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Scale The Summit - Carving Desert Canyons
11/01/2020
( 170 letture )
Ogni ascoltatore del progressive che si rispetti è in fondo un amante delle lunghe digressioni strumentali e, perché no, di interi album costruiti in tal modo. Circa 11 anni or sono gli Scale The Summit, quattro ragazzi texani sprovvisti di cantante, si recano poco lontano da New York, precisamente ad Hoboken, sopra Jersey City, per incidere il loro secondo album in studio Carving Desert Canyons. Il debutto Monument, non memorabile per la verità, autoprodotto e autofinanziato, aveva convinto la Prosthetic Records, evidentemente impressionata positivamente dal suono messo in campo dal quartetto, a stipulare con loro un contratto per il rilascio di un nuovo disco. Il miglioramento in questo Carving Desert Canyons è netto, sia per quanto riguarda la produzione che per il contenuto in sé. Il precedente mostrava troppi segni di acerbezza ed inesperienza, ma parliamo comunque di un debutto avvenuto in un momento in cui gli Scale The Summit erano poco più che diciottenni. Lo stile del gruppo si colloca agli albori di quel movimento che ha fatto la fortuna di Plini, David Maxim Micic, Sithu Aye e di tutti i possessori di chitarre griffate Strandberg, un metal strumentale fatto di elaborate e complesse soluzioni stilistiche che narra una storia pur senza aver bisogno di parole.

Comincio con il mettere le mani avanti, perché la premessa di cui si hanno già dei sentori nell’introduzione riguarda l’impossibilità di chi non è avvezzo a questo genere ad approcciarsi a questo album. Il target di Carving Desert Canyons non è ampio, ed è rivolto a quella nicchia di amanti del progressive metal strumentale che amano melodie arzigogolate quasi fini a sé stesse, in cui l’orecchio ormai è abituato alla totale assenza di voce. Se non rientrate in questa casistica questo lavoro non fa per voi e non avreste che una valutazione negativa o impalpabile sull’ascolto. Passiamo quindi a chi il progressive metal strumentale lo mastica. Il prodotto che abbiamo tra le mani è molto valido ma lontano dall’eccellenza. Il platter è indubbiamente vario, si passa da suoni più dolci, come nel caso dell’opener Bloom, ad una proposta più pesante e rapida con Sargasso Sea, parallelamente a quanto fatto dagli Animals As Leaders con l’omonimo album uscito due mesi dopo proprio nel 2009 e proprio con la Prosthetic Records. The Great Plains poi è il palcoscenico di Pat Skeffington per mostrare tutto il suo variegato repertorio e a tratti sembra di sentire il Mike Portnoy di These Walls. Non mancano poi gli assoli combinati del duo Chris Letchford-Travis Levrier, ed è forse questa la traccia più interessante dell’intero disco. I titoli, come possiamo evincere già dalla foto in copertina scelta proprio da Chris Letchford sfogliando il repertorio di un fotografo texano, narrano la storia del nostro pianeta tramite zone geografiche e periodi geologici: “Mare dei Sargassi”, “Pianeta Glaciale” facendo riferimento all’era delle glaciazioni, “Le Grandi Pianure” cioè quell’enorme area di steppa e prateria a cavallo tra Stati Uniti e Canada, ecc. Il tentativo di fornire un racconto della nostra Terra tramite immagini evocative e momenti cruciali è sicuramente apprezzabile e anche suggestivo, non facile da tradurre in musica. Eppure gli Scale The Summit, con uno sforzo notevole, provano ad evocare nell’ascoltatore le immagini narrate nel titolo con suggestivi assoli di chitarra, spesso tramite l’alternanza tra la sette e la otto corde. La pecca talvolta risulta inevitabilmente essere la ripetitività di alcune sezioni strumentali in loop, magari per oltre 30 o 40 secondi il medesimo riff riproposto ciclicamente. La formazione statunitense ha lavorato molto su questo aspetto, non potendo contare sull’apporto vocale, raggiungendo poi l’apice nel 2013 con lo straordinario The Migration, momento più elevato della carriera del quartetto. Nota positiva invece è lo spazio lasciato al basso a sei corde di Jordan Eberhardt. Ne è un esempio la penultima City In The Sky ma più in generale l’intero disco è costellato di momenti in cui il basso non si limita al mero lavoro di sostegno della struttura melodica ma prende il ruolo di protagonista. Il conclusione è posta Giants, la più lunga del lotto con i suoi sette minuti abbondanti di durata, non moltissimi a dire la verità, a conferma che questa proposta musicale della band non si avvale di tracce lunghissime per non cadere nell’eccessiva ripetitività.

Se avete concluso i 40 minuti di Carving Desert Canyons con successo e anzi con qualche piacevole momento di estasi musicale allora non ci sono dubbi, gli Scale The Summit sono la band che fa al caso vostro. Potrete trovare molti spunti interessanti nei sei lavori in studio rilasciati in questi ormai 16 anni di carriera dal quartetto texano. Se invece alla terza canzone avete avuto voglia di lanciare il disco dalla finestra è assolutamente sconsigliato di provare a dare una seconda chance al gruppo perché bene o male la loro intera carriera si muove esclusivamente su questa proposta musicale. Pertanto l'invito è rivolto a chi ha portato a termine l’ascolto senza abbandonarlo dopo dieci minuti, concluso il quale ci si ritrova piacevolmente ad ammirare la copertina, che come già anticipato è una fotografia presa da un fotografo locale che raffigura la famosissima formazione rocciosa di pietra arenaria dell’Arizona. Il titolo del disco d’altronde, Carving Desert Canyons, tende ad evocare proprio quest’immagine, così come la quarta traccia Dunes, vocaboli scelti con cura per solleticare la fantasia di ogni ascoltatore.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
pegrotskj
Giovedì 16 Gennaio 2020, 17.48.44
1
Wow, uno dei miei dischi preferiti in assoluto! Quaranta minuti di puro trip mentale!
INFORMAZIONI
2009
Prosthetic Records
Prog Metal
Tracklist
1. Bloom
2. Sargasso Sea
3. The Great Plains
4. Dunes
5. Age Of The Tide
6. Glacial Planet
7. City In The Sky
8. Giants
Line Up
Chris Letchford (Chitarra)
Travis Levrier (Chitarra)
Jordan Eberhardt (Basso)
Pat Skeffington (Batteria)
 
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