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Atlantean Kodex - The Course of Empire
13/12/2019
( 1842 letture )
La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza.
(Lao Tzu)


Non hanno fretta gli Atlantean Kodex nel pubblicare i loro album e quindi perché perdersi l’opportunità di ascoltarli a lungo e ripetutamente, se la loro stessa natura sembra condurre in questa direzione? Sei anni ci dividono da The White Goddess, album che aveva lanciato definitivamente la band tedesca nel Cielo delle promesse dell’epic/doom metal, in attesa di una consacrazione definitiva. Nel frattempo, il chitarrista Michael Koch ha lasciato il gruppo ed è stato sostituito da Coralie Baier, che ha avuto il tempo di integrarsi nella formazione e dare il proprio contributo alla realizzazione di The Course of Empire, terzo album e snodo fondamentale della carriera degli Atlantean Kodex, già ampiamente salutato come loro capolavoro e come uscita tra le più significative del genere negli ultimi anni. Proprio per questo, conviene che l’ascolto di questo album sia lungo e sereno, ripetuto e metabolizzato. Non capita spesso di trovarsi di fronte ad un capolavoro annunciato, specie in un genere così classico e abusato. Come primo dato, è giusto ricordare che la coerenza è da sempre caratteristica fondante la stessa identità del quintetto, assieme alla passione profonda e radicata per sonorità che affondano le proprie radici tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta e quindi non stupirà scoprire che il nuovo album non fa che esaltare ulteriormente le caratteristiche già messe in luce negli album precedenti. Sono gli stessi Atlantean Kodex a fornire indicazioni chiare in merito alle proprie influenze: Manowar era Ross the Boss, Solstice, Bathory, Candlemass, Warlord, Manilla Road, Cirith Ungol, musica folk tradizionale europea. Uno spettro che non lascia dubbi e che identifica un epic doom metal tradizionale e decisamente ancorato ad un immaginario eroico e al contempo carico di malinconia e oscurità, di rimpianto per civiltà perdute e per un’epoca fantastica e forse mai esistita, quando il mondo era giovane e imperi nascevano e crollavano lasciando dietro di sé polvere e la vuota grandiosità di gloria e potere ormai dimenticati.

Proprio questo è il tema di fondo di The Course of Empire, che trae ispirazione dalla serie di dipinti dello statunitense Thomas Cole dallo stesso titolo: l’ascesa e caduta degli imperi. Una tematica che si attaglia alla perfezione allo stile del gruppo, da sempre caratterizzato da una maestosa magniloquenza, da ritmiche possenti e appunto eroiche, sublimate dall’uso ripetuto di cori enfatici, sui quali si adagia la voce pulita e stentorea di Markus Becker, senz’altro ancorata agli stilemi metal, più che a quelli doom. Lo stile del gruppo come anticipato resta lo stesso, con un ripetuto ancoraggio a tempi medi e cadenzati, con poche eccezioni e aperture, ad esaltazione dell’atmosfera solenne e drammatica, carica di epos, che si vuole evocare in ogni passaggio. Le composizioni come da tradizione sono mediamente molto lunghe e articolate, tra i sette e i dieci minuti di durata per ciascuno degli episodi principali del disco. Da notare come le canzoni raramente si lascino andare a partiture strumentali o lunghe cavalcate di assoli, per quanto presenti: pur nella loro lentezza opulenta, infatti, più che all’esposizione tecnica si preferisce dare spazio alla costruzione enfatica, alla maniacale cesellatura di riff doom e partiture intrecciate delle chitarre su tempi lenti. Sono piuttosto gli intermezzi e l’utilizzo di alcune parti acustiche o folkeggianti a prendersi l’onere di spezzare l’atmosfera del disco. E’ un album decisamente molto cantato, forse fin troppo, nel quale Becker riempie quasi ogni anfratto assieme ai cori e ai recitativi, a dare ulteriore rilevanza all’animo epico e ridondante delle composizioni, nelle quali in ogni caso balenano ovunque partiture heavy classiche e tipiche ritmiche marcianti alla Manowar, con fortissime influenze tipicamente eighties. La ridondanza è cifra stilistica assoluta di The Course of Empire e finisce per esserne, assieme all’ovvio citazionismo, anche principale limite: tutto è portato all’accesso enfatico, con un risultato che finisce per ottenere a volte l’effetto inverso di una pesante abbondanza, che toglie appetito. Certo il genere stesso fa dell’esaltazione e della cadenza marciante le proprie ragioni d’esistenza, ma la decisione di dare spazio a composizioni così lunghe e così costantemente giocate sempre sulle stesse soluzioni melodiche, ritmiche e vocali, con pochi, anche se presenti, spazi concessi al "respiro" delle composizioni, rende la continua e assillante ricerca del disco epic doom definitivo un po’ stucchevole e stancante. Perfino il bravissimo Markus Becker finisce per contribuire a questo eccesso, scegliendo quasi sempre la via dell’epicità, anche a scapito dello spettro interpretativo, che risulta sempre e soltanto condotto in una direzione. Perfino le influenze folk o i rari momenti nei quali la band rinuncia alla distorsione, sono accompagnati da un cantato epico e cadenzato, quasi come se si avesse paura di non risultare tronfi a sufficienza. Questo, è bene chiarirlo, non vuol preludere ad una stroncatura, quanto piuttosto ad un rammarico: prese una alla volta, tutte le composizioni risultano di gran livello, costruite in maniera maniacale e curatissime sotto ogni aspetto. E’ l’ascolto completo che risulta invece offuscato dall’eccesso. Brani come Lion of Chaldea, che offre un riff portante clamoroso, un ritornello da stadio e una sezione solista degna di questo nome, l’annichilente A Secret Byzantium, He Who Walks Behind the Years, composizione da tramandare ai posteri e nella quale tutto l’arco artistico della band trova la perfetta collocazione e la titletrack -forse anch’essa appena troppo lunga-, che riprende il tema dell’intro The Alpha and the Occident, è impossibile non provare pura esaltazione per quanto si va ascoltando. L’opener People of the Moon, invece, come tutto il resto del disco, ha una doppia faccia: per i primi minuti praticamente perfetta, poi dopo lo stacco centrale, ritorna per l’ennesima volta sul refrain e si allunga per altri minuti che sembrano del tutto superflui. Chariots, con l’oscura e bellissima parte iniziale e la scatenata cavalcata del riffing sembra voler spezzare almeno a livello ritmico e dinamico la stasi che imperava da inizio album, ma anche in questo caso si perde nei mille arabeschi disegnati dal gruppo e perde l’occasione, consegnandoci al primo vero momento di apertura. The Innermost Light è infatti un brano giocato tra parti arpeggiate, accompagnate dal suono del corno e improvvise sfuriate metalliche, cori e la stupenda voce di Becker. Purtroppo, questi sceglie di riprendere per l’ennesima volta la cadenza epic, andando ad azzerare di fatto ogni possibilità di svincolarsi dal mood di tutto il disco, sfruttando le possibilità evocative create dalla musica. Un vero peccato perché, se presa da sola, la traccia è una di quelle che farebbe venire i brividi a qualunque amante di questo tipo di composizione. C’è da dire che da qui e fino alla fine si succedono una serie di brani davvero di alto livello, i quali riescono a dare davvero l’idea di trovarsi per le mani un album epocale, compresa la purtroppo breve The Spell of the Western Sea, altro intermezzo di ottimo impatto, che ben prepara al trionfo della titletrack.

Volendo The Course of Empire è il trionfo del citazionismo nostalgico che tanto va di moda in questo periodo di crisi del genere. Si tratta però di un citazionismo molto intelligente, appassionato in maniera trasparente e che ha prescelto un sottogenere iper-radicato nel tradizionalismo metal eppure ancora di nicchia, il che lo rende appunto "puro" e libero da tentazioni commerciali. D’altra parte, una scrittura che si attesta su queste lunghezze medie, per quanto totalmente apprezzabile e fruibile da chiunque ascolti metal, non sembra davvero fatta per piacere a tutti per forza e questo costituisce ulteriore vanto del gruppo, che non ha scelto affatto la strada facile ed è riuscito comunque a trovare una propria cifra stilistica. Il successo riscontrato è un bene per la band e anche per il genere. Al di là delle critiche per delle scelte compositive e di interpretazione che sono comunque insiste nel DNA del gruppo sin dall’inizio e che finiscono per diventare parte integrante della proposta, sono indubbie la crescita esponenziale e la dedizione che gli Atlantean Kodex esprimono nella loro musica. Forse è inutile aspettarsi da loro un disco appena più snello e variegato, ma se il loro percorso di crescita continuerà, allora avrebbero tutti i meriti per diventare un gruppo imprescindibile.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
85 su 9 voti [ VOTA]
davide
Lunedì 13 Gennaio 2020, 9.31.40
19
tutto tranquillo fasanez, non ha convinto nemmeno me...solita trippa con buoni spunti ma senza grossi diamanti.
fasanez
Sabato 4 Gennaio 2020, 10.34.15
18
Anche dopo diversi ascolti, l'opinione è rimasta la stessa... peccato
fasanez
Mercoledì 25 Dicembre 2019, 18.27.02
17
L'ho ascoltato solo un paio di volte, ma non mi rimane per ora impresso quasi nulla. Nel senso, tutto bello, ma scorre via e non mi rimane né mi fa la scossa. Trovo inoltre la voce piuttosto anonima, bravo, tecnico, ma... Non scatta la scintilla. Per fare un esempio, se Lions of chaldea l'avesse cantata un Adams o un de feis nei loro cenci.......
Cristiano Elros
Martedì 17 Dicembre 2019, 23.23.30
16
Grandissimo ritorno degli attuali re dell'Epic Metal. Devo dire che per me The White Goddess è comunque migliore, ma questo non è niente male ed è ottimo per chi apprezza certe sonorità e un certo immaginario (contando anche la copertina quindi). Forse anche io avrei preferito che qualche pezzo fosse un pelino più corto, però devo dire che nel complesso la cosa non mi è pesata troppo, inoltre avrei preferito una produzione leggermente più limpida con chitarre più in vista, ma vabbè. Molto bello lo stesso. P.s.: il riff di The Lion of Chaldea non vi ricorda tantissimo quello di Stargazer?
Luky
Martedì 17 Dicembre 2019, 13.12.56
15
Non conoscevo questa band, mea culpa, ma il disco è una bomba
El Faffo
Lunedì 16 Dicembre 2019, 21.22.41
14
Volevo solo aggiungere che non sono proprio gli ultimi arrivati... Li seguo da Pnakotic Demos ed a mio avviso sono una sorta di portabandiera del genere!
El Faffo
Lunedì 16 Dicembre 2019, 19.59.52
13
Più lo ascolto e più mi piace! Disco immenso, songwriting inarrivabile e produzione abbastanza dinamica (per il genere in questione)... Quando alzi il volume ti GODI alla grande il loro lavoro. Disco dell' anno per me, avvicinato solo da "Ruins of Eternity" degli Orodruin (altra luuunga attesa e Conferma).
Dennis Longrave
Lunedì 16 Dicembre 2019, 19.50.19
12
Senza esagerare, questo é il disco del decennio in campo epic metal. Certo, si sentiranno rimandi a molti gruppi storici della scena, come scritto in rece fatto peró in modo estremamente intelligente, ma qua c´é una ricerca accuratissima delle scelte melodiche, artwork, libretto e testi, come in nessun altro gruppo si trova. Non che abbiano bisogno di scalare la vetta, l´avevano giá fatto col precedente, qui si confermano e affinano ulteriormente la proposta. Poche volte 60 min scorrono cosí agevolmente, con un cantante cosí poi...
Le Marquis de Fremont
Lunedì 16 Dicembre 2019, 17.17.25
11
Bellissimo disco, per chi ama questo tipo di sonorità che come citato nella recensione, come struttura dei brani, ricordano molto i Manowar. Devo dissentire sul disturbo dovuto alla lunghezza dei brani. Come qualcuno ha citato, non danno nessun fastidio, anche perché posano su un songwriting che è piacevolissimo ed emozionante da ascoltare. Non è, per me, il migliore album dell'anno (sono più su Officium Triste, o Fen o Véhémence) ma sicuramente uno dei più belli. Au revoir.
Shock
Domenica 15 Dicembre 2019, 16.03.05
10
@Lizard: concordo in pieno, bravi🤗
Coffins
Domenica 15 Dicembre 2019, 0.40.35
9
Un abbondanza che toglie appetito?Non di sicuro a me,forse al recensore.Il disco dura 60minuti ma non pesa e finito ne vorresti ancora.Sul podio tra i migliori lavori del 2019
Lizard
Sabato 14 Dicembre 2019, 17.34.21
8
@Shock: non abbiamo come opzione epic/doom, quindi era stato messo heavy/doom, ma in effetti epic alla fine rende meglio l'idea.
Shock
Sabato 14 Dicembre 2019, 17.12.39
7
C'è da dire che dicendo un sacco di cazzate a volte ci azzecco anch'io: ieri il genere era heavy/doom oggi epic, magari il mio commento ha funzionato 🤗
Enrico Bustaffa
Sabato 14 Dicembre 2019, 14.20.25
6
ascoltai qualcosa di loro molti anni fa e rimasi intrigato. Mi sa che devo rimettermi al pezzo
lisablack
Sabato 14 Dicembre 2019, 13.59.43
5
Non li conoscevo, solo ora mi accorgo di loro e devo dire che mi hanno davvero colpito ..l' album mi pare davvero bello👍
entropy
Venerdì 13 Dicembre 2019, 22.31.14
4
Questo è una grandissima band! Album favoloso, epico, emozionante e per quanto mi riguarda suona anche molto fresco. I dihmav non hanno fatto purtroppo il CD fisico, quindi per ora non li ho ascoltati!
Shock
Venerdì 13 Dicembre 2019, 21.36.44
3
Ho ascoltato il disco dei Dimhav, almeno ci ho provato, ma dopo un gran mal di testa ho capito che non fanno per me🤭
dariomet
Venerdì 13 Dicembre 2019, 20.43.38
2
secondo me il disco metal dell'anno anzi degli ultimi dieci anni è boreal flame dei dimhav, esempio supremo di power, prog..recensitelooo. Detto questo l'album in questione trasuda epicità da tutti i pori e merita tutto il support possibile. Bravi atlantean kodex
Shock
Venerdì 13 Dicembre 2019, 20.29.08
1
Era ora!! Diamine, uno, anzi IL DISCO HEAVY METAL EPIC CLASSICO migliore dell'anno, anzi di anni, non poteva non essere recensito. Epicita' allo stato puro, per chi non sa' cos'è l'epic metal, una classe sopraffina ed una voce che avvolge l'ascoltatore nell'intera lunghezza del disco, come un generale guida un esercito. La lunghezza dei brani e del lavoro (cosa che io di solito mal digerisco), qui neanche si avverte perché tutti i brani sono così coinvolgenti che il tempo passa in un'attimo (ci sono gruppi ben più famosi che dovrebbero imparare...). Per me un capolavoro, punto e basta!!!
INFORMAZIONI
2019
Van Records
Epic
Tracklist
1. The Alpha and the Occident (Rising from Atlantean Tombs)
2. People of the Moon (Dawn of Creation)
3. Lion of Chaldea (The Heroes’ Journey)
4. Chariots (Descending from Zagros)
5. The Innermost Light (Sensus Fidei)
6. A Secret Byzantium (Numbered as Sand and the Stars)
7. He Who Walks Behind the Years (The Place of Sounding Drums)
8. Spell of the Western Sea (Among Wolves and Thieves)
9. The Course of Empire (All Thrones in Earth and Heaven)
10. Die Welt von Gestern (Abendland)
Line Up
Markus Becker (Voce)
Coralie Baier (Chitarra)
Manuel Trummer (Chitarra)
Florian Kreuzer (Basso)
Mario Weiß (Batteria)
 
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