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Solstice - Lamentations
07/12/2019
( 338 letture )
Il doom. Un universo sconfinato dalle molteplici sfaccettature, irriconoscibili agli occhi dell’ascoltatore casuale, il quale al contrario asserisce di aver raramente incontrato sulla sua strada un genere tanto statico e monotematico; come diceva quel tale, diffidate da chiunque esprima un pensiero tanto limitato come questo poiché non c’è più cieco di chi non vuol vedere. O mi vorrete far credere che la prima canzone del debutto dei Solitude Aeturnus, una cavalcata heavy derivante dagli anni 80 riprodotta a velocità dimezzata e adornata di un alone mefistofelico ancorché “candido” sia identica alla sua analoga nel primo vagito dei Cathedral, la quale si immerge a fondo nel marcio retaggio sabbathiano e lo estremizza senza spiraglio alcuno per melodie quantomeno non mortifere? Eppure queste due band sono entrambe classificate sotto la voce doom e null’altro, senza altre sottoetichette, orpelli vari o differenze evidenti a priori che possano confondere le idee, no, sono due modi diversi di intendere la stessa cosa. Un terzo modo di affrontare il “metal del destino” ce lo offre il debut album di un gruppo magistrale che vede la luce nel 1994 e che non raggiungerà lo stesso status di altri pur possedendo le stesse altissime carte in regola, vale a dire i Solstice. Originari di Bradford, Yorkshire, Regno Unito, fondati quattro anni prima da Richard M. Walker esattamente il giorno del solstizio d’estate, occorre spendere due parole su questo curioso personaggio misconosciuto ai più: si narra infatti che costui abbia inventato di sana pianta una “band” assieme ad un altro Walker, Patrick dei Warning, mentre erano in tour con i rispettivi combo e l’abbia chiamata Solomon Kane, con cui registrò una canzone-demo dal titolo The Dread registrato nella camera da letto del batterista con metodi a dir poco obsoleti. Ma la cosa divertente sta nel racconto fantasioso costruito attorno a questo demo, fatto spacciare come registrazione live in un conosciuto club di Birmingham e rilasciato ancora nel lontano 1983 (figurarsi…), insomma un falso reso “reperto storico” da un sospetto quartetto di musicisti dai nomi d’arte rivedibili come The Iron Man dietro le pelli e Les Paul (sic!) alla sei corde. All’interno di questo grottesco panorama teatrale cerchiamo di tornare al nostro focus principale rappresentato dai Solstice e dal loro ingresso nel mondo del doom, avvenuto dalla porta principale con il bellissimo e altresì evocativo Lamentations; nomen omen diceva qualcuno, ebbene, se la parola solstizio ha una doppia valenza di significato simbolico il lamento non lascia spazio a ulteriori precisazioni, siamo nella descrizione in suono dei meandri dell’oppressione psicofisica dell’essere umano.

Partendo dal fondo e andando a ritroso come i gamberi abbiamo la conferma musicata delle nostre frasi: la conclusione di The Man Who Lost the Sun e la sua protuberanza Ragnorok, con suono esiziale di campana annesso, non è altro che una marcia funebre in virtuale contatto-antitesi con la traccia d’apertura dell’omonimo Black Sabbath e un riff tipicamente 90’s rallentato a dovere dal leader ci accompagna verso l’uscita dopo un’ora scarsa di sofferenza mista ad esaltazione, se il nostro umore si dimostra all’altezza della situazione. In apertura abbiamo fatto due esempi di realizzazione “doomica” e il primo citato è quello che più si avvicina a ciò che possiamo udire in Lamentations, ossia un doom impregnato di reminiscenze ottantiane reso celebre dal mai troppo adorato Epicus Doomicus Metallicus e che va a braccetto con la solennità di un certo epic metal d’alta scuola (per intenderci, non quello dei Manowar, il quale possiede ben altri punti di forza). Registrato in estate presso gli Academy Studios di Dewsbury, questo platter inizia già dalla copertina ad espletare gli effetti collaterali che assumerà sulla mente dell’ascoltatore impreparato, lo farà disperdere in una non chiara selva oscura esattamente come il galeone dallo stile norreno raffigurato ai piedi di una tolkeniana foresta. Mettiamo subito sul piatto le migliori due composizioni presenti qui sopra, ovvero Neither Time Nor Tide e Wintermoon Rapture: la prima, opener, è preceduta da un intro che si cessa con l’avvento del “grasso” riff congiunto di Walker e Gian Pires, quest’ultimo probabilmente lo ricorderete per la breve ma intensa parentesi nei Cradle of Filth, portatore di sventura anche grazie ad un efficiente e, per l’appunto, lamentoso Simon Matravers intento a salmodiare sopra un tessuto ritmico dei più rocciosi che dà il suo meglio durante l’assolo. Per quanto riguarda la seconda, poco da dire, servirebbe uno di quei video tutorial di Youtube, intitolarlo “come comporre una canzone doom” e inserirci Wintermoon Rapture in cui tutto è al posto giusto. Vogliamo trovare un difetto? Il vocalist pecca un poco di personalità, alla stregua dei molti epigoni di Kiske presenti nel power anche lui si rifà troppo esplicitamente al capostipite del settore Johan Langquist, con l’eccezione rappresentata dalle strofe di These Forever Bleak Paths di ulveriana memoria; c’è comunque da dire che si tratta di un timbro sì riconoscibile ma forgiato ad hoc per esaltarsi su questi lidi musicali, più che un difetto quindi possiamo chiamarla informazione di servizio. A Lee Netherwood l’onore di aprire un altro pezzo da novanta, Absolution Extremis, che si dipana attorno ad un testo tutt’altro che criptico che affronta il pentimento in punto di morte e una scelta compositiva conservativa arroccata sui soliti stilemi, insomma, una descrizione che può andare bene per ogni brano di Lamentations e non solo. Questo è epic doom metal d’autore come se ne son visti pochi in giro, anche la produzione a cura di Robert “Mags” Magoolagan rende piena giustizia ad un grandissimo prodotto, settando alla perfezione l’equilibrio tra gli strumenti in campo.

I Solstice pongono quindi la prima pietra di una carriera, per adesso, tripartita: sono solamente tre i full lenght pubblicati dal quintetto inglese, il quale è dovuto passare attraverso uno scioglimento nel 2002 e un riassestamento nel 2007; in compenso tutti e tre i lavori in questione sono di assoluto livello anche se a svettare rimane lui, Lamentations, assieme alla sua evocativa e superiore aura maledetta. Come uno strumento ipnotico utilizzato dal miglior prestigiatore sulla piazza, esso prenderà il controllo sulla parte più inerme delle nostre cervella e ne farà un uso improprio, sta a noi stessi decidere se sottoporci consciamente a tale procedura o rifuggire in cerca di sentieri meno impervi. Noi scegliamo la prima opzione.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
61.25 su 4 voti [ VOTA]
Gabriele
Lunedì 9 Dicembre 2019, 20.03.35
2
L'anno scorso avete colpevolmente ignorato l'uscita di quella meraviglia di White Horse Hill. Urge rimedio. Peccato che ora, dopo l'ennesimo avvicendamento dietro al microfono, abbiano scelto una cantante...una cantante...no, ne ce la faccio, è incommentabile.
Lizard
Domenica 8 Dicembre 2019, 11.01.04
1
Grande band, con un immaginario di riferimento particolare e interessante, che contribuisce a dare fascino alle loro composizioni. Wintermoon Rapture è un brano che non si scorda.
INFORMAZIONI
1994
Candlelight Records
Doom
Tracklist
1. Lamentations IV
2. Neither Time nor Tide
3. Only the Strong
4. Absolution in Extremis
5. These Forever Bleak Paths
6. Empty Lies the Oaken Throne
7. Last Wish
8. Wintermoon Rapture
9. The Man Who Lost the Sun
10. Ragnorok
Line Up
Simon Matravers (Voce)
Richard M. Walker (Chitarra)
Gian Pires (Chitarra)
Lee Netherwood (Basso)
Lennaert Roomer (Batteria)
 
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