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Scott Stapp - The Space Between the Shadows
03/12/2019
( 111 letture )
Scott Stapp si riaffaccia sul mercato con il terzo disco della sua carriera solista, a distanza di sei anni dal precedente Proof Of Life e a ben quattordici da The Great Divide, opera con la quale aveva avviato il suo nuovo percorso artistico. Quello che va ricordato però di Scott Stapp, prima di lanciarsi nella recensione del nuovo The Space Between the Shadows, è la sua storia con il progetto antecedente, grazie al quale si è ritagliato un ruolo importantissimo nella musica degli anni novanta. Dopo il rilascio dell’ultimo (fino a quel momento) Watershed nel 2001, i Creed si sciolgono e dalle loro ceneri nascono gli Alter Bridge, che si presentano con un One Day Remains come debutto al fulmicotone e Myles Kennedy come cantante al posto dello stesso Scott Stapp, il quale intraprenderà invece la carriera solista. Per la verità i Creed vedranno una brevissima reunion al termine del decennio scorso, con tour e pubblicazione dell’ultimo lavoro Full Circle, che come suggerisce il titolo chiude definitivamente il cerchio sulla carriera dei Creed. L’ex frontman, dal canto suo, in questi dieci anni riesce a pubblicare due lavori, il più recente dei quali viene analizzato adesso.

Sei anni sono passati, molte cose sono cambiate e di questo l’artista ne è ben consapevole, facendolo sapere già dall’opener dell’album, poichè in World I Used to Know si chiede cosa sia successo al mondo che conosceva e chi sia il responsabile di quanto è accaduto. Se il suo ritorno “traumatico” è il fulcro della prima traccia, in Name il cantante ci propone una riflessione interiore svelando la sua parte più intimista, ripercorrendo le fasi più significative della sua carriera e le esperienze più intense della sua vita. Purpose Of Pain si contraddistingue per l’energia e il ritmo trascinante, grazie soprattutto alla prova del vocalist e all’aggressività chitarristica di fondo, candidandosi ad essere probabilmente il brano più ascoltato del disco. Si torna a rallentare con Heaven in Me, altra semi ballad, questa volta impreziosita però da venature southern e orientali, con l’aiuto di congàs ed altri percussioni tribali, donando un’atmosfera mistica e quasi trascendentale al tutto. In Survivor emergono maggiormente le capacità vocali dell’ex Creed, dimostrando di possedere quel timbro ideale per il genere, che richiama Eddie Vedder nei momenti più distesi e Chris Cornell quando si raggiungono le note più alte. Wake Up Call è pervasa da un forte senso di malinconia di fondo, che lascia spazio verso la fine ad una flebile speranza. Il mood del brano è enfatizzato dal coro che accompagna i pensieri e le speranze del cantante, partendo da semplice sottofondo fino ad aumentare d’incisività con il progredire della canzone. Da Face of the Sun in poi l’alternanza tra adrenalina e calma che aveva funzionato alla grande fino ad ora inizia a perdere di mordente, rendendo di fatto la seconda parte della tracklist meno riuscita rispetto alla prima. Non si ha la sensazione di trovarsi di fronte a tracce brutte, ma complessivamente risulta tutto meno coinvolgente. Tuttavia, sebbene Red Clouds e Ready to Love facciano presto prendere il sopravvento alla noia, Gone Too Soon si erge brillantemente tra gli episodi della seconda metà fungendo da bellissimo tributo, probabilmente dedicato al compianto Chris Cornell, collega e ispirazione per il cantante di Orlando lungo tutta la sua carriera.

Non è sicuramente questa la sede per delineare un quadro psicologico attorno alla persona di Scott Stapp, ma le sue vicissitudini, tra cui il tentato suicidio, e la sua instabilità interiore sono elementi chiave per capire sia il messaggio sia i toni con cui crea ed interpreta i suoi lavori. Muovendosi su direzioni differenti rispetto alle band post grunge moderne come Bush o Seether, ricordandone gli elementi comuni solo alla lontana, il cantante americano mescola adeguatamente la parte cantautorale con quella più rockeggiante delle proprie radici, alternando ad intervalli strategici l’una e l’altra, in modo da rendere più fruibile e leggero l’ascolto.
Senza voler scadere per forza nella faida, ma al solo fine di tirare un bilancio, sebbene gli Alter Bridge abbiano raccolto molto di più sia in termini di consensi che di vendita, dovuta anche ad una superiorità qualitativa abbastanza tangibile, nell’ultimo periodo la band di Tremonti sembra avvertire un leggero calo in termini di idee. Al contrario possiamo dire che il buon Scott Stapp sia tornato con un album valido e per questo round può ritenersi momentaneamente soddisfatto.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
70 su 1 voti [ VOTA]
mop
Lunedì 20 Gennaio 2020, 17.22.28
1
Un disco in classico stile Stapp, brani rockeggianti alternati a ballate filo radiofoniche. Un netto passo avanti rispetto al deludente predecessore, speriamo possa trovare anche una buona continuità.
INFORMAZIONI
2019
Napalm Records
Alternative Rock
Tracklist
1. World I Used to Know
2. Name
3. Purpose for Pain
4. Heaven in Me
5. Survivor
6. Wake Up Call
7. Face of the Sun
8. Red Clouds
9. Gone Too Soon
10. Ready to Love
11. Mary's Crying
12. Last Hallelujah
Line Up
Scott Stapp (Voce)
Ben Flanders (Voce, Chitarra)
Yiannis Papadopoulos (Chitarra)
Sammy Hudson (Basso, Voce)
Dango Cellan (Batteria)
 
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