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Clepsydra - The Gap
03/01/2020
( 997 letture )
Dopo anni di silenzio, i Clepsydra tornano a segnare la scena progressive con un disco autoprodotto degno di nota, The Gap. L’album è composto da sette tracce che hanno la capacità di trasportare altrove, di sprofondare negli attributi delle cose e di guardarle dall’alto in contemporanea: la copertina è eloquente, dal momento che mostra un occhio che però contiene molto di più di quello che l’abitudine porta a credere.

Le tastiere donano il perfetto tono ad ogni brano e rendono i singoli pezzi dei viaggi che si espandono dalla retina al sogno, proiettando mondi che si intersecano nella memoria e nell’oblio. Il primo pezzo, ad esempio, When the Bells Started Ringing, presenta chitarra e basso molto aggressivi, ciò che lega questa sezione con la voce e con la batteria è proprio la tastiera. Lungi dall’essere un elemento accessorio, è probabilmente ciò che più contraddistingue i brani: nella sua molteplicità di forme è un demiurgo, un garante di fluidità che sollecita e muove la dinamica delle canzoni. Gli assoli si caricano di potenza così come di quell’ineffabile che sfiora la nuca nei momenti più intimi, quando la voce arriva a sussurrare oppure si tende al limite della tensione del dramma, mentre le chitarre arpeggiano discrete come l’estrema punta di una fiamma. Le tastiere realizzano anche dei bridge o dei cambi che consentono alla canzone di intraprendere sentieri ancora inesplorati, che si faticano a scorgere nella nebbia, come in You. Questo secondo brano fiorisce, si schiude con grazia e leggiadria richiamando un mood spesso paragonabile a quello del prog rock italiano anni ’70. Funziona qui la metafora per cui lo snodarsi della melodia equivale alla successione dei quadri di una pinacoteca. Si aprono scenari differenti, appartenenti ad un tempo circolare, saldi in un leitmotiv ma diversificati. Le chitarre acustiche seguono una ritmica incalzante che fa risaltare gli accenti della voce, aiutati anche dai piatti della batteria. Al suono cantato di I will show you the way si profilano un crescendo gioioso, intrecci di basso e di synth, rincorrersi di danzatori dal respiro aperto. Le immagini si rivelano in simmetrie inaspettate, componendo un mosaico movimentato. The Story Teller, la terza traccia, come suggerisce il titolo mantiene l’impressione di un clima narrativo. Uno sguardo lanciato sul futuro che però contempla anche il passato ribalta i canoni di spazio e di tempo, intrattiene l’uditorio con racconti che affondano le radici in terre lontane, terre mai viste, le cui genti sono creature mirabolanti della letteratura paradossografica. Il tema di tastiera ossessivo presente verso la fine del pezzo restituisce l’idea della mente che vaga in questi mondi perduti, privi di confini, mentre scopre anche una parte di sé raffigurata per suggestione da quegli accordi dal retrogusto amaro che introducono inizialmente il ritornello. The Spell incarna i tratti di una ballata che comincia con delle note minimal di piano per poi erompere, allentata. Posta a metà album, procede abbastanza linearmente -eccezion fatta per alcune momentanee variazioni- ma mantiene vivo l’interesse, non propone risoluzioni ovvie sebbene risulti orecchiabile. Introspettiva in più punti, ricca di parti di piano, tocca picchi lirici e ritorna spesso sui passi di un percorso che appare precedentemente segnato. Il brano più lungo di The Gap è Millenium, dialogo continuo dalle meravigliose parti soliste. Ogni parte dipende dall’altra organicamente, un’unica sostanza si dipana in svariati enti concretizzati e afferrabili che si differenziano l’uno dall’altro ma che esistono nel nome di un’unità. Gli strumenti sprigionano la loro essenza, immanente in ogni diverso stile che impersonano. Si alternano parti in cui il solista è un eroe ad altre in cui tutto funge da accompagnamento all’evoluzione che si sta attuando nell’ascoltatore. La fine del pezzo è dominata dalle tastiere e coniuga quel senso di solipsismo alla moltitudine di ascoltatori. Pochi secondi riescono ad imprimersi fortemente nella mente e preparano il terreno al brano seguente, Lousy Soul, breve intermezzo che riprende la coda di Millenium arricchendola di effetti incantati, estasiati. La conclusione è rappresentata invece da Mind The Gap, i cui arpeggi di chitarra ricordano una rampa di lancio per il decollo, il quale vede prima imbarcare le percussioni dritte, mentre la voce si contorce prima di zittirsi all’arrivo della nuova ma familiare atmosfera. Non si ha una cesura, bensì un accrescimento continuo che si contrae e si allarga nell’arco dei sette minuti.

L’album è una delle uscite più promettenti del 2019, le soluzioni sono limate, non esorbitanti ma accurate e piacevoli fin da subito. Ottima commistione tra la tradizione e le svolte progressive rock più moderne: la voce assume un ruolo importante nell’originalità della band, che fa riecheggiare le vecchie glorie riportandole con un gusto autentico.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
75 su 1 voti [ VOTA]
Ramcke
Martedì 24 Marzo 2020, 16.13.23
1
Gran disco,non li avevo mai sentiti prima,mi sono fidato della recensione e sono completamente daccordo con Lateralus.Hrazie per avermeli fatti scoprire.Produzione eccezionale,suoni netti,chiari,cristallini,belle le melodie.Ti rimane dentro.Il mio voto 90.
INFORMAZIONI
2019
Autoprodotto
Prog Rock
Tracklist
1. When the Bells Started Ringing
2. You
3. The Story Teller
4. The Spell
5. Millenium
6. Lousy Soul
7. Mind the Gap
Line Up
Aluisio Maggini (Voce)
Luigi Biamino (Chitarra)
Philip Hubert (Tastiere)
Nicola De Vita (Basso)
Pietro Duca (Batteria, Percussioni)
 
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