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Memento Mori - Rhymes of Lunacy
30/11/2019
( 509 letture )
Coincidenza o destino. Su questa dicotomia si gioca una delle partite filosofiche e religiose più potenti e pervasive che la storia umana abbia prodotto. Se il susseguirsi degli eventi sia cioè riconducibile ad un disegno in qualche modo inevitabile o se invece non sia altro che la sommatoria di singoli episodi slegati tra loro e che trovano una coincidenza, appunto, imprevedibile e fortuita. E se un disegno esiste, chi lo ha ordito? Un essere superiore e onnisciente, le cui vie sono misteriose oppure è il Destino, il Fato? E se invece non esiste, quali sono le regole che generano gli incroci degli episodi: è il Caos? E non è, allora, il Caos stesso un’entità superiore? E’ dotata di una coscienza o vive in un contesto nel quale non esiste niente che sia umanamente comprensibile e riconducibile ad una regola? Evidentemente, si tratta di interrogativi sui quali la speculazione si perde nella notte dei tempi e che forse mai forniranno una risposta definitiva, se non nelle tante verità che i singoli daranno a se stessi, per placare quel senso di vuoto e di puro terrore cosmico che nasce dall’idea di trovarsi su un minuscolo pezzetto di terra perso nel silenzio del tempo e dello spazio.
Uscendo da questi fondamentali interrogativi, torniamo a qualcosa di più certo: siamo in Svezia, nel 1992. Il cantante Messiah Marcolin è stato estromesso dai Candlemass, imprescindibile doom band con la quale ha realizzato tre dei più importanti album dell’intero genere. Allo stesso tempo, Mike Wead, con i suoi Hexenhaus -techno-thrash band d’eccellenza-, è in un momento di forte crisi, dopo tre album realizzati a breve distanza l’uno dall’altro e una line up che continua ad essere instabile. Che la si voglia chiamare coincidenza o Destino inevitabile, la Storia ci dice che i due eventi sono destinati ad incrociarsi. A nascere da questo incontro sarà infatti una nuova band, che assumerà il per niente tranquillizzante monicker di Memento Mori.

Per chi conosce Mike Wead non sarà una sorpresa scoprire che il debutto della nuova formazione sia stato praticamente per intero composto da lui, musica e testi, con la collaborazione del secondo chitarrista Nikkey Argento e del bassista Marty Marteen in qualche episodio. Wead è infatti uno dei più talentuosi, versatili e completi musicisti della carovana metal e lo dimostrerà in questa occasione traslando per intero le proprie composizioni dal techno-thrash della band d’origine ad un doom ricercato e molto personale, che si adatterà in maniera splendida alla voce di Marcolin, tanto da sembrare una più che naturale evoluzione del tipico sound Candlemass. In effetti, ad un maggiore approfondimento emergono le caratteristiche peculiari dei Memento Mori. Il gran merito va sia alle qualità tecniche e di songwriting di Wead, quanto a quelle del resto del gruppo, nel quale brilla il contributo di tutti, a partire dallo straordinario Snowy Shaw, batterista di King Diamond, Mercyful Fate, cantante per Therion e Dream Evil e collaboratore di almeno altre venti band a vario titolo. Il sound creato per Rhymes of Lunacy può naturalmente essere ricondotto nell’alveo dell’epic doom di casa Candlemass, ma il livello tecnico messo in campo è di livello decisamente superiore e non sorprende infatti che il background dei musicisti fosse di tutt’altro tipo. Tanto le complesse parti di chitarra, abbondanti di parti strumentali ed intrecci pregiatissimi come di filotti di assolo straripanti, quanto le intricatissime partiture di batteria di Shaw, contribuiscono a creare un muro magniloquente e maestoso, elegantissimo, ai limiti del barocco per l’abbondanza di fioriture, intersezioni, incastri e architetture ricche di particolari e rifiniture. Anche in questo caso, non sorprende affatto che proprio i Mercyful Fate giungessero di lì a poco a bussare alla porta di Wead per sostituire l’uscente Michael Denner: un certo modo di scrivere e comporre e il gusto per partiture di gusto heavy classico molto articolate come per assoli urlanti che prorompono dalle strutture stesse, il chitarrista svedese dimostra di averlo a livelli alti e un orecchio attento non mancherà il collegamento al lavoro della band danese anche nell’album dei Memento Mori. Poi c’è naturalmente Messiah Marcolin. Per lui si tratta di un’occasione ghiottissima per rimettersi subito in gioco e sbattere in faccia agli ex-compagni dei Candlemass l’errore compiuto -dal suo punto di vista- col suo allontanamento. In effetti, pur nella conclamata incapacità di andare oltre il proprio tipico stile, il lavoro fatto da Marcolin su Rhymes of Lunacy è decisamente di ottimo livello ed una vera delizia per i fan della sua particolare vena interpretativa. Siamo sui migliori livelli espressi con la sua band principale, per interpretazione ed efficacia delle linee melodiche e il tappeto messogli a disposizione da Wead e compagni è tale da garantirgli un palcoscenico, una scenografia, un libretto e una sinfonia spettacolari, sui quali il cantante semplicemente non può fallire.
Quasi inutile scorrere la scaletta dei brani, data l’elevata qualità di ciascun episodio e la sostanziale omogeneità compositiva, pur caratterizzato ciascuno da melodie e arrangiamenti ricercatissimi, che contribuiscono a diversificare a sufficienza le singole tracce dando a ciascuna uno o più elementi capaci di fare la differenza. Se in qualche caso la sovrabbondanza strumentale tende a diventare un po’ pesante, ai limiti del lezioso, come appunto avviene nel barocco, la sensazione per fortuna dura poco e se la lunghezza complessiva risulta appena eccessiva, questo poi non inficia l’elevatissimo risultato complessivo. Da segnalare come nella scaletta trovino posto un intro -The Rhyme-, due strumentali -Forbidden Dreams, vera e propria esaltazione del quartetto di strumentisti in chiave power-neoclassic-symphonic-doom e The Riddle, più di atmosfera e sostanzialmente legata ad un piacevole giro di basso- e una clamorosa cover -Lost Horizons, del Michael Schenker Group. Su quest’ultima vale la pena spendere una parola, perché pur trattandosi di una riproposizione sostanzialmente fedelissima dell’originale, il marchio impresso dai Memento Mori è tale da sembrare in tutto e per tutto una canzone composta per il disco dalla band stessa e perfino l’interpretazione di Marcolin, decisamente distante dall’originale, risulta del tutto naturale e spontanea. Per il resto, non si segnalano particolari cedimenti, anche in episodi apparentemente secondari come Little Anne’s Not An Angel o la successiva Fear of God, nelle quali, peraltro, risultano imperdibili gli arabeschi degli arrangiamenti, con le lunghe parti strumentali che farebbero la gioia di una qualunque band metal. Imprescindibili invece brani come la clamorosa opener Seeds of Hatred, l’enfatica The Caravan of Lost Souls e la conclusiva Monolith. Si tratta di composizioni che da sole valgono l’acquisto del disco e che testimoniano un livello altissimo di scrittura e qualità esecutive e, come detto, un gusto davvero molto personale nel costruire i brani.

Congiunzione astrale o fortuita coincidenza, a questo punto poco importa. Rhymes of Lunacy è il classico album imperdibile per qualunque amante delle sonorità doom e che per qualità complessiva arriva ad essere di fruibilità e godimento per qualunque amante di metal in senso ampio. I riferimenti al metal classico infatti sono moltissimi e, d’altra parte, il livello tecnico è tale da rendere interessante il disco anche per palati più raffinati rispetto a quelli che solitamente sono soliti avvicinarsi al classico doom. Considerando la quasi contestuale uscita dei Candlemass con Chapter Six viene spontaneo fare un parallelo, dal quale la band del Maestro Leif Edling uscirebbe, se non nettamente sconfitta, sicuramente non vincitrice. Purtroppo, i Memento Mori non riusciranno ad emergere ad un livello alto, pur realizzando quattro ottimi album e andranno in corso ad uno scioglimento nel 1997 che si tradurrà poi nel ritorno discografico degli Hexenhaus e nella successiva momentanea reunion di Marcolin proprio con i Candlemass. Un vero peccato che il loro nome sia poi oggi praticamente dimenticato e ricoperto di polvere, alla luce invece del successo che il genere ha raccolto da lì in avanti e dell’indiscutibile qualità della musica proposta, a partire proprio da questo splendido Rhymes of Lunacy. Decisamente un gruppo e un album da rispolverare.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
78.66 su 3 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Lunedì 2 Dicembre 2019, 2.00.40
5
Uno dei più grandi protagonisti del doom metal classico Messiah Marcolin, voce suprema, simbolo identificativo dell'heavy/doom di seconda ondata, dici Messiah e dici Doom. Anche se è stato estromesso dai Candlemass e come tutti i migliori ha un carattere difficile e non sempre gestibile, ma come i più determinanti e grandi si è fatto valere ugualmente anche da solo con questo progetto, ma credo che ogni progetto sia da riscoprire, per appeal, attitudine, voce e teatralità da vendere. Memento Mori, esordio immancabile. Voto giusto
duke
Domenica 1 Dicembre 2019, 15.11.41
4
..ottimo disco....grandi musicisti....e un cantante eccezionale....voto 90....
Legalizedrugsandmurder
Sabato 30 Novembre 2019, 18.05.12
3
Sottovalutati. 4 album splendidi, il secondo un vero capolavoro
tino
Sabato 30 Novembre 2019, 17.52.55
2
Concordo con il giudizio su Mike wead, sottovalutato anche perché successivamente partner di due monumenti come shermann e la roque, ma veramente un talento enorme. Purtroppo questo gruppo invece a me non ha mai preso del tutto, forse perché ho cercato invano le emozioni dei candlemass rincorrendo il mito del messiah, in questo caso penso siano da riscoprire
Aceshigh
Sabato 30 Novembre 2019, 14.03.15
1
Bel debut per questa band che forse all’epoca avrebbe meritato qualche attenzione in più. I 4 albums da loro pubblicati meritano sicuramente di essere ascoltati. La vocalità unica di Marcolin ovviamente caratterizza - manco a dirlo - questi 50 minuti abbondanti di musica, ma vere protagoniste del platter in realtà sono decisamente le parti chitarristiche. Punta di diamante dell’album per me è The Caravan of Lost Souls, grande pezzo! Voto 82
INFORMAZIONI
1992
Black Mark Production
Doom
Tracklist
1. The Rhyme
2. The Seeds of Hatred
3. Morbid Fear
4. The Caravan of Lost Souls
5. Lost Horizons
6. When Nothing Remain
7. Forbidden Dreams
8. Little Anne’s Not An Angel
9. Fear of God
10. The Riddle
11. Monolith
Line Up
Messiah Marcolin (Voce)
Mike Wead (Chitarra, Tastiera)
Nikkey Argento (Chitarra, Cori)
Marty Marteen (Basso)
Snowy Shaw (Batteria, Cori)
 
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