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Asia - Alpha
18/01/2020
( 620 letture )
Confermarsi è spesso più difficile che realizzare i propri obiettivi la prima volta. Vale in tutti i campi: nello sport, nella vita e, ovviamente, anche nell’arte; specificamente per quanto ci riguarda, nella musica.
I motivi possono essere diversi, ma vi è un elemento comune: il cosiddetto “effetto novità”. Ossia quella peculiare predisposizione d’animo, per la quale, in presenza di un’opera prima (soprattutto se è ben riuscita), l’ascoltatore è particolarmente portato ad apprezzare gli elementi innovativi portati, e contemporaneamente a minimizzare gli inevitabili incompletezze o lievi mancanze, che è naturale trovare in un debutto. La stessa magnanimità scomparirà improvvisamente in occasione della seconda uscita, nella quale l’artista è inevitabilmente chiamato a confermare tutto ciò che di buono era stato prodotto in precedenza, e, nello stesso tempo, è costretto a non ripetersi e a “limare” tutte le imperfezioni che gli erano state “perdonate” in occasione della prima fortunata release.
Questo atteggiamento (accondiscendenza verso l’esordio, forte aspettativa verso la seconda opera) è ancora più evidente nel caso la band, o l’artista, in questione sia giovane e inesperto; tuttavia, può manifestarsi anche nel caso di musicisti esperti e già navigati, che si trovano, in un momento della loro carriera, ad intraprendere una strada nuova e non semplice.

È il caso dei famosi “supergruppi”, ossia quel fenomeno, tipico soprattutto degli anni ’70 e ’80, di band formate da musicisti già assai noti, spesso maestri del proprio strumento, che però non sempre hanno saputo produrre musica all’altezza della fama dei partecipanti.
Formatisi nel 1981, gli Asia riunivano in sé quanto di meglio la scena progressive rock avesse prodotto in Inghilterra nel decennio precedente, sia dal punto di vista esecutivi sia da quello compositivo: la batteria travolgente di Carl Palmer, ex ELP, le chitarre barocche di Steve Howe, ex Yes, le tastiere pompose e magniloquenti di Geoff Downes, ex Buggles (quelli di Video Killed The Radio Star, per intenderci) e anch’egli per breve periodo ex Yes; e a cucire e suggellare il tutto, il basso pulsante e la voce magnifica di John Wetton, ex King Crimson e Uriah Heep.
Con nomi simili, apparentemente si sarebbe andati sul sicuro: e invece, sin dall’esordio, i nostri spiazzano tutti, o quasi. Niente suite chilometriche, niente cambi di tempo continui o sterili sfoggi di tecnica; progressive ridotto ai minimi termini; in compenso, melodie e cori a fiumi, arrangiamenti sofisticati ma di immediata assimilazione, classe da vendere e canzoni in grado di sfidare il tempo. Il primo omonimo album, del 1982, lascia un po’ di amaro in bocca ai fan progressive più intransigenti, ma solo a loro: gli oltre 10 milioni di copie vendute, e la notorietà mondiale raggiunta da pezzi come Heat Of The Moment, Only Time Will Tell o Wildest Dreams dimostra a tutti che la scelta fatta dalla band è quella giusta.
Passa solo un anno, ed è il momento di riconfermarsi. Squadra che vince non si cambia, ma ciò che cambia invece è la reazione del pubblico: ecco l’” effetto novità” di cui si diceva prima. Alpha viene presto definito “commerciale”, “ripetitivo”, “noioso”, e fatica a raggiungere quelle posizioni nelle classifiche nelle quali il predecessore si era installato senza problemi. Anche il numero di copie vendute risulterà alla fine assai minore del precedente. Ma davvero in pochi mesi le cose, dal punto di vista qualitativo, sono cambiate in maniera così sconvolgente?
Assolutamente no: Alpha è un album meraviglioso. È difficile definire se sia il migliore della discografia degli Asia solamente perché questi hanno tenuto un profilo talmente elevato in tutta la loro carriera, malgrado gli avvicendamenti di formazione, tale da rendere veramente arduo scegliere la migliore realizzazione.
Certo, ancora di più dell’esordio, Alpha è un album fatto per puntare alle classifiche, e non per solleticare i palati degli estimatori del progressive anni ’70; d’altra parte, basti pensare a cosa, negli stessi anni, stavano realizzando band come Genesis, Yes o Rush, per capire che la stagione delle suite da mezzora o degli intermezzi teatrali o classicheggianti era fatalmente terminata. Ma è sufficiente approcciare questo album valutandolo per quello che è, e non per quello che (forse) si sarebbe voluto che fosse, ed è impossibile non apprezzarne la bellezza e la maestosità.

Alpha è, ancora più del debutto, un album dominato da Wetton e Downes: l’impatto di musicisti sopraffini come Howe e Palmer è il tocco di classe in più, ma sono soprattutto gli arrangiamenti faraonici dominati dalle tastiere avvolgenti di Geoff Downes (musicista assai sottovalutato, anche dagli “addetti ai lavori”, maestro assoluto delle tastiere che ha davvero poco da invidiare ai più noti grandi nomi dello strumento) e la voce calda e sublime di John Wetton a caratterizzare in maniera indelebile ogni singolo brano, aumentandone in maniera esponenziale la validità. Davvero Wetton negli Asia trova la sua piena realizzazione sia come musicista sia come cantante, dimostrandosi uno dei migliori interpreti di questo genere in assoluto.
Si parte con il ritmo scatenato di Don’t Cry, dove la sezione ritmica la fa da padrona, insieme con i cori potenti e ben riusciti; a seguire, ecco la favolosa The Smile Has Left Your Eyes, che rallenta i ritmi ma presenta una linea vocale di tale bellezza e ricercatezza da conquistare al primo ascolto. L’alternanza fra pezzi più potenti e ritmati, dove i cori e le aperture tastieristiche sono perfettamente equilibrati dalla spinta di basso e batteria, e brani più lenti, dominati dalle magnifiche linee vocali (degne in certi casi dei migliori Queen) e dagli arrangiamenti sfarzosi, è una caratteristica che si mantiene per tutta la durata del disco. Nella prima categoria rientrano sicuramente Never in a Million Years, Eye to Eye (ascoltatevi l’assolo centrale di organo, assolutamente inarrivabile per gusto e tecnica) e True Colors, mentre nella seconda schiera è impossibile non citare My Own Time (I'll Do What I Want), The Last to Know e la conclusiva Open Your Eyes. Ma un altro grande pregio del disco è la pressoché totale mancanza di brani deboli: non ce n’è uno che non possa essere preso come singolo da lanciare; in questo, Alpha si dimostra persino superiore al debutto, che presentava al suo interno qualche pezzo meno significativo.

Alpha non fu gran che apprezzato all’epoca; iniziò con questo disco un lungo periodo nel quale gli Asia furono apprezzati solo da un relativamente ristretto numero di fan e abbastanza ignorati dalle grandi masse; ma, nonostante i numerosi cambi di line-up, le varie reunion e i successivi ulteriori abbandoni, hanno sempre saputo proporre musica di altissimo livello compositivo ed esecutivo, realizzando una delle più brillanti discografie degli ultimi 30 anni, cui solo la morte prematura di John Wetton, avvenuta nel gennaio 2017, ha, con ogni probabilità, messo la parola fine.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
85 su 8 voti [ VOTA]
Claudio
Venerdì 24 Gennaio 2020, 23.10.49
9
Non c’e’ paragone col primo disco che e’ un autentico capolavoro AOR con spruzzate prog
Silvia
Mercoledì 22 Gennaio 2020, 10.57.56
8
Tutta la prima parte di Don't Cry è qualcosa di spettacolare x me, e anche il pezzo in sè. Ricordo che comprai il singolo all'epoca e mi piaceva molto anche il video che mi sembrava ispirato ai Predatori dell'arca perduta (invece ho letto che dovrebbe rifarsi al film "La dea della città perduta (She)" del 65). L'album poi non mi è piaciuto quanto quel pezzo però è sempre un ottimo disco e concordo col recensore sul fatto che si regga molto sulla (splendida) voce dello sfortunato Wetton
Andrew Lloyd
Martedì 21 Gennaio 2020, 0.37.59
7
Gruppo stratosferico. Alpha, il debutto e Astra da avere in toto. Questo disco sono riuscito rocambolescamente a farmelo autografare da Carl Palmer. Ma anche l'era-Payne ( che sotto certi aspetti preferisco) negli anni Novanta ha sfornato capolavori come Aqua, Aria, Arena e Aura che NON possono mancare nelle discografie di chi ama l'Aor e il Melodic.
Le Marquis de Fremont
Lunedì 20 Gennaio 2020, 15.46.39
6
Niente. Non mi hanno mai preso ne convinto. Sulla classe e fama dei singoli componenti non c'è niente da eccepire. Non so cosa sia mancato. Ascolto molto volentieri, altro. Au revoir.
JC
Domenica 19 Gennaio 2020, 15.25.54
5
Io li ho conosciuti con Aura, mi sono innamorato e ho preso tutta la discografia. Preferisco il periodo Payne (Arena, Aura, Silent Nation sono i miei preferiti) ma questo è un grandissimo disco. Ho avuto la fortuna di vederli ad Asti con la formazione originale.
Aceshigh
Domenica 19 Gennaio 2020, 14.38.27
4
Un buon album, anche se per me non regge il confronto con il precedente. La classe comunque c’è, non potrebbe essere diversamente, visti i musicisti coinvolti. The Heat Goes On oppure Midnight Sun sono gran belle canzoni. Quoto P2K! Da rivalutare gli album con Payne, specialmente Aqua, Aria e Silent Nation, sempre molto raffinati. Voto 77
Rob Fleming
Domenica 19 Gennaio 2020, 9.29.52
3
Come non dare ragione a @P2K! Gli Asia sostanzialmente facevano AOR/Pop di classe sopraffina: cori, tastiere, chitarre non invadenti, ma che cesellano ricami perfetti, melodie e assoli di una sensibilità unica. E così ci vengono regalati: . Don't Cry, The Smile Has Left Your Eyes; The Heat Goes On; Midnight Sun; Open Your Eyes...devo essere sincero. Non lo ascolto spesso dopo la sbornia inziale e lo faccio solo ed esclusivamente per sentire la magnifica voce di Wetton, ma dopo averlo fatto sto bene: 77
cowboy big 80
Sabato 18 Gennaio 2020, 23.17.43
2
che per dirla tutta p2k hai ragione, ma i primi Asia hanno venduto palate di lp facendo musica Rock di grande classe, i secondi? con Payne? beh e' un cantante scarico di ormoni, rispetto o Wetton, almeno Anderson sapeva perche' cantava in falsetto. Payne per i Real rockers ha una voce glam/progressive. Un ibrido che con le voci rock, cazzo ci fa?
P2K!
Sabato 18 Gennaio 2020, 21.24.58
1
La maledizione che ha sempre caratterizzato questa band è stata proprio quello che era il punto forte.. la formazione. Da nomi come quelli ci si aspettava prog a profusione, mentre poi questa componente era immersa in una marea di melodia su schemi più consoni al pop/rock (anche AoR) il che faceva storcere il naso agli estimatori del genere. Peccato, perché questo ha portato molta gente ad ignorare non tanto i primi dischi (meritevoli di attenzioni) ma soprattutto quelli del periodo Payne (GRANDISSIMO musicista) con il quale furono in grado di produrre gemme come “Aqua”, “Aria”, “Arena”, “Silent Nation”
INFORMAZIONI
1983
Geffen Records
Rock
Tracklist
1. Don't Cry
2. The Smile Has Left Your Eyes
3. Never in a Million Years
4. My Own Time (I'll Do What I Want)
5. The Heat Goes On
6. Eye to Eye
7. The Last to Know
8. True Colors
9. Midnight Sun
10. Open Your Eyes
Line Up
John Wetton (Voce, Basso)
Steve Howe (Chitarra)
Geoff Downes (Tastiere)
Carl Palmer (Batteria)
 
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