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Explorers Club - Age of Impact
30/11/2019
( 444 letture )
Ci troviamo sul finire degli anni 90, prendiamo alcuni tra i migliori musicisti del panorama progressive metal e portiamoli in studio a registrare un disco. No, non sto parlando dei Liquid Tension Experiment, ma ci siamo vicinissimi. Ci sono tante similitudini tra il quartetto statunitense e questo progetto dei fratelli Gardner, anzi per correttezza diciamo pure che il progetto in realtà è frutto della mente del compianto Trent Gardner e quindi ideato e prodotto proprio da lui. Innanzitutto l’etichetta discografica, cioè la Magna Carta che aveva inciso Liquid Tension Experiment uscito nel 1998 e il suo successore Liquid Tension Experiment 2, prodotto eccellente del 1999 che dimostrava il grandissimo momento di forma di Petrucci e Portnoy, culminato in quell’anno con l’uscita di Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory. Poi la somiglianza con i Dream Theater, perché qui di militanti nel teatro del sogno ne troviamo ben 3, così come nei Liquid Tension Experiment nel momento in cui Jordan Rudess fece il suo ingresso nella band di Boston. Nonostante i nomi altisonanti che troviamo scorrendo la lineup, questo album, ma più in generale gli Explorers Club, appaiono completamente sconosciuti ai più. Com’è stato possibile questo? Davvero inspiegabile, se le premesse vedendo la formazione sembrano ottime, con l’ascolto le sensazioni migliorano ulteriormente, in un crescendo di tecnica e sfrontatezza di stampo progressive metal.

Come fosse un disco dei Transatlantic, in apertura troviamo una lunga e complessa suite in cui la dozzina abbondante di membri può dare sfoggio della propria abilità e della propria tecnica indiscussa. La dedizione dei singoli musicisti e la creatività di Trent Gardner, mente e guida di questo flusso sonoro, stupiscono l’ascoltatore, traghettandolo in una crociera di emozioni senza precedenti. C’è spazio per qualsiasi cosa in questa traccia d’apertura, sezioni strumentali con reminiscenze dreamtheateriane grazie ai duetti di chitarra e tastiere di Petrucci e Sherinian che portano subito alla mente la straordinaria A Change Of Season, con il maestro Terry Bozzio che si destreggia funambolicamente per dettare i tempi di questa orchestra perfetta, come solo un metronomo potrebbe fare. Alla voce, in questa Fate Speaks, troviamo Bret Douglas, ma l’attenzione non è certo spostata sul vocalist visti gli innumerevoli passaggi strumentali che faranno leccare i baffi a chiunque si voglia approcciare all’ascolto di questo disco. La sezione posta in apertura che copre i quattro minuti iniziali fa già capire che qui ci troviamo di fronte ad un capolavoro progressive. Fading Fast invece è una proposta completamente differente con un inizio dallo stile quasi tribale. La matrice è assimilabile a quella di una ballad anni 80, soprattutto per il timbro vocale e per i ritornelli molto delicati e cantabili. Qui lo scettro del cantante passa nelle mani di Matt Bradley, c’è molto spazio per il basso di Billy Sheehan nei primi minuti. L’intenzione di questo brano è di trasmettere un senso di malinconia e tristezza, come suggerito già dal titolo che riflette la condizione di estrema caducità dell’essere umano che appunto “svanisce velocemente”. Nel finale salgono in cattedra John Petrucci ed il suo shredding prima del ritornello conclusivo. La natura concept del disco impone la prosecuzione delle tracce l’una nell’altra ed è ciò che accade nella transizione verso No Returning, poi ci pensa Derek Sherinian con le sue tastiere prima della comparsa di una voce nota, quella dell’allora compagno James LaBrie. Nei ritornelli compare una frase ricorrente per richiamare la prima traccia Fate Speaks con la quale evidentemente c’è un collegamento anche a livello di tematiche. Le note finali di No Returning collegate con le iniziali di Time Enough scatenano un déjà-vu in quanto sembrano scaturire direttamente da Awake. Questa quarta canzone sembra più cupa delle precedenti, guidata questa volta dalla voce di D.C. Cooper. Fa la sua comparsa anche il trombone, ci pensa il polistrumentista Trent Gardner a suonarlo. L’intermezzo in cui compaiono decine di strumenti trascende qualsiasi genere musicale, passando dal prog, all’ambient, al jazz. Ricordiamo sempre che il filo conduttore del lavoro è l’inconsistenza dell’effimera vita umana pertanto anche in questi passaggi strumentali ciò che trasuda è una malinconia soffusa che non ci abbandona fino alla conclusione, compreso il ritornello posto in chiusura di questa Time Enough. Improvvisamente, ma forse troppo bruscamente, torniamo al prog metal: il passaggio all'ultima Last Call è leggermente diverso dagli altri e riprende il riff di chitarra iniziale della suite Fate Speaks. Qui troviamo nuovamente il frontman dei Dream Theater alla voce, unico partecipante del disco a cantare in due tracce. Così come avevo elogiato i quattro minuti iniziali di questo Age Of Impact, occorre fare lo stesso con i quattro minuti finali. James LaBrie esce anticipatamente di scena, come spesso accade, John Petrucci e Terry Bozzio conquistano la scena con un atto musicale mirabolante, irripetibile, da ascoltare e riascoltare anche a distanza di vent’anni dalla pubblicazione.

Dopo esattamente 53 minuti e 30 secondi si insinua in noi un sentimento di dispiacere, non perché ciò che abbiamo appena ascoltato non abbia soddisfatto, anzi… Il dispiacere è provocato dalla conclusione del disco. C’è un solo modo di spazzare via la tristezza, far ripartire l’album da Fate Speaks e ricominciare. Come già accennato in apertura, i motivi per i quali questa uscita sia rimasta in sordina sono inspiegabili e ciò ha reso il disco molto raro, con l’attuale bacino di utenza di internet ovviamente si può trovare qualsiasi cosa ma non fatico a pensare che nel 1998 questo CD fosse introvabile. Il successivo Raising the Mammoth, prodotto sempre da Trent Gardner, non è all’altezza, alcuni interpreti sono cambiati e, nonostante lo stile fosse più o meno simile, l’alchimia e la magia di questo Age Of Impact non si sono mai più ripetute.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
83 su 3 voti [ VOTA]
Giovannuzzo
Martedì 3 Dicembre 2019, 11.22.35
6
Per me il capolavoro del progressive metal... 100 ad occhi chiusi!
duke
Lunedì 2 Dicembre 2019, 19.34.53
5
...non li conoscevo...li cerchero'...visto i nomi coinvolti....
Osvaldo
Domenica 1 Dicembre 2019, 11.27.24
4
Disco sicuramente da rispolverare.. le recensioni non ne parlarono con entusiasmo ma devo dire che in tutti questi anni (lo presi appena uscito) lo ho sempre ascoltato con grande piacere
Claudio
Sabato 30 Novembre 2019, 15.27.19
3
Discone, il migliore di Gardner insieme a Leonardo. Petrucci in gran spolvero alla chitarra solista
P2K!
Sabato 30 Novembre 2019, 13.53.31
2
CAPOLAVORO!!! Uno dei miei dischi prog (ma non solo) di sempre. Finalmente qualcuno che ha reso giustizia a questo capolavoro (forse l’unico difetto che gli trovo è il finale del disco in fade out ma sembra che all’epoca Bozzio, Petrucci e Sheenan abbiano preso il largo con improvvisazioni varie sul finale e tutto non c’entrava). Unico appunto sulla recensione è che leggendola si sente sperticare lodi solo ai membri dei Dream Theater quando invece il resto del cast fa venire la pelle d’oca basti sentire l’ingresso sul solo di James Murphy o l’intro acustico di Steve Howe o il flauto di Michael Bemesderfer (inizialmente pensavo fosse Ian Anderson) la prova al basso di Sheenan, Terry Bozzio che fa impallidire qualsiasi batterista dell’epoca o DC Cooper... Ma quanto è clamoroso DC Cooper su Time Enough?! Un mio amico all’epoca pensava fosse Bruce Dickinson dei tempi d’oro, e invece... così incredibile la sua prova che La Brie passa in secondo piano nonostante gli sia stato dato più spazio. E infine la seconda traccia... meraviglia di ballar progressive con Bozzio e Sheenan sugli scudi inizialmente, la voce di Matt Bradley che fa sognare e quando entra Trent Gardner... bellissimo... oggi me lo riascolto!!!
JC
Sabato 30 Novembre 2019, 13.39.29
1
Chi, come me, si avvicinava al prog in quegli anni, non poteva prescindere da questo album. Oggi non saprei se consigliarlo... il linguaggio musicale è molto cambiato. Ai giovani curiosi direi di provare e, nel caso piaccia, muoversi lungo la discografia dei Magellan e della Magna Charta records
INFORMAZIONI
1998
Magna Carta
Prog Metal
Tracklist
1. Fate Speaks
2. Fading Fast
3. No Returning
4. Time Enough
5. Last Call
Line Up
James LaBrie (Voce)
Bret Douglas (Voce)
Matt Bradley (Voce)
D.C. Cooper (Voce)
Trent Gardner (Voce, Trombone, Tastiere)
John Petrucci (Chitarra)
Steve Howe (Chitarra)
James Murphy (Chitarra)
Frederick Clarke (Chitarra)
Wayne Gardner (Chitarra, Basso)
Derek Sherinian (Tastiere)
Matt Guillory (Tastiere)
Michael Bemesderfer (Flauto)
Billy Sheehan (Basso)
Terry Bozzio (Batteria)
 
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