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Nick Cave And The Bad Seeds - Ghosteen
24/12/2019
( 2020 letture )
Scrivere immerso nelle proprie lacrime, mentre si cercano le giuste parole da mettere insieme per descrivere un coacervo di emozioni difficile da sbrogliare ed analizzare con lucidità; e nel frattempo fuori nevica e il crepuscolo ricopre di malinconia questo pomeriggio, cullato da sessantotto minuti di musica celestiale, che più penetra nella mente e nelle pieghe dell’anima e più rivela la sua natura trascendentale. Musica che lentamente cresce e prende vita, diventando molto più di semplici note accostate tra loro, finendo per essere parte integrante del nostro essere quotidiano. Una favola sulla realtà, che ha inizio con una canzone, come nella migliore delle tradizioni.

Once there was a song, the song yearned to be sung
It was a spinning song about the king of rock'n'roll
The king was first a young prince, the prince was the best
With his black jelly hair he crashed onto a stage in Vegas
.

Esistono opere d’arte di cui è veramente difficile parlare, senza correre il rischio di essere o banali o esageratamente coinvolti dal punto di vista emotivo; sicuramente questo discorso vale ampiamente quando si tratta di analizzare Ghosteen, l’ultima fatica – letteralmente – discografica di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds, un album che sappiamo già essere destinato a finire nelle Top 10 di gran parte delle classifiche musicali di fine anno e per una volta a giusto merito.

Nick Cave nel 2019 è un artista che non ha assolutamente più nulla da dover dimostrare, ha scritto ormai una parte di storia della musica ed ha imposto il suo stile assolutamente personale fino a renderlo riconoscibile fin dai primi istanti; ma Nick Cave è un uomo tormentato, un uomo che dal 2015 vive col fardello della morte del figlio Arthur, scomparso a causa di una fatale caduta da una scogliera nei pressi di Brighton a soli quindici anni. Inutile non sottolineare quanto questo avvenimento orribile abbia nel corso degli anni, inciso pesantemente sia a livello umano, sia a livello artistico, sulla carriera del cantautore australiano. La prima presa di coscienza della perdita è stata convogliata nelle canzoni che hanno poi dato vita all’album Skeleton Tree, uscito nel 2016 e fortemente acclamato dalla critica: un lavoro oscuro, decadente, che affrontava la morte nella quotidianità umana con un apparente distacco, senza mai andare a menzionare direttamente le vicende nascoste dietro i testi dei singoli brani, ma mantenendo quell’alone di mistero ed impenetrabilità che ne fanno nel complesso un album da sviscerare con cura.

Passati tre anni, tra tour, realizzazione di un documentario incentrato su Arthur e sulla realizzazione di Skeleton Tree e un film-concerto di rara intensità, il nostro ritorna sulle scene con un progetto musicale ben più ambizioso del precedente, dove le caratteristiche sopra menzionate vengono portate all’estremo delle proprie possibilità. Se con l’album precedente la morte veniva in un qualche modo esorcizzata, in questo caso invece, nei brani di Ghosteen, si ha la netta percezione di come la morte sia ormai stata interiorizzata da Nick Cave ed ora egli cerchi il modo di dare forma al proprio dolore attraverso il concetto di rinascita, che si manifesta in primo luogo fin dalla copertina, raffigurante una sorta di Giardino dell’Eden dove tutto può avere di nuovo inizio. In più la componente religiosa insita nei testi – bellissimi – diventa una costante quasi irrinunciabile: impossibile non rilevare un riferimento biblico in ognuna delle numerose metafore create dalla penna dell’artista australiano.
Dimenticate ogni barlume di rock, così come la presenza delle chitarre, ma soprattutto della batteria; tutti strumenti presenti nella scrittura e nelle registrazioni del disco, ma mai come adesso resi meno che comprimari. La musica di Ghosteen ha origine dall’ambient più puro, reso più ricco grazie alla presenza di una piccola sezione orchestrale e alcuni strumenti dalle sonorità etniche, come le tabla, che saranno particolarmente presenti in un brano come Leviathan, il vibrafono e l’Onde Martenot. I rarissimi momenti ritmati si contano sulla punta delle dita di una mano, mentre risulta difficile scorgere anche la presenza del basso, dal momento che tutto l’apparato strumentale è perennemente immerso in oceani di tastiere e sintetizzatori, che hanno la funzione di rendere ogni brano un prosieguo del precedente, in modo tale da rendere la fruizione globale dell’opera come un unico flusso ininterrotto di musica. Di grande importanza anche la presenza di numerose sezioni corali, che donano un pathos inaspettato a brani che partono in sordina ed esplodono gradualmente in un’epifania sonora intensa e dal fortissimo carattere spirituale. Spesso si ha l’impressione che Nick Cave voglia dare una propria personalissima interpretazione della musica spiritual, fino a sfociare in contesti gospel svuotati però della loro caratteristica componente gioiosa. La musica diventa estatica e non c’è spazio per i sorrisi, ma solo per le emozioni profonde che scavano nell’intimo delle passioni umane. Di pari passo si muove la vera protagonista di ogni composizione, ovvero la voce di Cave, mai così eterogenea come in questo album: il tono baritonale dell’australiano viene mitigato dall’uso frequente del falsetto e soprattutto esaltato da una produzione moderna, ma estremamente dinamica, dove i continui cambi d’umore vengono resi attraverso una gamma di colori e di timbri incredibilmente vasta e i vari momenti di “pianissimo”, “piano”, “forte” e “fortissimo” sono nettamente percepibili, come se si ascoltasse un’opera di stampo classico e sinfonico, ma inserita in un contesto che potremmo – invero abbastanza forzatamente – definire popolare.

And a man called Jesus, He promised He would leave us
With a word that would light up the night, oh, the night
But the stars hang from threads and blink off one by one
And it isn't any fun, no, it isn't any fun
.

Diventa quasi superfluo parlare dei singoli brani dal momento che, come già detto, l’album si pone come un unico flusso ininterrotto di musica, scandito solamente dai diversi titoli che segnano il minutaggio lungo lo scorrimento dell’opera; ma vi sono comunque degli episodi che spiccano in particolar modo rispetto ad altri, a partire dall’introduzione profetica e solenne di Spinning Song, che ci offre la prima meravigliosa interpretazione vocale di Cave, in bilico tra sermone religioso, spoken word, sussurri mesti e falsetti disincantati che ben presto vengono raggiunti dai cori angelici del fido Warren Ellis, in un ciclico mantra che ripete Peace will come, a peace will come, a peace will come in time. Il parallelo tra la Via Crucis compiuta dal Cristo e gli ultimi anni di vita di Elvis Presley è qualcosa che già solo a scriverlo suona tanto blasfemo quanto potentissimo. E già dopo questi primi minuti i brividi non tardano ad arrivare. Sono le voci che traghettano i brani e che si avvicendano nell’esaltare i testi di Cave, carichi di simbolismi esoterici di carattere cristiano, come ammesso dallo stesso musicista in più di un’occasione.
Tra il primo e il secondo disco Nick Cave ha voluto – e ciò si può vedere nel video dell’intero album pubblicato sul suo canale YouTube – inserire un intervallo di un minuto e mezzo, completamente silenzioso, forse a voler replicare il tempo utilizzato per cambiare i dischi oppure per lasciare all’ascoltatore il tempo necessario per prepararsi mentalmente alla seconda parte dell’opera.

C’è anche da sottolineare come, nell’idea globale dell’artista, il primo disco contenga le “canzoni dei bambini”, dove il sogno e l’estasi sono le caratteristiche salienti, mentre il secondo le “canzoni dei genitori”, quindi più meditative e dal carattere maggiormente austero e ragionato. Se il primo disco infatti è composto da otto brani, il secondo invece ne contiene solo tre, dal minutaggio decisamente elevato: la title track si apre con una lunga introduzione strumentale, che ricorda nel suo svolgimento i raga indiani, basati su un basso continuo sopra il quale gli altri strumenti tessono le loro trame, amalgamandosi in un unicum sonoro ipnotico e penetrante; nei suoi dodici minuti di durata il brano assume toni cinematici ed oscuri, proponendosi di rappresentare il pensiero del Nick Cave padre che si affaccia sul baratro dei propri ricordi, ricucendone i fili. Vi è l’immagine della famiglia riunita, ma destinata inevitabilmente a disgregarsi, così come il continuo riproporsi di sogni irrealizzati che si infrangono contro i muri della realtà.

The three bears watch the TV
They age a lifetime, O' Lord
Mama bear holds the remote
Papa bear, he just floats
And baby bear, he has gone
To the moon in a boat, on a boat
.

Fireflies è un breve momento di spoken word che divide Ghosteen dalla seguente Hollywood, lunga più di quattordici minuti. La contrapposizione tra la morte del Cristo e il materialismo umano prende vita attraverso la metafora delle lucciole intrappolate in un barattolo da parte di un ignaro bambino, demiurgo del mondo capace di deciderne le sorti. Gesù giace tra le braccia di sua madre, è solamente un fotone rilasciato da una stella morente. Noi, Nick e Susie, siamo i tuoi genitori e siamo qui, tu Arthur sei nostro figlio e sei dove è giusto che tu sia. Uno dei testi più belli del disco. Chiude quindi il viaggio Hollywood, che condensa al suo interno il meglio dell’album e regala quasi un quarto d’ora di fiato sospeso, con la sezione orchestrale che ha modo di mettersi particolarmente in luce e i sintetizzatori che utilizzano sonorità più moderne e smaccatamente elettroniche. Cave ha qui modo di esasperare il suo falsetto fin quasi al pianto, soprattutto verso il finale, dove si ripete la formula corale che aveva introdotto il primissimo brano del disco: And I'm just waiting now, for my time to come, and I'm just waiting now, for peace to come.

È la chiusura del cerchio, il finale perfetto di un calvario fatto di passioni, sofferenze, dolore, espiazione e redenzione cosmica. Ghosteen è una lunga, densa e solitaria preghiera, rivolta da un uomo fedele al miracolo della vita, che riconosce ed afferma la spiritualità insita nel cuore di ogni uomo. Un album che si pone al vertice della produzione di Nick Cave e che probabilmente verrà ricordato negli anni, poiché capace di suonare talmente universale e vivo da far sì che chiunque vi si possa rispecchiare ed immedesimare. Non solo un’analisi di un dolore causato da una tragedia, ma una vera e propria autopsia di un’anima, lacerante e cruda, ma ricolma di consapevolezza e misticismo. Quando un’opera musicale riesce a trascendere la musica stessa per porsi ad un livello astrale ancora più elevato, allora si può giustamente parlare di capolavoro e Ghosteen lo è per davvero. Questa è Arte creata per restare.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
90.33 su 9 voti [ VOTA]
Stagger Lee
Sabato 8 Febbraio 2020, 14.37.54
9
Più lo ascolto e più mi convinco che è un capolavoro. Sun Forest è da lacrime....essendo padre posso capirlo.
Jan Hus
Martedì 31 Dicembre 2019, 17.42.41
8
Meno male che c’è InvictuSteele, tra i pochi fuori dal coro delle celebrazioni. Totalmente d’accordo con lui. La maggior parte delle canzoni oscillano tra l’ambient inascoltabile e una grave carenza di ispirazione. Poi però sì, ci sono anche dei pezzi capolavoro. Nel complesso Skeleton Tree più omogeneo e ispirato, anche se senza super pezzi.
Joker
Domenica 29 Dicembre 2019, 7.56.11
7
Un picco inarrivabile, ogni istante di questo disco è un brivido. Lo sento mio, anche per aver vissuto lo stesso dramma di Cave. Un disco che fa bene all’animo.
Stagger Lee
Venerdì 27 Dicembre 2019, 18.09.36
6
@InvictuSteele, effettivamente più che un disco dei Bad Seeds sembra un album dei soli Nick Cave & Warren Ellis...ma che spettacolo! Le prime tre sono capolavori, e poi Sun Forest e la titletrack. Ora aspetto la data di Milano, i biglietti sono già in mio possesso.
Pez
Venerdì 27 Dicembre 2019, 17.10.18
5
Per me il disco del 2019 ma soprattutto uno dei dischi pi belli degli ultimi vent'anni. Bellissimo.
Black Me Out
Venerdì 27 Dicembre 2019, 14.56.42
4
Il bello della musica sta proprio nella differenza di vedute, no? Posso benissimo capire la tua delusione @InvictuSteele, mentre io invece le sensazioni che hai vissuto tu le ho vissute esattamente al contrario rispetto ai due album: Skeleton Tree mi ha lasciato e tutt'ora mi lascia abbastanza indifferente, questo Ghosteen l'ho invece vissuto come una vera e propria epifania, tanto che mi sono proposto di recensirlo e di dare un voto importante. Spero comunque anche io che, dopo quest'album, i prossimi passi di Cave prevedano un maggior intervento della band, continuare ad aggirarsi su questi lidi così eterei potrebbe rischiare di stancare molto presto.
InvictuSteele
Venerdì 27 Dicembre 2019, 0.02.51
3
Invece a me ha deluso parecchio. Ricalca i toni minimali di The skeleton tree, ma è meno ispirato. Io mi aspettavo un disco totalmente differente. 3 o 4 pezzi sono comunque sublimi, i primi in scaletta, mentre gli altri non mi dicono molto. È sempre Nick, I suoi testi e le sue atmosfere sono da capogiro, però sarebbe gradito un maggiore intervento dei Bad Seeds. Voto 70
Stagger Lee
Martedì 24 Dicembre 2019, 22.29.26
2
Questo disco è un capolavoro...altre parole sarebbero superflue.
Black Me Out
Martedì 24 Dicembre 2019, 17.23.11
1
Due note aggiuntive (che riporto qui per chi fosse interessato, altrimenti avrei reso la recensione ancora più prolissa): 1) Nei testi dei brani è sempre presente la figura del Cristo, specificamente ritratto per più di una volta nel momento della Pietà di michelangiolesca memoria, ovvero morente tra le braccia della madre. Ricorrenti anche le metafore di carattere naturale, dove spicca, non a caso, l’immagine del mare, capace di essere tanto accogliente e affascinante, quanto brutale e misterioso, tanto da portare via per sempre dalla vita del cantante l’amato figlio. 2) In Hollywood viene evocata la figura del Buddha attraverso la “parabola del seme di senape”, antica storia buddhista che narra di una donna a cui muore il giovane figlioletto e non riesce a darsi pace, convincendosi che sia solo malato. Si reca quindi dal Buddha che le consiglia di ritornare da lui con un seme di senape preso da una famiglia che non abbia mai conosciuto la morte. La donna così inizia le proprie ricerche, ma resasi conto di non riuscire a trovare nessuno che non abbia mai conosciuto la morte comprende finalmente l’universalità del dolore e come questo sentimento riesca ad accomunare il mondo intero. La donna riesce quindi a dare sepoltura al figlio, capendo che la morte sia un evento naturale facente parte del corso delle cose. Buon ascolto e buon Natale a tutti!
INFORMAZIONI
2019
Ghosteen Ltd/Bad Seed Ltd
Ambient
Tracklist
1. The Spinning Song
2. Bright Horses
3. Waiting For You
4. Night Raid
5. Sun Forest
6. Galleon Ship
7. Ghosteen Speaks
8. Leviathan
9. Ghosteen
10. Fireflies
11. Hollywood
Line Up
Nick Cave (Voce, Piano, Synth, Cori)
Warren Ellis (Synth, Loops, Flauto, Violino, Piano, Cori)
George Vjestica (Chitarra)
Martyn Casey (Basso)
Jim Sclavunus (Vibrafono, Percussioni)
Thomas Wydler (Batteria)

Musicisti ospiti
Augustin Viard (Onde Martenot)
Kaushlesh "Garry" Purohit (Tabla)
Ben Foster (Arrangiamento, Direzione d’Orchestra)
Sam Thompson (Arrangiamento)
Tom Pigott-Smith (Primo Violino)
Steve Morris (Violino Secondo)
Bruce White (Prima Viola)
Nick Cooper (Primo Violoncello)
Mary Scully (Primo Contrabbasso)

 
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