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White Noise Generator - Dead Leaves
28/12/2019
( 447 letture )
Senza dubbio una delle piccole quanto gustose sorprese del 2019, i White Noise Generator provengono dalla Germania, in particolare dalla cittadina di Passau, in Bavaria. Si tratta di una nazione che non ha espresso negli anni dei grandi fenomeni in ambito stoner ma che, da qualche tempo a questa parte, piano piano sta recuperando terreno, andando oltre la grande scuola psichedelica del kraut rock. Dal post rock/metal, alla musica psichedelica, fino al doom e all’hard rock esoterico o retro, molte band tedesche vanno riscoprendo queste sonorità, magari con un approccio filologico, come quello di chi preferisce "andare sul classico" o magari invece scevro da ogni timore reverenziale decidendo subito di giocare con il genere, apportando le proprie idee originali. Potremmo dire che i White Noise Generator si inseriscono in questo filone scegliendo un approccio che media entrambe queste direttrici. Formati nel 2017 quasi per caso, quando i membri del gruppo si incontrarono ad una jam e, scoprendo una sintonia spontanea tra di loro, decisero di mettere su una band e comporre qualcosa di personale e nuovo. La prova che effettivamente quell’incontro non doveva essere solo un fortuito evento, sta tutta nel fatto che a distanza di appena due anni i White Noise Generator debuttano con Dead Leaves, pubblicato dalla piccola Pink Tank Records in appena 200 copie.

Dead Leaves già dalla struttura è un disco abbastanza particolare, per quanto non necessariamente originale: parliamo infatti di un disco che presenta quattro brani per un totale di oltre quarantatre minuti, con il primo e l’ultimo che viaggiano entrambi attorno ai tredici. L’idea è quella di offrire una diversa sfaccettatura del proprio sound in ciascun brano, lasciando che sia poi la vena comune ad emergere semmai di volta in volta. In effetti, i brani si caratterizzano tutti per una struttura piuttosto libera, con uno o più riff ritornanti all’interno delle tracce, le quali offrono però poi vari intermezzi, atmosfere e influenze diversi. Si tratta di un approccio intelligente, che combina la componente improvvisativa alla necessità di ricondurre comunque prima o poi alla forma canzone le singole tracce. La riuscita è ottima, in questo senso: ciascun brano vive di vita propria, con una certa riconoscibilità immediata, ma al proprio interno ognuno gode di un vero e proprio maelstrom esecutivo che ne esalta la componente di jam e mette in luce le qualità strumentali e compositive del quartetto. Ulteriore particolarità è rappresentata dal fatto che il cantante Martin Frank si diletta anche con l’utilizzo di sintetizzatori ed effetti vari, i quali arricchiscono e accompagnano i brani, con evidenti risultati "space" che ben si amalgamano al resto, senza però deviarne troppo la natura fondamentalmente fedele al verbo stoner. Senz’altro l’opener White Noise è rappresentativa al massimo livello del lavoro della band: un riff arpeggiato e desertico che rimanda ai Kyuss è il fil rouge che lega le varie parti del brano, con Frank che offre una buona prova vocale senza ricalcare troppo il modello John Garcia e senza indugiare troppo nell’ormai onnipresente urlo scartavetrato atonale di casa sludge. La canzone, che raggiunge i tredici minuti, è senz’altro carica di suggestioni e i vari break strumentali con assoli liquidi e ben fatti contribuiscono a rendere fluido e non necessariamente stordente l’ascolto. Non che manchino i riff "fusi" e le distorsioni friggenti tipiche del genere, anzi, ma in effetti pur con una lunghezza ragguardevole, i White Noise Generator non sembrano voler indulgere troppo nel travolgere l’ascoltatore, quanto piuttosto nell’offrire paesaggi sonori suggestivi e carichi di immagini latenti. Stesso copione anche per la seguente No Hope, innervata su un riff acustico che poi cresce di intensità, ma caratterizzata da una maggior dinamicità e da un impatto più diretto che regala soddisfazione e con un minutaggio che sfiora i dieci minuti si rivela forse appena più equilibrata della precedente. Sometimes è senza dubbio il brano più duro del disco e vive del contrasto tra i pachidermici riff stoner e gli ancora più duri riff in accelerazione che squassano la traccia, mettendo peraltro in luce anche il lavoro della ottima sezione ritmica, con le perfette rullate di Luke Taylor a dare dinamicità e spezzare il brano, oltre che quello di un Vincent Vetter davvero ispirato, tanto nelle roventi sezioni ritmiche quanto nelle essenziali parti soliste. Anche in questo caso, gli interventi di sintetizzatore ben integrano le parti strumentali donando profondità al sound. Chiude la titletrack, con i suoi tredici minuti aperti dall’ennesimo e stordente riffing stoner, accompagnato dal sintetizzatore, nel quale affiorano tanto i riferimenti ai Kyuss e agli immancabili Sabbath, quanto quelli agli Stoned Jesus e qualche influenza alternative nella costruzione della strofa. Anche in questo caso, Frank predilige un approccio cantato, il che è bene, perché quando invece passa al timbro più rude non sempre risulta convincente, per quanto comunque apprezzabile nel contesto della musica del gruppo, che essenzialmente predilige le lunghe parti strumentali al cantato. Bellissimo il break prima dell’arroventato finale, che conferma la capacità del gruppo di costruire ottime parti arpeggiate, le quali contrastano la marea lavica dei riff principali, donando eleganza e melodia alle tracce.

Piccola realtà quella dei White Noise Generator, che difficilmente otterrà grande riscontro di attenzione, ma che merita invece la massima esposizione per la qualità del loro Dead Leaves. L’album è infatti una vera chicca per gli amanti del genere e riesce nel non facile compito di apparire molto personale pur senza inventare nulla e sostanzialmente ripercorrendo il meglio del genere. Difficile chiedere qualcosa di più ad un album stoner al momento, se non forse qualche limatura qua e là, inevitabili e ben perdonabili in un debutto, in particolare in qualche parte cantata di Frank che riesce spesso ad essere valore aggiunto, ma può crescere sia a livello di interpretazione sia in termini di funzionalità delle strofe rispetto al brano. Certo non è facile trovare un interstizio nel quale inserire un cantato compiuto a fronte dell’enormità della musica, ma quando riesce, il risultato è davvero ottimo. Altrettanto utile e da perseguire l’uso del sintetizzatore, anche in termini di diversificazione delle strutture e non solo come funzione di accompagnamento. Band davvero promettente e disco consigliatissimo a tutti gli amanti del genere e non solo: c’è di che divertirsi.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2019
Pink Tank Records
Stoner
Tracklist
1. White Noise
2. No Hope
3. Sometimes
4. Dead Leaves
Line Up
Martin Frank (Voce, Sintetizzatore)
Vincent Vetter (Chitarra)
Julian Dammann (Basso)
Luke Taylor (Batteria)
 
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