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Saligia - Vesaevus
29/11/2019
( 283 letture )
Dalla tanto cara Norvegia, per la precisione da Trondheim, il duo composto da Ahzari e V. si lancia in questo 2019 con una nuova proposta, a distanza di quattro anni dal loro ultimo full-lenght Fønix. Appartenenti alla frangia black che fa del genere un vero e proprio dogma, i due musicisti presentano una copertina e una tracklist che suscitano curiosità e che portano irrimediabilmente a farsi delle domande. Vesaevus è una forma collaterale del Latino Vesuvius, da cui deriva ovviamente il nome del nostrano vulcano, il Vesuvio. La copertina stessa rappresenta in una prospettiva a 360 gradi il globo terrestre, con al centro una figura a gambe incrociate e quattro braccia. Al di sopra della sua testa, una colonna di fuoco s'incanala verso l'increspatura vulcanica che, eruttando, sprigiona nubi di fumo spargendole fino in cielo, generando così tempeste. Dalla track list si notano nomi di divinità di varie origini, quali Ma'at e l'angelo della morte Malach Ahzari. Il nesso tra il Vesuvio e queste entità ci è oscuro, ma da quel poco che ho potuto scoprire tramite ricerche, qualcosa di strano sulla cima sovrastante il Golfo di Napoli effettivamente c'è. Si tratta dell'Hotel Eremo, teatro di presunti rituali satanici che potranno sicuramente suscitare la curiosità di diversi lettori.

In virtù di quanto è stato detto, Vesaevus non poteva che accoglierci con un sacrale intro di organo, poche note inquietanti, appena accennate, e una voce sommessa a capo del rito. Ashes riesce a creare un'atmosfera abbastanza convincente, forte del titolo che suggerisce un ambiente polveroso, oscuro, coperto dalle ceneri di braci accesi per l'iniziazione. Quasi come se fosse l'unione di due brani, la traccia cambia totalmente registro con un brevissimo stacco dopo due minuti, esplodendo in ciò che consiste veramente il cerimoniale. Una chitarra schizofrenica, ultra-compressa, si pone in aperto contrasto con buona parte delle sonorità squisitamente black e anche con l'operato del gruppo stesso, volendo fare il confronto con lavori precedenti quali Sic Transit Gloria Mundi. L'atmofera sinistra riemerge con Poison Wine, uno dei brani più interessanti dell'album, che alla bizzarre schizzate della chitarra alterna sonorità più vicine alla madre patria. La batteria, dal canto suo, genera un tappeto di grancassa molto ovattato, e ciò non fa altro che mettere ulteriormente in risalto la chitarra stridula; la resa complessiva non dà un senso di compattezza e complementarietà, bensì dà l'idea di trovarsi in mezzo a due picchi sonori inframezzati da una vallata di frequenze intermedie messe in secondo piano. L'effetto risultante potrà piacere o meno, essendo un aspetto molto soggetto ai gusti dell'ascoltatore. Al basso sono dedicati pochi momenti per brillare, e infatti svolge al più un minimo lavoro essenziale, privo di giri e momenti particolarmente ispirati, perlopiù condensati nelle ultime tracce, in particolare Draining the Well.

Il cantato di Ahzari si mantiene per quasi tutta la durata su uno stile ben consolidato, lontano da scream gracchianti e molto più incline a gonfiarsi di drammaticità a pieni polmoni. Si può sentire, forse complice il senso di ritualità tessuto nelle trame del disco, un impeto che richiama Behemoth e gruppi affini. Protagonista assoluta è quindi la chitarra, veramente apprezzabile nel songwriting generale e nei riff, che scivolano via uno dietro l'altro senza difficoltà. In A Nuisance, scariche nervose di stampo death/thrash si alternano a vertiginose salite tra le note alte, ormai consolidate compagne di questo ascolto. C'è tempo anche per sinistri arpeggi che rievocano il black più tradizionale, e in generale la commistione di stili convogliati tutti in un unico strumento risulta piacevole e variegata, rendendo difficile il sopraggiungere della noia. Tuttavia, la giustizia non resa al basso e una batteria sicuramente sul pezzo ma non audace quanto la chitarra intiepidiscono il risultato complessivo e ciò fa dispiacere, perché fa percepire un potenziale inespresso venuto a mancare per qualche motivo sconosciuto, senza però avvertire la presenza di qualche limite invalicabile dovuto a cause esterne.

La title track posta a chiusura è sicuramente uno dei brani più rilevanti: un turbine in discesa ci fa capitolare dalla cima del Vesuvio, quasi a volerci espellere violentemente col volgere a termine del rituale. Essendoci passati attraverso, i suoi effetti li possiamo sentire maturare nella sezione più particolare dell'album; un flauto finora celato ci accenna luoghi ameni, bucolici, in cui potremmo immaginare scene di vita armoniosa e tranquilla. Tuttavia, memori di ciò che stiamo ascoltando, nello stridore della chitarra vengono prontamente scacciati dalla mente pastorelli e pascoli, lasciando spazio a scene dove ristrette cerchie di accoliti si raccolgono intorno alla loro somma guida, in puro stile "Il Grande Caprone" di Francisco Goya. Nella fine, un pianoforte che poteva sicuramente essere incastonato meglio segna la trasmutazione che è avvenuta in noi, ora più vicini a una simbologia che ancora ci sfugge ma abbiamo in parte appreso, assorbito. L'organo, così come ci aveva accolto, adesso ci porta verso l'uscita, e forse complice il rituale, appare sostanzialmente diversa dall'entrata.

Vesaevus è un'opera che verrà probabilmente apprezzata da chi vive la musica prevalentemente come un'esperienza mistica in cui serve focalizzarsi più su ciò che viene evocato, piuttosto che nel valutarla globalmente in tutti i suoi aspetti. Il quadro d'insieme del significato dell'opera ci sfugge volutamente, e le risposte probabilmente le sapranno solo gli autori e i pochi realmente devoti alla causa. Per questo, non viene da pensare che il vulcano e divinità egizie ed ebraiche siano la summa di un immaginario proprio dei Saligia, ma ulteriori approfondimenti saranno forse disponibili solo dopo l'uscita dell'album. Data la forte soggettività cui è soggetto il ritualistic black metal, avendo comunque evidenziato i difetti di produzione, lasciamo a chi lo ascolterà la scelta di elevarlo a perla nera o di mantenersi su giudizi più miti. Sicuramente intriso di idee interessanti, è un'uscita che ben vale un attento ascolto, anche più di una volta, per poter metabolizzare e comprendere meglio ciò che si cela tra queste sette tracce.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
55 su 4 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Ván Records
Black
Tracklist
1. Ashes
2. Malach Ahzari
3. Poison Wine
4. The Feather Of Ma'at
5. Draining The Well
6. A Nuisance
7. Vesaevus
Line Up
Ahzari (Voce e tutti gli strumenti)
V. (Batteria)
 
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