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Dog Eat Dog - All Boro Kings
04/01/2020
( 434 letture )
Tra le nuove realtà uscite nel 1994, alcune delle quali destinate a scuotere le fondamenta di molte sottoculture del nostro genere, i Dog Eat Dog non figurano certamente tra le più famose, e quando si parla di band che hanno segnato la decade dei novanta non sono tra i primi a venire in mente. Una band originale e fuori dalla norma, quello sicuramente sì, oltre a possedere una buona preparazione a livello esecutivo. Si contrapponevano ai loro colleghi anche come spirito ed attitudine, poiché se in quel periodo hanno fatto la storia e sono diventate imprescindibili band che raccontavano il malessere e la depressione dell’essere umano, i Dog Eat Dog invece viravano su altri lidi, proponendo un’indole più allegra, quasi festaiola verrebbe da dire. Indole questa che verrà poi manifestata appieno da alcuni movimenti funk, ska, e punk, soprattutto se si guarda la fascia della California. Leggenda narra infatti che agli inizi il gruppo avesse l’usanza di suonare in night club e feste universitarie. La formazione era composta principalmente dai chitarristi Dan Nastasi e Sean Kilkenny, che già avevano dei trascorsi nei Mucky Pup, la formazione più famosa della contea. Dopo aver dato un assaggio della loro proposta con l’EP Warrant, il primo full lenght realizzato esce nel 1994 e si intitola All Boro Kings, all’interno del quale si possono intravedere tutte le influenze e le stravaganze dei musicisti.

Non deve sorprenderci quindi se è il suono prolungato di un sassofono ad aprire l’album, ma invece di trovarci nei locali smooth jazz della New York anni sessanta siamo catapultati in una zona della metropoli molto meno altolocata, nella contea di Bergen in New Jersey. Nel giro di pochi secondi irrompe però la vena hardcore della band, con una batteria in primo piano e lo stesso sassofono funge ora da accompagnamento, mentre il tappeto sonoro del distorsore non ci abbandona nemmeno durante il ritornello più disteso e tipicamente crossover. E già da qui, dopo l’ascolto dell’opener, viene naturale accostarli a Biohazard e Cro Mags, nomi che sono riusciti a rendere istituzione un certo tipo di hardcore, con l’aggiunta di elementi che prendono spunto dall’hip hop e dal jazz, sebbene quest’ultimo non sia in primo piano come con i Candiria. Al contrario l’influenza hip hop è ben radicata nella cultura stradaiola dei nostri, e diventa un elemento importantissimo durante le strofe. Nonostante ciò, nonostante il cantato rap svolga un ruolo di rilievo nella composizione, l’atitudine hardcore e la produzione grezza di fondo porterebbe ad avvicinarli quasi più ai Body Count rispetto ai Rage Against the Machine. Non ci sono solo hardcore punk e gli altri stili sopracitati finora, perché in Who’s the King?, uno dei singoli estratti e perfetta sintesi di tutto quello che è il sound dei Dog Eat Dog. Al sassofono spetta sempre il compito di introdurre la canzone e le strofe sono caratterizzate dal rap di John Connor, ma fa capolino nella seconda parte della canzone una strofa reggae che più giamaicana non si può. Se questo melting pot può spiazzare in un primo momento gli ascoltatori meno abituali del crossover, con il progredire degli ascolti il risultato sembrerà comunque un insieme eterogeneo, ma che nella sua mescolanza di generi staccati funziona, pur non dando mai la vera impressione di essere completamente amalgamato. Un altro esempio perfetto lo costituisce Pull My Finger, uno dei brani più pesanti della tracklist, dove il contrasto tra strofa rap, attitudine hardcore punk e sassofono subisce un’ulteriore modifica nella seconda parte, dove sopraggiunge irruento un muro di chitarre ribassato, un groove che potrebbe benissimo appartenere ai Pantera quanto al debutto dei Korn. Quello che può essere considerato l’inno dei Dog Eat Dog è No Fronts, altro singolo estratto dove sono il rap ed i proclami anti politici a fare la parte del leone e dominare quasi tutta la sua durata, ad eccezione di un brevissimo breakdown grooveggiante. Se questo brano, insieme a Who's The King?, sono quelli che capeggiano la prima parte della tracklist, la seconda metà vede un leggero calo, pur non mancando la qualità di fondo e la voglia di azzardare con elementi diversi, come il flow impeccabile di In the Dog House.

Dan Nastasi lascerà la band appena terminate le registrazioni dell’album, e darà in seguito forma agli All Boro Kings, che prendono nome da questo stesso lavoro e per certi versi ancora più festaioli del suo gruppo precedente. Il suo posto verrà rilevato da Parris Mayhew dei Cro Mags e i Dog Eat Dog pubblicheranno altri album, in particolare Play Games e Amped dove emergerà maggiormente la loro vena funk come nel singolo Expect the Unexpected. Come ben si sa, far parte di un genere di nicchia difficilmente porta alla notorietà ed ai consensi unanimi, aggiungiamo anche il fatto di essere arrivati poco tempo dopo colleghi come Biohazard e l’eterogeneità della proposta, che porta quindi , non è difficile capire come tutt’ora siano in pochi ad annoverarli tra le band fondamentali. Anche se non potranno ottenere il successo di molti loro contemporanei e John Connor non può vantare la stessa fama del suo omonimo in Terminator, i Dog Eat Dog svolgono un ruolo importantissimo nel dettare alcuni spunti stilistici ed influenzare molte band che verranno in seguito, pur rimanendo una compagine borderline all’interno del panorama musicale di quella decade, ma un punto fermo per gli appassionati di quel genere specifico. Al giorno d’oggi ascoltare questo All Boro Kings rappresenta un viaggio, un viaggio per chi vuole assaporare l’essenza urbana dei primi anni novanta.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
74 su 2 voti [ VOTA]
Zess
Martedì 7 Gennaio 2020, 20.33.35
8
Questo mi piaceva, pure non essendo un capolavoro. Visti poi dal vivo un anno e mezzo fa, validi.
SkullBeneathTheSkin
Domenica 5 Gennaio 2020, 14.53.41
7
Non mi sento libero di criticare la recensione perchè Fabio mi ammazzerebbe (al grido di Yaaaaahhhhh) ma avrei preferito leggere di similitudini con gli Urban Dance Squad perchè le altre band citate... beh.. ho detto che non lo avrei detto! Concordo con il voto, un'ottimo sub-judice che il tempo sgonfierà e nemmeno di poco...però, due chicche mi sono rimaste impresse insieme al bridge afrogiamaicano: "we came with the fat joints" (no fronts) e sopratutto un quasi autoironico "you're the king if you can sing like the king of rocknroll".... si dai, buon disco, più che altro bei tempi!
Jan Hus
Sabato 4 Gennaio 2020, 22.14.03
6
Recensione voto e classificazione “crossover” 👍
Shock
Sabato 4 Gennaio 2020, 17.57.12
5
@No Fun: ma difatti per me sono tutti crossover (niente a che fare con thrash/hardcore) ma se guardi la recensione dei Mind Funk ad esempio sono catalogati alternative metal, mentre al tempo tutti questi gruppi erano messi nel calderone del crossover, che identificava un genere dove un gruppo mischiava sound disparati, solamente che ultimamente alcuni sono diventati alternative...misteri delle catalogazizzazioni...
Silvia
Sabato 4 Gennaio 2020, 16.39.53
4
"essenza urbana dei primi anni novanta", secondo me questa frase descrive l'album perfettamente e a mio avviso si sente anche parecchio che provengono dalla East Coast.
No Fun
Sabato 4 Gennaio 2020, 15.16.32
3
@Shock, a me sembra che tutti gli album di tutti i gruppi citati nella rece (RATM Biohazard Body Count) e di altri simili siano sempre stati catalogati come crossover qui nel sito. Poi boh, certo crossover uno pensa anche al crossover thrash, però alternative secondo me è un termine che davvero non vuol dire niente e a me personalmente è sempre stato sulle balle, ci puoi infilare di tutto in campo rock dagli Afghan Whigs a Alanis Morissette e quasi niente nel metal (gli Helmet? o sono groove ) visto che poi è stato definito Nu.
Shock
Sabato 4 Gennaio 2020, 14.28.32
2
Mai ascoltati più di tanto e non ho niente di loro, penso che all'epoca ci fossero gruppi superiori, anche chi non ha avuto tanta risonanza mediatica. Comunque, ma questo "genere" non è alternative? Adesso è diventato crossover? Boh...
No Fun
Sabato 4 Gennaio 2020, 13.25.46
1
Aaaaah che cosa ha tirato fuori il Fabio nel suo spietato rivangamento dei Nineties! Lo ascoltai un bel po' e quando li vidi a Milano fu davvero divertente, un gran bel casino, ma adesso sinceramente ricordo si e no due canzoni. Vero che la proposta difficilmente catalogabile ha un peso nel relativo poco successo, inoltre se musicalmente sono accostabili a RATM o Biohazard, direi anche Bad Brains, il loro essere molto più scanzonati di questi li ha portati secondo me a subire molto la "concorrenza" da una parte del pop punk (?) hardcore melodico festaiolo skate punk o come cavolo volete chiamarlo alla Offspring e del rap dall'altra.
INFORMAZIONI
1994
Roadrunner Records
Crossover
Tracklist
1. If These Are Good Times
2. Think
3. No Fronts
4. Pull My Finger
5. Who's The King?
6. Strip Song
7. Queen
8. In The Doghouse
9. Funnel King
10. What Comes Around
Line Up
John Connor (Voce)
Dan Nastasi (Chitarra)
Sean Kilkenny (Chitarra)
Scott “Sooty” Mueller (Sassofono)
Dave “Rocky” Neabore (Basso)
Dave “Mopey” Maltby (Batteria)
 
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