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The Flower Kings - Waiting For Miracles
18/11/2019
( 896 letture )
I The Flower Kings di Roine Stolt sono forse uno degli esempi più lampanti di cosa significhi, negli ultimi venticinque anni, suonare rock progressivo. La loro musica è barocca, iper ricercata negli arrangiamenti, sempre sofisticati e mai banali, mutevoli nell’esplorare e unire diversi generi e umori differenti, talvolta in contrasto fra loro. C’è un miscuglio dettato dalla grande passione e devozione per i nomi di maggior rilievo del progressive rock anni settanta come King Crimson, Genesis, Camel, ma c’è spazio anche per la psichedelia dei Beatles e Pink Floyd. Chiaramente i The Flower Kings dispongono di enorme tecnica e grande conoscenza dei propri mezzi, oltre a una totale padronanza delle dinamiche tramite le quali scrivere una canzone. Ogni disco degli svedesi è pertanto un sincero omaggio alla grande stagione musicale dei primi anni settanta e come tale va considerato. Waiting for Miracles è il tredicesimo disco in studio del gruppo svedese e giunge a noi dopo sei anni dall’ultimo Desolation Rose, del quale serbo tutto sommato un buon ricordo. In questo periodo d’attesa i The Flower Kings hanno sostituito l’ormai ex batterista Felix Lehrmann con l’attuale Mirko DeMaio e soprattutto lo storico Tomas Bodin al comparto tastiere con il talentuoso Zach Kamins, per poi ripresentarsi quest’anno con un doppio disco, modalità non rara nella già prolifica discografia dei nostri.

I The Flower Kings sono un po’ come Quentin Tarantino: entrambi palesi citazionisti, ma capaci comunque di costruire uno stile proprio, riconoscibile e tutto sommato fresco che non annoia mai. Si inizia praticamente col botto con Black Flag grazie al suo ottimo assolo e le chitarre ispirate, sia sul versante elettrico sia su quello acustico, più bucolico e allegro. La band ha ancora coraggio e infatti piazza i due brani più lunghi e articolati -Miracles for America e Vertigo- praticamente subito, rispettivamente in terza e quarta posizione nella tracklist, citando ora gli eleganti intarsi delle tastiere alla Kansas e la spensieratezza dei Caravan, ora le atmosfere soffuse e più psichedeliche dei Pink Floyd sorrette con gusto da un basso gorgogliante. In entrambi i brani troviamo molte inserzioni strumentali: assoli di chitarra e tastiera e più delicati ed eleganti tappeti atmosferici dei tasti d’avorio. The Bridge è una canzone decisamente più lineare e prevedibile, per metà è una delicata ballad intimista, pregna di una certa malinconia, ed è dominata dal pianoforte e dalla voce, mentre la seconda parte esplode con un lungo assolo dagli echi gilmouriani. Sospetto fortemente che a Roine Stolt e colleghi siano particolarmente piaciuti gli ultimi lavori di Steve Hackett: Ascending to the Stars è una strumentale molto ispirata al prog sinfonico, barocco e dal gusto orientaleggiante dell’autore di Wolflight e The Night Siren. Un brano simile, piazzato più o meno a metà del primo disco, spezza l’atmosfera dettata dalle sonorità classiche su cui è incentrata la musica dei The Flower Kings. Una gradevole sorpresa che aiuta a proseguire con il resto della tracklist evitando cali di concentrazione durante l’ora e venti di durata complessiva dell’album. infatti, nemmeno a farlo apposta, Wicked Old Symphony si rivela essere un pezzo molto tradizionale, ma brioso e accattivante, con una linea vocale riuscitissima nel ritornello impossibile da dimenticare. Semplice ed efficace, decisamente promossa! Rebel Circus e Sleep With The Enemy si mantengono su buoni livelli, con la prima che cita i Camel per via delle melodie cantabili delle chitarre e gli assoli frizzanti, mentre la seconda è più notturna e sofferta, con un buon crescendo strumentale sul finale, dal sapore a suo modo epico grazie ad un saggio impiego delle tastiere. Chiudono il primo CD I toni più soffusi e malinconici di The Crowning of Greed, dove i nostri giocano un po’ a mescere tra loro Genesis e Pink Floyd in un connubio tanto riuscito quanto auto indulgente e di maniera.

Il secondo disco ha un minutaggio più adatto a un EP che ad un disco vero e proprio, ma nonostante questo i The Flower Kings proseguono dritti per la loro strada, aggiungendo ulteriore carne al fuoco ad un primo CD già sostanzioso. Cinque brani, di cui un’intro e un’outro e tre canzoni che però soffrono di un leggero calo qualitativo rispetto a quanto ascoltato in precedenza. Spirals difatti scorre via senza colpo ferire: un brano né carne né pesce. Nel caso di Steampunk le cose vanno decisamente meglio tra parti ben arrangiate di chitarra e la psichedelia soffusa offerta qua e là da un sempre convincente lavoro delle tastiere. Di bene in meglio la chiusura We Where Always Here, che inizia ricordando vagamente le sperimentazioni dei King Crimson degli anni ‘80 per poi crescere in modo travolgente e coinvolgente. Conclusione più azzeccata, se escludiamo l’outro, non poteva esserci.

Volendo cercare il pelo nell’uovo, potremmo dire che l’unico difetto di Waiting for Miracles è che la qualità media della musica è complessivamente di buon livello -e ci mancherebbe, vista l’esperienza sul campo dei musicisti coinvolti- ma manca un vero e proprio capolavoro che svetti sulle altre canzoni e che faccia da traino al disco. Ciò non sorprende, specie considerando gli oltre vent’anni di carriera dei The Flower Kings e una discografia già nutrita, che ha già dato prova in passato dell’effettivo valore del quintetto. Al tredicesimo disco ormai c’è solo bisogno di una riconferma, andando a limare e migliorare sempre di più coordinate sonore ormai note, da sempre ben padroneggiate dalla band.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
78 su 3 voti [ VOTA]
JC
Sabato 30 Novembre 2019, 13.34.48
5
Li ho amati quasi vent'anni fa, conoscendoli con Rainmaker. Sempre ascoltati tanto, qualcosa veramente amata, qualcosa noiosa. Negli ultimi anni non mi hanno più preso, né loro, né in generale il progressive rock nostalgico degli anni 70, con canzoni infinite e doppi cd che non ho tempo o voglia di ascoltare. Questo lo avevo ordinato per mera fedeltà alla band ma non mi è ancora arrivato. E, onestamente, non ho molta voglia di ascoltarlo neanche su Spotify.
SomaroSotto
Domenica 24 Novembre 2019, 23.10.02
4
Per me ottimo ritorno, quasi, alle origini. Non fanno niente di nuovo, ma a me piacciono proprio per questo. I due nuovi perfettamente integrati, Kamins non fa rimpiangere (sigh) Bodin.
Zess
Sabato 23 Novembre 2019, 20.26.13
3
Sempre considerati fuffa.
Ayreon
Giovedì 21 Novembre 2019, 17.27.00
2
Hai pienamente ragione, però dovrai anche asserire che graziea loro il termine prog e'ancora sulla bocca di tutti,inutile girarci intorno perche' anche Neal morse oltreoceano non fa altro cHe ripetersi ,stolt e' molto sottovalutato Anche perche' in passato era troppo prolifico e ripetitivo,con i fk ha realizzato almeno 4 dischi capisaldi del prog anni 90\2000(paradox hotel ,Stardust we are ,retropolis),e io lo preferisco a certe svolte non proprio "progressive "di Steven Wilson,ascoltati bene come ha lavorato con jon Anderson e dimmi che ne pensi,poi,che a volte riscaldi troppo la minestra con brani di 20\30minuti pieni di inutili parti strumentali dove ci ficca dentro di tutto non lo sopporto ,quando pero' e' con i transatlantic e fa lavoro di squadra con morse non ha difetti.
Titus Groan
Mercoledì 20 Novembre 2019, 12.03.05
1
Negli anni 90 i Flower Kings furono un'ottima ventata di freschezza nel periodo di rinascita del rock progressivo. Altra ottima qualità della band era la presenza e fondatore Roine Stolt che negli anni 70 suonava negli ottimi Kaipa band di punta del progg ( si con 2 g ) svedese. Nel corso degli anni però sono diventati la principale band da citare quando si vuole vomitare sul Prog rock. Oggi consiglio vivamente i gruppi italiani ed anche band svedesi molto più coraggiose dei conservatori della Inside out.
INFORMAZIONI
2019
Inside Out Music
Prog Rock
Tracklist
CD 1
1. House Of Cards
2. Black Flag
3. Miracles for America
4. Vertigo
5. The Bridge
6. Ascending to the Stars
7. Wicked Old Symphony
8. The Rebel Circus
9. Sleep With The Enemy
10. The Crowning Of Greed

CD 2
1. House Of Cards Reprise
2. Spirals
3. Steampunk
4. We Were Always Here
5. Busking At Brobank
Line Up
Roine Stolt (Chitarra, Tastiere, Voce)
Hasse Froeberg (Chitarra,Voce)
Zach Kamins (Chitarra, Tastiere)
Jonas Reingold (Basso)
Mirko DeMaio (Batteria)
 
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