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Monolord - No Comfort
04/02/2020
( 1603 letture )
From the very beginning, our aim has been to create the heaviest sound possible, but at the same time maintaining groove and melody. Being three individuals with very different frames of reference in most things, we’ve reached our common ground in Monolord. We have a strong collective sense of what the band’s sound and vibe is. It's not necessarily always a rumbling wall of sound, which I feel is shown on No Comfort.

Queste sono le parole utilizzate da Esben Willems, batterista dei Monolord, per descrivere brevemente gli intenti del gruppo e l’essenza della loro quarta ed ultima fatica, No Comfort, album pubblicato nel 2019 (e che segna il passaggio di etichetta dalla RidingEasy alla Relapse), dopo l’ottimo Rust del 2017. Ascoltando la loro musica ci si accorge senza fatica di come queste parole calzino a pennello nel parlare della band svedese, nata nel 2013 a Gothenburg.

No Comfort è un disco che suona come dovrebbe suonare un qualsiasi disco doom: il suono è massiccio, fuzzoso, sporco, contraddistinto da un cantato trascinato, sofferto, spezzato da momenti più psichedelici, che vanno a donare quel tocco di ricercatezza in più, grazie a quel richiamo ai Pink Floyd (in verità abbastanza ricorrente in campo doom) che ben si abbina a sonorità di base ispirate dai Black Sabbath. Restando in campo doom si possono notare somiglianze e affinità con un’infinità di altre band e dischi, tra cui i più banali e scontati possono essere gli Sleep, gli Yob, gli Electric Wizard e altri, con i quali magari ci si diversifica un maggiormente per alcuni elementi ma di cui il suono alla base ha la stessa consistenza, tra i quali si possono citare i Saint Vitus, gli Ufomammut, i Reverend Bizarre o i Conan.

Una batteria e delle rimiche così massiccie, con delle chitarre dal suono così “grosso” (generato rigorosamente da ampli Orange, uno standard nel genere) accomunano tutte le band citate in precedenza: anche i Monolord ormai possono essere inseriti tra quei nomi, visti gli standard qualitativi che hanno saputo garantire, l’attitudine e l’identità che hanno saputo crearsi, per cui non possono essere consigliati ad un qualsiasi ascoltatore abituale delle band succitate (anche se probabilmente già li conoscerà).

Dopo avere un po’ inquadrato il sound e la band, ci si può addentrare nel disco, No Comfort, che son le sue sei tracce riesce a regalare all’ascoltatore ben 47 minuti di grande musica. Da quanto raccontato dalla band si tratta di un disco personale e a tratti introspettivo (molto più dei precedenti), grazie ai testi scritti interamente dal cantante e chitarrista Thomas V Jäger, che si basano sull’elaborazione di esperienze difficili, sull’interrogarsi sull’esistenza della religione, per poi trattare dell’odio e dell’ignoranza che aleggiano sull’umanità, con toni abbastanza misantropici. È il caso di The Bastard Son, canzone antireligiosa, che si rivolge all’umanità che sfrutta fino allo sfinimento le risorse della Terra per interessi personali, in cui i Monolord si esprimono attraverso un doom abbastanza convenzionale ma che racchiude efficacemente lo stile della band e il mood del disco. Segue l’evocativa The Last Leaf, brano dominato dalla chitarra, che si prende spazio nel lungo e coinvolgente finale strumentale. Come tematiche si rimane sempre in linea con quanto detto: la canzone è stata scritta basandosi un po’ sull’immagine del film post-apocalittico The Road, scenario in cui non si può distinguere se le persone siano buone o cattive (come in The Bastard Son). Si tratta poi della malattia, di come dopo una crisi né inizi subito un’altra, non lasciando alle persone un attimo di benessere (No Comfort). È un po’ il concetto alla base di Larvae, che racconta la solitudine di una vecchia signora che dopo la morte del marito e di tutti gli amici, avvenuta pur avendo implorato Dio di salvarli dalle malattie, si chiede se sia un modo di metterla alla prova, rendendosi conto che nulla è destinato a migliorare. La canzone è un macigno di quasi dieci minuti, aperta da una chitarra pulita, per poi muoversi su solidi riff, su un cantato malinconico, efficace. La struttura è solidissima e guarda decisamente più al doom vecchia scuola piuttosto che a quello più estremo, considerazione che vale per tutta la parte musicale e per la voce di Thomas V Jäger, che è piuttosto espressiva e calda, che non si addentra mai in soluzioni estreme, restando in linea piuttosto con lo stile di un Ozzy Osbourne.
Le sonorità anni ’70 delle prime viste nelle prime tre canzoni vengono sporcate da un lato più sperimentale e psichedelico con le ultime tre. È il caso di Skywards e di Alone Together, in cui trovano spazio arpeggi di chitarre pulite, che alternandosi alle sempre presenti mastodontiche chitarre distorte rompono un po’ gli schemi, regalando quel tocco di dinamica in più alle canzoni, sempre stracolme di amarezza, sofferenza e solitudine, e al disco intero, che non risulta monotono e riesce ad entrare nella testa dopo pochi ascolti. Chiude il cerchio la titletrack No Comfort, in cui l’afflizione e la sofferenza raggiungono portate apocalittiche, per testi e sonorità. Proprio da questo è stata scelta la copertina del disco, prodotta dall’artista svedese Alexander Fjelnseth, nella quale è rappresentato un gufo con alle spalle uno space-shuttle, a simboleggiare (quasi in maniera inversa all’arca di Noè) la fuga dell’uomo dalla terra, che viene abbandonata con i nostri problemi e le nostre cose agli uccelli e agli animali.

No Comfort è un disco eccellente, uno dei migliori del 2019, ben scritto, ben suonato e ottimamente prodotto. Stavolta infatti i Monolord hanno registrato No Comfort nel nuovo Let Them Swing Studio dell’amico e produttore Kim Gravander, in cui hanno registrato i tre strumenti contemporaneamente, giovandone in termini di groove (mentre in passato tutta la registrazione era curata dal batterista Ebsen Willems, che ora si occupa solo del mix).
All’ascolto non emergono critiche o difetti: No Comfort è un disco estremamente compatto, con una proposta ben definita, ma che riesce ad essere scorrevole, mai noioso o monotono (al di là del genere, che implica un certo tipo di sonorità e un certo mood), risultando piacevole anche dopo i numerosi ascolti necessari per metabolizzarlo (anche se il fatto di essere diretto e non estremo aiutano nel caso di una fruizione più superficiale). Non si possono che promuovere a pieni voti i Monolord, che si dimostrano nuovamente all’altezza della situazione e delle aspettative, grazie a un disco di grande qualità e personalità, che alza sensibilmente l’asticella nella loro già interessante discografia.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
87.83 su 6 voti [ VOTA]
Mauroe20
Mercoledì 14 Luglio 2021, 20.42.43
3
Rispolverato oggi, buon dischetto doom.Voto 85
Pacino
Giovedì 6 Febbraio 2020, 5.04.17
2
Ottimo, sulla linea del precedente. Voto 83.
Muki97
Mercoledì 5 Febbraio 2020, 9.00.32
1
A mio parere disco clamoroso. Ti tiene incollato allo stereo dalla prima all'ultima nota
INFORMAZIONI
2019
Relapse Records
Doom
Tracklist
1. The Bastard Son
2. The Last Leaf
3. Larvae
4. Skywards
5. Alone Together
6. No Comfort
Line Up
Thomas V Jäger (Voce, Chitarra, Percussioni)
Mika (Basso)
Esben Willems (Batteria, Percussioni)
 
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