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Quiet Riot - Hollywood Cowboys
06/12/2019
( 1056 letture )
Una carriera costellata da picchi e tante cadute, ecco, in nuce, la presentazione del curriculum dei Quiet Riot . La storia gloriosa del quartetto la conoscono tutti, inutile tornare sulle tracce del loro capolavoro Metal Health, anno 1983, o parlare del compianto frontman Kevin Du Brow, oggi la band è ancora in piedi ma tutto è mutato, intorno a loro e all’interno della formazione. L’unico superstite rimasto dai vecchi fasti è il drummer Frankie Banali, vero mastermind ed essenza del gruppo, qui anche in veste di produttore. Purtroppo il nostro non attraversa un periodo di salute eccelso, anzi, qualche mese fa gli è stato diagnosticato un tumore al pancreas, malattia terribile che spesso non dà scampo. Cure, cicli chemioterapici, poi il batterista ha annunciato di stare meglio e di voler suonare live con la sua creatura durante il 2020, insomma la speranza non deve mancare, nonostante la terrificante valutazione medica. Lunga vita Frankie, anzitutto! Hollywood Cowboys giunge come seguito dello scialbo e deludente Road Rage del 2017, che vide il debutto di James Durbin dietro il microfono, stella di American Idol, ma con tutta probabilità non adattassimo al ruolo; tra l’altro il giovinastro ha già lasciato il combo, subito dopo le registrazioni del qui presente album. Completano la line-up due navigati professionisti come Alex Grossi alle sei corde e lo storico Chuck Wright al basso. Copertina davvero brutta e poco ispirata, poi si parte alla scoperta dei nuovi 12 pezzi. Va detto che questo recente capitolo degli americani ha sicuramente dei difetti ma suona molto più pimpante ed energico rispetto al predecessore, un disco dalla valutazione appena sufficiente, anche grazie alla stima verso il monicker e ai musicisti coinvolti.

Il sound grezzo e ruvido si evidenzia subito con l’opener Don't Call It Love, serrata, con chitarre che tagliano la pelle e un ritornello carino ma non certamente trascinante, In The Blood rappresenta il primo singolo, con tanto di video western-style con sparatoria, il tiro è quello giusto, strumentalmente spicca, la voce c’è ma non fornisce un’impronta energica alla stesura, diciamo che un Paul Shortino, ex singer del gruppo, avrebbe fatto impennare questa track che invece va solo a zig zag. Heartbreak City scoppia da un pattern della batteria all’unisono con la voce, up tempo con un chorus anthemico, buono il solo dell’ascia, anche se l’ugola di Durbin convince solo a metà: su una traccia del genere fare la sirena non serviva, meglio groove e rochezza semmai. The Devil That You Know appare onesta nello sviluppo con tanti stacchi di rullante, durata brevissima di soli 2 minuti e 40, mentre Insanity è una mazzata acuminata di status metallico che fa scuotere le chiappe sulle sedie, Change Or Die sfuma nelle tastiere d’accompagnamento ma con la schiena eretta: chitarre in ebollizione e batteria secca. Roll On, invece, è un blues deluxe con accenti swing, premiato da un basso roboante e melodie liquide molto azzeccate, finalmente una buona prova anche del singer, ottimo il solo malato di pathos ad opera di Alex Grossi. Uno dei migliori momenti dell’intero full lenght. Hellbender svela cori e armonizzazioni vocali di gusto maturo, chitarre massicce e batteria robustissima, Wild Horses è scanzonata, leggera, da radio FM a stelle e strisce yankee, Holding On sfreccia diretta, Last Outcast si rivela bella potente dal primo attacco, batteria che spacca gli iceberg, ritornello quasi epico, mentre il sipario si chiude su Arrows And Angels, pezzo invero bruttino che non sposta la lancetta-media del lavoro.

Hollywood Cowboys non è un album fiacco, partorito da un act ormai spremuto e senza idee, però le anomalie esistono e sono in evidenza. Il singer, pur dotato di estensione indubbia, non fornisce il valore aggiunto alle tracce e raramente si rimane completamente soddisfatti dall’esito di una song ascoltata, diciamo che con i cantanti guest che ci sono in giro, molti altri avrebbero saputo dare il kick-ass alle composizioni. I pezzi proposti godono di potenza e ruvidezza ma non sempre sono da voto elevato, qualche filler è presente, nel complesso un discreto parto discografico con tre vecchi marpioni della scena hard rock che sanno ancora darci dentro e mostrare canini affilati. La speranza vera è che questo non sia l’ultimo capitolo dei Quite Riot , tutto ciò significherebbe ritrovare Frankie Banali completamente ristabilito, e ancora carico per il futuro, alla caccia di un frontman adatto alla musica di una band storica che, in un modo o nell’altro, ha saputo dare il via alla nascita e riscossa della scena losangelena agli albori degli eighties. God bless ya!



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
87.6 su 15 voti [ VOTA]
angus71
Martedì 10 Dicembre 2019, 10.54.43
15
Tanta stima per il gruppo che ha pubblicato un capolavoro come metal health. il mio 60 è dovuto solo a quello. disco che non mi dice granchè. comunque anche io mi associo agli in bocca al lupo per Frankie.
fasanez
Domenica 8 Dicembre 2019, 19.45.00
14
quotone per @aceshigh 2. specie per frankie.
Shock
Sabato 7 Dicembre 2019, 18.44.56
13
C'è stata tanta buona musica in quei decenni come oggi, basta saper cercare, ma anche roba mediocre che oggi viene spacciata come capolavori dimenticati...
Galilee
Sabato 7 Dicembre 2019, 17.11.32
12
Ma difatti entrambe le affermazioni sono chiacchiere. La verità è che in entrambi i decenni c'è stata una valanga di ottima musica.
Legalizedrugsandmurder
Sabato 7 Dicembre 2019, 16.55.35
11
@Shock alcuni album e alcune band sicuramente meritano di essere rivalutate (per me ad esempio Saint Vitus, Coroner, Angel Witch...) in quanto non hanno avuto il successo meritato, ma ora veramente si sta esagerando. Ricordo che per buona parte degli anni 90 sembrava che tutta la musica anni 80 fosse spazzatura e un sacco di grandi nomi se la sono vista brutta (e alcuni grandi album sono stati flop immeritati, per esempio Dehumanizer dei Black Sabbath), adesso siamo arrivati all'eccesso opposto. Tutti "capolavori", tutte "pietre miliari", tutti album "fondamentali"...
Elluis
Sabato 7 Dicembre 2019, 16.29.00
10
A me erano piaciuti tantissimo anche Condition Critical e QRIII, quest'ultimo un disco con sonorità completamente diverse dai precedenti, ma ugualmente di grande spessore. La loro fine secondo me è stata decretata con la morte di DuBrow.
Shock
Sabato 7 Dicembre 2019, 16.10.48
9
Infatti oggigiorno c'è spesso recupero di gruppi anni 80 che già all'ora non erano tanto considerati e i cui dischi prendevano voti medio bassi ed invece oggi sono considerati classici e bellissimi....misteri....
Legalizedrugsandmurder
Sabato 7 Dicembre 2019, 15.51.45
8
La grandezza di Metal Health non si discute, tutto il resto sì. Poi, sinceramente, di tutte queste band che campano di rendita per aver fatto qualcosa di buono negli anni '80 e magari ritornano insieme dopo essersi sciolti da anni non se ne può più. Vengono incensate persino band che già all'epoca erano considerate di serie B o C...
Vitadathrasher
Sabato 7 Dicembre 2019, 15.26.45
7
Mai fidarsi invece di francobacio, sembra che per lui l'album sia alquanto papabile se non di più. È una caricatura a partire dalla cover fino ad arrivare ai pezzi, senza mordente, chitarre prive di spessore su ogni punto di vista. Forse la cosa migliore in questo disastro generale dove l'unico superstite a dare una parvenza al brand è banali è il già licenziato giovanotto alla voce che rimembra in parte e come una caricatura lo storico singer. Peggio di così non si può
David D.
Venerdì 6 Dicembre 2019, 22.22.20
6
Gruppo alla frutta da ANNI e mi dispiace dirlo, ma è dal post Criticato Condizioni che non ne azzeccano uno, tranne qualche pezzo sparso. Era rimasto solo il carisma vocal di Dubrow a reggere su una band che negli anni 80' sembrava dover fare il botto, ed invece è implosa su se stessa.
Shock
Venerdì 6 Dicembre 2019, 20.15.13
5
Prendo la palla al balzo per dire a chi interessano certe sonorità che è stato appena pubblicato il terzo album registrato ma mai fatto uscire sul mercato dei JUNKYARD, dal titolo OLD HABITS DIE HARD, un tuffo nel passato inizio anni 90, con sonorità hard rock/sleaze/blues. Altro che questo dei QR...
Galilee
Venerdì 6 Dicembre 2019, 19.21.56
4
Ah., del disco ho ascoltato qualcosa e non mi è molto piaciuto. Mi fido di Frankiss
Galilee
Venerdì 6 Dicembre 2019, 19.20.59
3
Quoto shock in pieno. Ottimo metal Health. Già quello dopo per me era una forzatura. Li ho sempre trovati molto finti.
Aceshigh
Venerdì 6 Dicembre 2019, 18.07.58
2
Mah, per me niente di che, come già l’album precedente. Durbin sarà anche un buon cantante, ma sinceramente nei QR proprio non ce lo vedo. Ad ogni modo, singer a parte, sono i pezzi che non mi dicono niente. Sono comunque curioso di sentire cosa produrranno con Jizzy Pearl, i pezzi con lui in QR 10 non erano affatto male. Decisamente un’ugola più adatta alla band. Quest’album sì, tutto sommato, è un po’ inutile. Voto 65. Un grandissimo, enorme in bocca al lupo a Frankie!!!
Shock
Venerdì 6 Dicembre 2019, 17.55.01
1
Gruppo che ha fatto un enorme disco, tanti mediocri ed ultimamente dischi inutili come questo...
INFORMAZIONI
2019
Frontiers Records
Hard Rock
Tracklist
1. Don't Call It Love
2 In The Blood
3 Heartbreak City
4 The Devil That You Know
5 Change Or Die
6 Roll On
7 Insanity
8 Hellbender
9 Wild Horses
10 Holding On
11 Last Outcast
12 Arrows And Angels
Line Up
James Durbin (Voce)
Alex Grossi (Chitarre)
Chuck Wright (Basso)
Frankie Banali (Batteria)
 
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