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Thy Catafalque - Tűnő Idő Tárlat
18/01/2020
( 616 letture )
Dall'Ungheria, nel 2004, una coppia stravagante decide di schiantarsi sulla scena black/avantgarde piombandoci sopra come un asteroide. Forse davvero alieni, Tamás Kátai e János Juhász autoproducono un disco che fin dai primi minuti non vede l'ora di esplodere e di trascinarvi con sé. Delle sonorità drammatiche e nervose fanno fin da subito pregustare uno scenario black, ma neanche il tempo di un minuto e un synth fischiante ci fionda nello spazio tra astri e oscurità siderali. La sensazione di essere stati scaraventati nel vuoto cosmico è alimentata dalla chitarra, un rombo di motore in perenne fomento che scarica a tutto gas a piena velocità. Csillagkohò è un'ottima apertura, bella massiccia, che nei suoi dieci minuti non si stanca mai e incalza con continue spinte, una dopo l'altra. Le voci, distorte e urlate, si amalgamano con i synth onnipresenti e una ritmica sostenuta. La prima sosta si ha dopo quasi sette minuti, e qui iniziano a farsi spazio le tastiere che, nonostante impieghino suoni moderni, richiamano melodie antiche di tempi forse mai esistiti. La prima traccia è quindi un perfetto manifesto della poetica dei Thy Catafalque, ma se si pensa che il resto dell'album voglia essere una monolitica scarica di riff brucianti al napalm si corre il rischio di perdere l'orbita degli eventi incombenti.

Con Neath Waters si cambia momentaneamente registro, e i synth richiamano con ancora più forza artisti della new age quali Mike Oldfield, Vangelis et similia, artisti proiettati nel futuro ma affezionati a melodie che suonino familiari, popolari. Però, il canto lento ed etereo di Nikoletta Gerzanits, insieme alle atmosfere evocate, instillano nella mente un ponte di collegamento con la produzione di Michael Cretu, artista rumeno noto come Enigma, un condensato di new age, ritmiche tribali, voci spiritate e canti gregoriani. È l'indefinibile che si agita tra una pletora di generi entranti tutti insieme nei brani, un po' accoppiati per brevi danze, altre volte al centro dell'attenzione per qualche minuto d'euforia. Il problema con questo brano è che ha voluto chiaramente rubare la scena a tutto il resto dell'album. Nonostante questo sia estremamente intrigante e ispirato per tutta la sua durata, il suo picco creativo ed espressivo è racchiuso in questa lunga traccia che s'accaparra per sé praticamente un quarto del minutaggio totale del disco. Spiragli siderali vengono attraversati dalla chitarra, cometa passante per pianeti finché non precipita su uno di questi. Il pompaggio in levare che parte a metà del terzo minuto rimarrà probabilmente a lungo nella testa, accompagnato dagli accordi del synth pad che discendono per posarsi regalmente sull'ultimo accordo. La voce si fonde perfettamente con l'onda sonora, segnando il passo più bello dell'album. Il capitombolo lascia il passo al violino di Anita Birò che per qualche istante crea una breve parentesi soave, ma le mani di Tamás Kátai sono ancora troppo nervose e quindi di nuovo giù di riff e bombe. L'effettistica non lascia spazio all'immaginazione, e ci regala un raro momento di ubiquità sensoriale: siamo allo stesso tempo in ignote profondità marine e nel buio vuoto del cosmo. Due forme di totale dispersione, una estremamente densa e materiale, l'altra così immensa e impalpabile. Si sente quello che in cinema è stato Odissea Nello Spazio o Interstellar, epicità sparsa nell'universo. Il pianeta acquatico presente nel secondo film può aiutarvi a rendere l'idea della prossima sezione: il rumore delle acque si accompagna ad arpeggi di un pianoforte che descrive ampissimi archi, delineando lunghissime onde e intere orbite. A metà brano si entra in un'altra dimensione, al ritmo serrato dei timpani e di un'incipiente orchestra inquietante. Il climax esplode in incalzanti sferzate di archi capeggiati dal violino, ed è così che venti minuti son appena volati via.

Il voler tematizzare questa recensione con l'universo non è casuale. Oltre alla sensazione nata dall'ascolto, anche i titoli emanano un che di mistico e astrale. In particolare, Az Osanya Szól Ivadékaihoz si traduce in "La madre ancestrale parla alla sua prole", e la musica stessa sembra quella di esseri simili a noi, ma appartenenti a qualche mondo irraggiungibile. I synth verso la parte finale del brano si sbizzarriscono in una danza veloce, frenetica, con dei timbri che a momenti richiamano giochi retrò e realtà totalmente aliene, senza però enfatizzare una componente fantascientifica. L'avantgarde è prepotente nell'album, fa sfoggio di tutta la bizzarria che è possibile tirar su dalla materia grigia umana, ma non cerca di ripercorrere i viaggi teatrali e strampalati vissuti nei viaggi cosmici degli Arcturus. I Thy Catafalque han sempre mantenuto un'impronta ben riconoscibile nella loro discografia, anche quando hanno scelto di focalizzarsi di più su un genere specifico. Il rombo e le deflagrazioni della chitarra son forse l'elemento più iconico, ma il massiccio uso di synth e un songwriting molto melodico son stati poi ulteriormente approfonditi in lavori come Geometra.

Tuttavia, Tűnő Idő Tárlat risente del suo essere autoprodotto. La qualità dei synth non rende giustizia alle trame intessute, che avrebbero reso questo viaggio al limite dell'incomprensibile ancora più immaginifico. La batteria elettronica risulta essere un vero e proprio sassolino nella scarpa, poco convincente nel suono e fin troppo spesso ridotta a mero accompagnamento, anche se certe sezioni trance riescono ad attenuare in parte la debole consistenza del rullante. Eccezion fatta per questo difetto, l'album può tranquillamente essere considerato un ottimo gioiellino da collezione, soprattutto per i cultori dell'inusuale. Fortemente ispirato, sarà capace di prendervi di peso e di scagliarvi verso il firmamento, lasciandovi in balia dei venti cosmici. Prima di ripartire per costellazioni in cerca dell'astrale madre, vorrei salutarvi con un accorgimento: la posizione di Neath Waters come seconda traccia potrebbe portarvi a intiepidire il giudizio sul resto dei brani, data la sua mole e ricchezza di contenuti, ma se supererete questo inganno ogni brano potrà svelarvi uno scorcio della poetica che può nascere tra chitarre esplosive, synth indomiti, violini melanconici e canti ipnotici, il tutto coronato da uno scream disperato tra le buie immensità del cosmo.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
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enry
Mercoledì 22 Gennaio 2020, 18.12.07
5
E fra due giorni il nuovo disco...Grande band, mai sbagliato un colpo, grazie a una raccolta di qualche anno fa sono riuscito a recuperare anche demo e primi due dischi. Sempre originali, mai ripetitivi e altissima qualità artistica.
enry
Mercoledì 22 Gennaio 2020, 18.12.04
4
E fra due giorni il nuovo disco...Grande band, mai sbagliato un colpo, grazie a una raccolta di qualche anno fa sono riuscito a recuperare anche demo e primi due dischi. Sempre originali, mai ripetitivi e altissima qualità artistica.
enry
Mercoledì 22 Gennaio 2020, 18.11.16
3
E fra due giorni il nuovo disco...Grande band, mai sbagliato un colpo, grazie a una raccolta di qualche anno fa sono riuscito a recuperare anche demo e primi due dischi. Sempre originali, mai ripetitivi e altissima qualità artistica.
ocram
Domenica 19 Gennaio 2020, 22.24.42
2
Per me IL capolavoro di Tamás. Assolutamente geniale.
Jan Hus
Domenica 19 Gennaio 2020, 12.04.20
1
Impossibile trattenere la voglia di ascoltare l’album dopo questa recensione. Ho il cd. Mi sento un privilegiato.
INFORMAZIONI
2004
Autoprodotto
Avantgarde
Tracklist
1. Csillagkohó
2. Neath Waters (Minden vízbe mártott test)
3. Bolygó, bolyongó
4. Kék ég karaván
5. Héja-nász az avaron
6. Zápor
7. Az ősanya szól ivadékaihoz
8. Varjak fekszenek
Line Up
Tamás Kátai (Voce, Chitarra, Basso, Programmi)
János Juhász (Chitarra, Basso)

Musicisti ospiti
Nikoletta Gerzanits (Voce)
Anita Birò (Violino)
 
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