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Iron Curtain - Danger Zone
23/12/2019
( 492 letture )
Danger Zone è il quarto album degli Iron Curtain, band divenuta oramai un’istituzione nel panorama metal underground spagnolo. La matrice è anni ’80: tra le influenze gli Iron Curtain citano i Motörhead e i Tank, i canadesi Exciter e Razor, i teutonici Iron Angel e Grave Digger, gli scandinavi OZ e Heavy Load, gli americani Abattoir e Savage Grace.

Rispetto ai dischi precedenti, Road to Hell (2012), Jaguar Spirit (2012) e Guilty as Charged (2016), l’intento è quello di accantonare il lato speed a favore di una formula più lenta, melodica, più incline al rock, ai mid-tempo. I risultati di questa scelta stilistica, che a sprazzi influenza l’intero disco, si manifestano completamente in brani come Rock Survivor o Lonewolf: le canzoni, non dei capolavori (specie la seconda, la prima è un buon brano rock, con qualche vago richiamo ai Deep Purple), tutto sommato funzionano, ma se si pensa al precedente Guilty as Charged si percepisce un calo di intensità e potenza non indifferente. Sacrificare velocità e cattiveria probabilmente non rappresenta del tutto un passo in avanti per la discografia degli Iron Curtain, anche se comunque si tratta di una scelta condivisibile, che in qualche modo riesce comunque a dare un tocco di dinamismo, a uscire dalla compattezza che generalmente contraddistingue un po’ tutti i dischi heavy-speed stile anni ’80, visto che comunque il grosso di Danger Zone è rappresentato da canzoni più ritmate e potenti, quali Wildlife, Stormbound o la titletrack Danger Zone, che condensano nella musica e nel cantato di Mike Leprosy gli stili dei gruppi citati in precedenza, primi su tutti i Motörhead. Specie in questi brani, dove aumenta la velocità e l’intensità, gli Iron Curtain riescono ancora una volta a gestire le sonorità, a congiungere i vari elementi ai fini di creare una nuova opera originale, con una sua dignità pur mantenendo un forte legame con il passato: al di là delle influenze e degli elementi presi in prestito da altre band, i musicisti suonano con grande intensità, tirando fuori i loro riff e i loro assoli che sembrano essere usciti dagli anni ’80. A rendere possibile questa operazione c’è ovviamente lo zampino di una produzione ottima, che rende il tutto credibile.
Lo stile e la struttura delle canzoni, piuttosto semplici e incalzanti (merito sicuramente dell’ottimo lavoro svolto da Joserra al basso e di Moroco alla batteria, che offrono ritmiche e bass-line accattivanti), favoriti anche da una durata poco superiore ai trenta minuti, rendono il disco assolutamente immediato e godibile.

Tirando le somme si tratta di un buon disco suonato bene, che si lascia ascoltare e merita di essere ascoltato, grazie alle qualità citate in precedenza. In qualche modo rappresenta un punto di rottura rispetto ai precedenti della band, non dimostrandosi a tutti gli effetti un passo in avanti, visto che per ogni cosa che va ad aggiungere rispetto al precedente si va a perdere da qualche altra parte. Il giudizio alla fine è positivo, ma pur apprezzando lo sforzo fatto dalla band e la scorrevolezza di un lavoro su carta più accattivante e di facile ascolto, la formula precedente, più rude e spinta, sembra essere superiore a questa, non per la sua leggerezza o banalità, ma proprio per una lieve mancanza di mordente, di quel che in più che avrebbe potuto far fare il salto di qualità ai pur sempre ottimi Iron Curtain.



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
50 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Dying Victims Productions
Heavy
Tracklist
1. Wildlife
2. Stormbound
3. Rock Survivor
4. Mad Dogs
5. Danger Zone
6. The Running Man
7. Rough Riders
8. Lonewolf
Line Up
Mike Leprosy (Voce, Chitarra)
Miguel Angel Lopez (Chitarra)
Joserra (Basso)
Moroco (Batteria)
 
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