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Revolution Saints - Rise
06/02/2020
( 824 letture )
Tornano i Revolution Saints con il loro terzo capitolo. Ormai tutti conoscono questo supergruppo costituito da grandi eminenze del hard, un terzetto di eccelso livello incarnato da Deen Castronovo, batteria e voce portante sempre più sgargiante, Jack Blades al basso e cori, e il grande riffer a nome Doug Aldrich, il tutto legato da un musicista di peso come Alessandro Del Vecchio: tastiere e cori, uomo di fiducia dell’etichetta. Inutile fare la cronistoria della formazione e della loro nascita, questo Rise arriva dopo l’esordio eponimo lodatissimo, nel 2015, e il bis del 2017 titolato Light in the Dark. Undici pezzi per uno sviluppo di oltre 45 minuti di musica, che nella testa della band e della label possano risultare un definitivo salto di qualità, sospesi tra il progetto da studio e le rispettive band d’appartenenza di medio-lungo corso. In verità, a nostro parere, il salto definitivo non viene compiuto con questa terza prova. Tante belle atmosfere, tanta qualità in fase compositiva e altissima perizia esecutiva, ma qualche dettaglio fa ritenere questo nuovo full lenght, inferiore ai due precedenti frammenti a 33 giri.

Si parte a tutto gas con il singolo When The Heartache Has Gone, chitarre graffianti, riff coinvolgenti, keyboards che segnano, la voce di Castronovo vola alta su cori pieni e il chorus abbraccia l’AOR di classe, ottimo, come al solito, il solo anfetaminico di Doug Aldrich, insomma pieno centro al primo colpo, senza se e senza ma. Price We Pay si dipana da un piano doppiato dall’ascia, melodie sgorganti, in piena tradizione da FM yankee che sanno sempre emozionare, la voce del singer incalza e si sposa perfettamente alle coralità diffuse, mentre la chitarra erutta in fase di solismo; la title track, riparte a mille facendo scintille anche se l’apparato armonico non fa gridare al miracolo, la batteria picchia, l’hammond è presente un po’ ovunque e la sei corde spande grinta, ma il risultato finale non regala un frammento così catchy. Coming Home è una semi-ballad, tasti d’avorio sugli scudi, poi detona il ritmo trasformando l’involucro in una gustosa track che va ancora in direzione aoristica pura: nota di merito per l’ennesimo intervento al fulmicotone della chitarra, Aldrich compone delle canzoni nelle canzoni, con i capitasti liberi di incendiarsi sotto la pressione delle sue falangi talentuose. Closer invece è proprio una ballata, magistralmente scossa dalla voce di un Deen Castronovo “magic singer” dotato di una timbrica originale, seducente e potente: ottima la resa senza particolari fronzoli. Higher presenta i propri documenti con stampigliati energia e vigore, un up tempo irruente, arioso nel ritornello, con tanto di spoken ma non particolarmente speciale e memorizzabile, a parte il supremo solo guitar devastante ed elettrizzante. Talk To Me si presenta come un ghiotto ritaglio di “modern cowboy rock” che vede il batterista duettare con la cantante ospite Lunakaire, partorendo un brano dalle sfumature inconsuete ma molto accattivanti e armoniose, esperimento riuscitissimo e molto bello. It's Not The End (It's Just The Beginning), è scampolo ben confezionato, ben prodotto, sound maturo, ma troppo simile ad altri pezzi del repertorio, qui l’applauso metallico va ad un Aldrich che si supera con una lunga vampata chitarristica, cascate di note brulicanti, echi filati e torride pennate; da portarlo in trionfo a braccia. Million Miles si specchia nella lezione di Journey e Night Ranger in tutto e per tutto, regalando ottime sensazioni benefiche: scansione della strofa, salite di tono, incastro dei cori, tutto riporta al passato di quelle due gloriose band americane. Siamo alla fine del platter, Win Or Lose mischia sapientemente la prestanza del hard e l’armoniosità del AOR, nel ritornello, mostrando ancora una volta le sontuose capacità scrittorie del gruppo, mentre la finale Eyes Of A Child si presenta come la seconda ballad in scaletta, prettamente acustica, splendida in dolcezza e melodie ricercate, il pianoforte puntella arazzi e Castronovo sfodera una performance empirea. Diciamo che una ballad fantastica come I Wouldn’t Change A Thing, estratta dal secondo album, avrebbe reso ancor più prezioso il contenuto di questa nuova uscita.

Rise è un disco ottimo, su questo non possono esserci dubbi: le aspettative dei fans verranno sicuramente soddisfatte, ma qualche differenziazione in fase compositiva rispetto alle opere precedenti sarebbe stata auspicabile. Un combo di altissimo lignaggio, una sorta di acquisto a scatola chiusa, i tre big non tradiscono mai, ma un salto in avanti non si percepisce. I Revolution Saints, volenti o nolenti, sono questi, svanito l’effetto sorpresa del 2015, i ragazzi si confermano sempre più abili miscelatori di hard rock e AOR a stelle e strisce, grandi musicisti di livello internazionale e classe sopraffina, con un gusto unico nel saper comporre e arrangiare secondo la tradizione. E credo che tutto ciò possa bastare a chi va matto per le loro abilità strumentali e canore.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
83.4 su 5 voti [ VOTA]
tino
Mercoledì 4 Marzo 2020, 8.47.01
3
Un gran bel disco, bella musica, di quella di una volta che purtroppo al giorno d’oggi non attecchisce ed è un peccato ma si sa i tempi cambiano. Musicisti straordinari, su tutti castronovo che ha una voce degna del miglior steve perry, infatti le similitudini con i Journey, specie nei pezzi più veloci, si sprecano. Negli episodi più rilassati aor di gran classe e rimandi alla tradizione (whitesnake), su tutto comunque vigila e opera la regia dello straordinario Alessandro del vecchio, vero stakanovista e architetto dell’intera opera, protagonista anche in fase di scrittura pur rimanendo defilato. Voto 75
Graziano
Venerdì 7 Febbraio 2020, 18.54.32
2
Per me tre su tre!!! Grandiosi!!!
HeroOfSand_14
Venerdì 7 Febbraio 2020, 18.00.48
1
Franco, segnalo che, se non sbaglio, la ballad Eyes Of A Child è cantata da Blades e non da Deen. Per quanto riguarda il disco, l'ho ascoltato poche volte finora ma mi sta piacendo parecchio. Il livello del debut per me è (quasi) inarrivabile, ma il secondo mi aveva lasciato un pò di amaro in bocca perchè non ho trovato picchi clamorosi che invece amavo nel debut (Falling Apart è uno di quei pochi brani di Light In The Dark che trovo sia sullo stesso livello di capolavori come You're Not Alone o In The Name Of A Father). In questo disco invece mi pare che l'ispirazione sia maggiore, e contiene dei brani notevoli come l'opener, Coming Home (Deen strepitoso batterista ma altrettanto strepitoso cantante ed interprete), Price We Pay e Talk To Me, simil-pop con una bella melodia ed un gradevole duetto. La già citata ballad finale devo ancora apprezzarla appieno, cosi come gli altri brani. Resta il fatto che siamo davanti ad un disco sicuramente non trascendentale, che non mostra nulla di nuovo nel sound dei RS, ma che contiene canzoni di assoluto livello. Menzione d'onore per il sempre grande Alessandro Del Vecchio (songwriter e cantante di livello internazionale) e per il pazzesco Aldrich, che veramente qui dimostra di poter far quello che vuole, creando assoli spettacolari. Bravi!
INFORMAZIONI
2020
Frontiers Records
Hard Rock
Tracklist
1.When The Heartache Has Gone
2.Price We Pay
3.Rise
4.Coming Home
5.Closer
6.Higher
7.Talk To Me
8.It's Not The End (It's Just The Beginning)
9.Million Miles
10.Win Or Lose
11.Eyes Of A Child
Line Up
Deen Castronovo (Voce, Batteria)
Doug Aldrich (Chitarre)
Jack Blades (Basso)
Alessandro Del Vecchio (Tastiere)
 
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