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The Rolling Stones - Dirty Work
30/12/2019
( 1357 letture )
Riecco gli Stones in studio, dai ruggenti anni 80. Con la copertina che non lascia dubbi a riguardo, guarnita con colori sgargianti e di super impatto visivo, peccato che il contenuto del disco non rispecchierà lo scatto fotografico. Il successo di vendite sarà spianante, dischi d’oro un po’ ovunque, Spagna, Germania, Paesi Bassi, Francia e Regno Unito, addirittura platino in Usa e Canada, ma i contenuti a sette note zoppicano ampiamente. E le tensioni all’interno del gruppo si tagliano con il machete. L'album è stato registrato durante un periodo di forti turbolenze, dato che le due principali star, Richards e Jagger, non vedevano il loro rapporto fluire serenamente, anzi, e c’erano pesanti attriti sulla direzione musicale da mettere su nastro. Quasi tutti i membri della band avevano trascorso gli anni precedenti a lavorare su progetti da solisti o eventi collaterali. Il chitarrista Ronnie Wood, il batterista Charlie Watts e il bassista Bill Wyman, spesso risultavano assenti dallo studio durante le sessioni di registrazione: rarissimo che tutti e cinque i membri si trovassero insieme, allo stesso tempo, sul luogo di lavoro. Questo album, poi, sarebbe stato l'ultimo costruito con Ian Stewart, collaboratore assiduo del ensemble, con un apporto importante ai tasti d’avorio, morto poco prima dell'uscita dell’opera. Di conseguenza, un gran numero di musicisti ospiti è apparso nelle incisioni definitive, i batteristi Anton Fig e Steve Jordan, con i quali Keith Richards avrebbe collaborato dopo aver registrato questo episodio, e tanti altri, tra i quali una leggenda vera e propria come Jimmy Page e il chitarrista Bobby Womack. Le tastiere sono state suonate da Ivan Neville e Chuck Leavell, che sarebbero rimasti con la band per decenni. Le session di Dirty Work, primo capitolo discografico dei Rolling Stones con la CBS, iniziarono nell'aprile 1985 a Parigi, durarono due mesi prima di interrompersi per un breve periodo. Mick Jagger aveva appena pubblicato il suo primo album da solista, She's the Boss (1985), con grande fastidio di Richards, poiché la prima priorità di quest'ultimo era i il gruppo madre. Il cantante, invece, era spesso altrove, mentre il chitarrista registrava con gli altri membri. Le parti vocali di Jagger furono aggiunte in seguito, il che la dice tutta sull’atmosfera che vigeva. Gli scazzi evidenti tra i due principali compositori sono diventati di dominio pubblico il 13 luglio 1985, quando il cantante eseguì un set solista al Live Aid mentre il duo Richards-Wood suonarono il set di Bob Dylan alle chitarre acustiche. Anche il coinvolgimento di Charlie Watts per questo “lavoro sporco” fu assai limitato, nel 1994 lo stesso batterista si confidò a riguardo delle sue dipendenze da eroina e alcol negli eighties, ecco spiegato il motivo di alcuni guest dietro il drum-kit, con addirittura Ronnie Wood alla batteria in Sleep Tonight. Mick Jagger citerà, in seguito, lo stato personale di Watts come uno dei motivi per cui ha posto il veto a un tour di sostegno al disco in questione, preferendo iniziare a lavorare al suo secondo album, Primitive Cool (1987). A tutto ciò si aggiunga un fattore inoppugnabile che rende chiara la situazione in seno ai Rolling Stones dell’epoca, ovvero quello dei credit nella scrittura dei pezzi. Solo tre sono riconosciuti all'accoppiata Jagger-Richards, il numero più basso di qualsiasi album della band da tempi immemori, mentre questo long playing è anche il primo a presentare due tracce con la voce principale di Keith Richards: Too Rude e Sleep Tonight.

L’apertura di One Hit (to the Body) se vogliamo è rock, batteria a sparo classica di quel periodo, però i tanti cori femminili sono atti a seppellire tutto ciò che nasce, in una sorta di scimmiottamento di Start Me Up, il risultato appare parecchio annacquato e di poca presa. E il video mostra pose forzate e qualche imbarazzo nel trovarsi tutti insieme, per un clip che appare moscio anch’esso. Fight sembra una copia sbiadita del rock stonesiano e qualche briciola di Jumpin’ Jack Flash affiora qua e là, scivolando via senza destare entusiasmi, Harlem Shuffle, song che ha avuto gran successo come singolo, è uno scampolo bello e orecchiabile, ma non è un pezzo originale ma bensì una cover riconvertita di Bobby Byrd e Earl Nelson. Mtv la fece girare a manetta ottenendo grandi riscontri, anche per via di un video colorato tra neon, abbigliamenti sgargianti e un cartone animato divertente. Hold Back potrebbe essere uscita dalla firma di Bob Seger piuttosto che di Russ Ballard, Cutting Crew o altre entità che imperavano negli anni 80: sound, attitudine, produzione, melodie, tutto rimane ancorato a quegli anni, senza eccitazione alcuna. Too Rude, track reggae colma di delay, cantata da Keith Richards, è un riempitivo quasi da spot pubblicitario, Winning Ugly sfoggia un bel basso ma le tastiere ricordano i Duran Duran, con i cori femminili che fanno virare, ancor di più, tutto sul pop sfrenato da classifica. Discorso che vale anche per Back to Zero, un parto di quei tempi che farà inorridire i puristi della band linguacciuta, slap di Bill Wyman al basso e sintetizzatori ovunque, non serve aggiungere altro. La title track prova a riannodare i brandelli e andare verso il rock sanguigno ma l’episodio non è dei più felici e quella batteria pompatissima non si confà per nulla allo stile del gruppo, apparendo completamente fuori luogo. Se Had It With You sputa fuori un blues poco convinto, salvato solo da un bel percorso di armonica, i 5:13 della finale Sleep Tonight rivelano che il quintetto sa ancora scrivere canzoni d’impatto, con una slow song che sfoggia corpo e anima e arrangiamenti in linea con il passato. La produzione di The Glimmer Twins e Steve Lillywhite è estremamente plasticosa, per carità, in linea con gli infingardi anni ‘80, ma snaturando drasticamente l’essenza propria di Jagger e soci, oltre 41 minuti di un pot-pourri musicale che non riesce ad esaltare il fedele ascoltatore, con giochetti di registrazione che lasciano interdetti. Esigua energia e ispirazione scadente confermano i dissensi e le spaccature profonde all’interno della line-up.

Poche chitarre, quasi mai incisive, atmosfere dozzinali, tanti synth, insomma, un disco che non si può definire indimenticabile, nonostante le vendite accatastate con dischi di platino e oro. La critica prese di mira l’uscita discografica, con la maggior parte dei giudizi concordi a sottolineare una stesura finale claudicante, platealmente poco ispirata e troppo eterogenea, valutazioni poi stemperatesi nel corso degli anni in una sorta di rivalutazione da parte di alcuni. Nonostante i grandi ospiti presenti, questo Dirty Work non è certo un CD che possa illustrare un pezzetto fulgido della parabola leggendaria degli Stones. Meglio vederli scatenarsi sul palco, in quel frangente storico, piuttosto che impegnati in una performance, da studio, di livello mediocre come questa, tutta incentrata su una mistura commerciale e senza colpi di coda, capaci di risvegliare il loro respiro rock. Anche le leggende immortali hanno vissuto la loro Caporetto.



VOTO RECENSORE
56
VOTO LETTORI
67 su 8 voti [ VOTA]
Blsfurlanchapter
Giovedì 16 Gennaio 2020, 23.26.26
5
Sicuramente buona parte degli anni 80 non furono un periodo di successi per gli Stones. Dopo il successo di Some Girls ci furono il buon Emotional Rescue e la validissima raccolta di outtakes Tattoo You cui non riuscirono a tener testa gli album successivi. Francamente però DW lo preferisco al precedente Undercover (troppo patinato) e al successivo SW (troppo impastato). Canzoni come One hit e Had it with you graffiano parecchio e Harlem Shuffle è ancora piacevole da ascoltare.
Matocc
Martedì 31 Dicembre 2019, 17.45.24
4
Fiacco e noiosetto... anche per me non raggiunge la sufficienza
Testamatta ride
Martedì 31 Dicembre 2019, 16.58.37
3
Be è opinione diffusa che il trittico Undercover /Dirty Work / Steel Wheels sia il periodo meno ispirato nella loro carriera. A me in realtà Undercover piace molto e, tutto sommato, anche Steel Wheels è salvabile. Dirty Work è, invece, effettivamente piuttosto fiacco da più o meno ogni latitudine (a partire dalla copertina). Poi trattandosi degli Stones qualche guizzo viene comunque fuori. Del resto anche per gli album succitati le vendite furono in ogni caso ottime, per non parlare degli incassi dai relativi tour. C'è da dire che gli anni 80 furono difficili un po' per tutte le band provenienti dai 60 e 70. Loro comunque ne vennero fuori alla grandissima con le produzioni successive dimostrandosi veramente dei fuoriclasse immarcescibili forse più di ogni altra band. Credo che moriranno sul palco (tra cent'anni, si capisce...)
Aceshigh
Martedì 31 Dicembre 2019, 15.49.43
2
Well... non li ricorderemo certo per questo Dirty Work. Non che gli album “confinanti” siano chissà quanto meglio, però questo a ben pensarci forse è il peggiore. In molti pezzi qui l’essenza della band appare snaturata (Back to Zero l’esempio più lampante forse). Comincia bene: One Hit (to the body) è un gran bel pezzo, poi però si salva poca roba (Too Rude la trovo insopportabile...) e spesso solo grazie ad un sempre grintoso Mick Jagger. Voto 65
blackiesan74
Martedì 31 Dicembre 2019, 10.46.10
1
Non certo il loro miglior album, ma dalla recensione sembra che non ci sia nulla da salvare a parte "Harlem Shuffle". Anche se concordo sulla forzatura di molte parti e sul periodo di poca creatività, a mio parere "One Hit (To The Body)" è un grandissimo pezzo e anche la title-track è convincente (giusto l'ultima parte lascia a desiderare, sembra che non sapessero come chiuderla). Inoltre "Sleep Tonight" è un buon pezzo ma mixato malissimo. Poi mi piacerebbe capire cos'avessero gli anni '80 per essere definiti "infingardi"...
INFORMAZIONI
1986
CBS
Rock
Tracklist
1. One Hit (to the Body)
2. Fight
3. Harlem Shuffle
4. Hold Back
5. Too Rude
6. Winning Ugly
7. Back to Zero
8. Dirty Work
9. Had It With You
10. Sleep Tonight
Line Up
Mick Jagger (Voce, Cori, Armonica)
Keith Richards (Chitarra, Acustica, Pianoforte, Cori; Voce su tracce 5 e 10)
Ronnie Wood (Chitarra, Acustica, Steel guitar, Sassofono tenore, Cori; Batteria su traccia 10)
Bill Wyman (Basso, Sintetizzatore)
Charlie Watts (Batteria)

Musicisti ospiti
Jimmy Page (Chitarra su traccia 1)
Bobby Womack (Chitarra su traccia 7)
Philippe Saisse (Tastiera)
Anton Fig (Percussioni)
John Regan (Basso su traccia 6)
 
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