezzo fa emergere ogni carattere che si riprometteva di portare a galla, sorge una forte tensione quasi che la morte fosse già interna all’ascoltatore. Il sesto brano, Where the Darkness is Deepest, sviluppa quella paura facendo però schiudere nuovi orizzonti. Importante sperimentazione, vede la compresenza di arpeggi di pianoforte e futuristici suoni elettronici, nonché gli immancabili synth, il tutto aggregato in un pezzo strumentale che fa riemergere proprio le tenebre in una catabasi mentale. Near Life Experience ha innanzitutto un titolo geniale -e geniale è anche lo sviluppo del pezzo: la parte di piano non è sempre intuitiva, molto progressive rock, così come il basso. Il respiro è ampio e segue il saliscendi col quale viene cullato dal brano. Colma di consapevolezza è Adrift, una ballata che si può afferrare già dai primi secondi di chitarra acustica. Esplica, anche retoricamente, il ciclo di esistenza proprio di ognuno. L’EBow sembra seguire un filo di pensiero, nostalgico e malinconicamente speranzoso allo stesso tempo. The Final Truth, il pezzo dalla lunghezza maggiore dell’album, non fa dei gran voli pindarici nonostante la durata lo possa consentire: è molto magnetico e solenne, lì si concentrano dubbi statici e scelte. Per certi versi piatto e persistente come un elettrocardiogramma sempre uguale a se stesso, per altri vario e sfumato, è incisivo grazie alle percussioni, alla voce e all’organo che donano il concetto di un “oltre”. Il finale ha dei crescendo, comunque, risultanti naturali e spontanei, organici.

A conclusione di Lunatic Soul v’è Waiting For The Dawn, strumentale leggerissima in cui di grandissimo impatto è innanzitutto il flauto che si dispiega libero sugli accordi onirici e distesi. Un suono originario viene aumentando di presenza per poi sostituirsi alla componente più moderna che si era sommata all’ancestrale combo iniziale. La fine è netta, come un risveglio a metà tra l’inaspettato e il conscio. Si può respirare.L’album è stato magnificamente progettato e fa convergere in sé moltissimi elementi senza mai scadere nella ridondanza. Ha rappresentato sicuramente un debutto per un side project di certo riuscito in partenza.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
92.5 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2008
Kscope
Prog Rock
Tracklist
1. Prebirth
2. The New Beginning
3. Out on a Limb
4. Summerland
5. Lunatic Soul
6. Where the Darkness Is Deepest
7. Near Life Experience
8. Adrift
9. The Final Truth
10. Waiting for the Dawn
Line Up
Mariusz Duda (Voce, Chitarra, Percussioni, Tastiere, Basso, Kalimba)
Michał Łapaj (Tastiere, Organo Hammond)
Macej Szelenbaum (Tromba, Flauti, Tastiere, Pianoforte, Guzheng)
Maciej Meller (EBow)
Wawrzyiec Dramowicz (Batteria, Percussioni)
 
RECENSIONI
84
 
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