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Thank You Scientist - Terraformer
12/02/2020
( 115 letture )
Al netto di due full length e un EP, torna sulla scena uno dei monicker più disorientanti degli ultimi anni. Parliamo inevitabilmente dei Thank You Scientist, band del New Jersey nota per un progressive ai confini tra il rock e il metal, spesso e volentieri miscelato con influenze jazz, fusion e funk. Parlare di generi musicali con loro risulta complesso, poiché la maggior parte delle volte la direzione dei loro brani risulta completamente imprevedibile grazie anche a degli innesti di world music, elettronica e strutture longeve. Da un punto di vista di coordinate stilistiche vengono spesso associati ai The Mars Volta (probabilmente più per la sensazione di complessità strutturale e imprevedibilità trasmessa, che per il fil rouge musicale) e ai Coheed and Cambria (possessori della Evil Ink Records che li tiene sotto contratto dal 2014). Al di là di questi riferimenti, senz’altro ci sono altre affluenze predominanti all’interno del loro stile: a spiccare sono sicuramente gli echi sperimentali e i fiati Zappiani, così come i passaggi sospesi e jazzistici alla Mahavishnu Orchestra.

Per quanto solitamente sia d’uopo dilungarsi ulteriormente nella fase di presentazione di un gruppo, parlare di un disco come Terraformer senza citare direttamente i brani potrebbe risultare complesso e a tratti fuorviante. Le chitarre leggere ed eteree di Tom Monda aprono su un tempo di natura tipicamente fusion il platter preso in analisi quest’oggi. Durante Wrinkle chitarra, violino e fiati si seguono in maniera nervosa e scattante, su un tempo tutt’altro che banale. Già dai primi momenti di ascolto si percepisce un forte dualismo fra una componente vintage -molto vicina al jazz rock italiano degli anni settanta, come quello di Arti e Mestieri- e una più moderna grazie al sound e ad uno stile di drumming decisamente più recente. Il brano fornisce un ponte verso una base elettronica che apre FXMLDR, primo singolo di questo Terraformer. Il registro vocale acutissimo di Salvatore Marrano si adagia su una sezione ritmica molto vicina al prog metal, se non fosse che a disorientare l’ascoltatore vi siano sezioni di fiati latineggianti -in alcuni passaggi vicine alla musica cubana- un chorus super melodico e delle imprevedibili sezioni strumentali basate su continui cambi di tempo. FXMLDR non è altro che il nome di Fox Mulder senza vocali, personaggio della serie TV X-Files che a detta della band è stata d’ispirazione per il mood e la scrittura del brano. L’intro di Swarm richiama fortemente le svisate fusion tipiche degli Snarky Puppy, proponendo un intro eccezionale per un brano veramente ben riuscito e con un filo logico più alla portata di diversi tipici di ascoltatore. Gli stacchi intorno ai due minuti prima dello stacco con il basso sono eccezionali, così come il riff di chitarra che entra poco dopo a sostegno della voce di Marrano. In questi frangenti nei Thank You Scientist si possono percepire anche delle chiare influenze djent, come se il gruppo si mettesse sulla scia di una versione jazzy e meno distorta dei Periphery. Sul finale il brano tende ad allungarsi più del dovuto con una sezione tecnicamente ottima ma che poco aggiunge di fatto -se non diversi minuti- alla proposta del pezzo. Una sezione ritmica apparentemente lenta apre Son of a Serpent, lasciando galoppare il basso accompagnato dai fiati fino all’arrivo di una chitarra distorta dalle sonorità tipicamente prog metal, che con l’avanzare della longeva composizione si sposta su lidi funky. Le rapide e limpide ritmiche della sei corde offrono una continua variazione sul tema fino a sfociare in uno dei soli migliori del platter. Un grande valore aggiunto inoltre viene fornito da Joe Gullace e Sam Greenfiel, ultimi entrati a sostituzione della precedente sezione di fiati. Un angosciante loop elettronico apre una breve composizione che cattura immediatamente l’ascoltatore.

Ignore the signs of what's ahead
Please just leave me where I lie and watch the
The final tide rise above my head
Tell me what I came here for
Tell me what I came here for
(Birdwatching)


Birdwatching è un brano breve, cupo e introspettivo, che riesce facilmente a mischiare componenti molto diverse e lontane. I pochi e bellissimi versi raccontano dell’isolamento e della coscienza delle proprie colpe che viene a galla. Il finale di questa digressione malinconica traghetta l’ascoltatore verso un’autentica distorsione spazio temporale in cui un beat elettronico sembra deturpare quanto proposto fino ad ora, svegliandoci da una dimensione onirica. Dopo un po’ di ascolti, il disco segue il naturale corso delle impressioni dell’ascoltatore e -se durante l’inizio ci si sentiva un po’ persi e con qualche difficoltà a seguire il filo logico- con Everyday Ghosts giungiamo ad un punto di comprensione: il brano risulta ben strutturato e grazie ad un’apertura a cavallo fra la tensione western e un ottimo riff di chitarra la canzone decolla fin da subito. Il lavoro svolto al basso e alla chitarra sono il fiore all’occhiello del disco e -soprattutto- il guitar work di Tom Monda risulta invidiabile quando il chitarrista riesce a focalizzare la direzione del pezzo. In questo brano vi è veramente di tutto: ritornelli orecchiabili, sezioni di stacchi progressive seguite da ritmiche funk e un assolo fusion in pieno stile MVP che sfocia nuovamente nel motivo centrale. Funambolici giochi ritmici di natura progressive aprono Chromology, longeva composizione che vede nuovamente delle parti di fiati estremamente ispirate in stile jazz/soul. I rimandi alla musica di Frank Zappa sono lapalissiani e tutti i musicisti trovano la loro collocazione in questo strumentale: l’assolo di basso galoppante è seguito da un’entrata a dir poco epica della voce squillante del violino. I cambi continui di tempo tendono a far perdere leggermente il fil rouge all’ascoltatore, se non fosse che dopo qualche ascolto la struttura del pezzo inizia a essere più seguibile.

Dopo un lungo viaggio fra scenari fusion/progressive torniamo rapidamente alla forma canzone dei Thank You Scientist tra cori onirici, chitarre crunch e fraseggi arabeggianti. Geronimo apre il secondo disco, soffrendo tuttavia la vicinanza delle due tracce di chiusura del primo. Risulta invece decisamente più convincente e accattivante Life of Vermin: flauti, chitarre che richiamo al flamenco e trombe squillanti si incastrano perfettamente fra una sezione e l’altra, mostrando ancora quanto il gruppo riesca a integrare influenze diverse in un’unica proposta stilistica che sfocia in una chiusura aggressiva puramente prog metal. Gli echi della leggenda di Kind of a Blue di Miles Davis rivivono nella brevissima Shatner’s Lament, brevissima composizione che vede protagonista la tromba di Joe Gullace. Rimane solo un filo di amaro in bocca per la brevità della proposta, che in mezzo ad altri 83 minuti di musica avrebbe meritato decisamente più spazio. Con Anchor ritornano le atmosfere più cupe -che in generale marcano maggiormente tutto questo secondo disco-, le immagini arabeggianti e le taglienti sezioni irrobustite dalle chitarre distorte. La longeva composizione decolla soprattutto nella seconda metà, emancipando un bel songwriting in grado di traghettare facilmente l’ascoltatore e mettendo in accordo ascoltabilità e complessità. Proposito tutt’altro che banale, che eleva Anchor ad una delle parti più solide di questo Terraformer. New Moon è una parentesi epica, dilatata ed orchestrale, in cui i Thank You Scientist rimarcano quanto siano professionisti sia nelle lunghe che nelle brevi composizioni. Quando intorno ai quaranta secondi entra l’orchestra con delicatezza e imponenza al tempo stesso l’effetto è mozzafiato. Sul finale dalle tinte orientaleggianti vi è un ponte che conduce diretti alla titletrack di questo disco. Terraformer mette in mostra tutto il lato a cavallo tra il djent e il math, miscelando tempi improbabili e un guitar work cervellotico e nervoso. Il brano cavalcante che va a chiudere l’omonimo platter è stato scelto come secondo singolo insieme a FXMLDR e -così come quest’ultimo- risulta un buon pezzo che tuttavia non rispecchia pienamente l’immagine complessiva del disco, non aggiungendo e non togliendo niente. Non essendo di sicuro il brano forte di questo doppio CD, sicuramente Terraformer paga anche il prezzo di trovarsi alla conclusione di un lungo viaggio che ha spaziato per lidi più affascinanti e distanti in questi lunghi ottantaquattro minuti.

Tirare le somme di questo platter non è banale, poiché ci troviamo di fronte ad un’opera registrata con i fiocchi, con musicisti di spicco in grado di scrivere una parte per ogni genere o per qualsiasi ambito. Songwriting stellare, molteplicità di generi e influenze e una propensione alla musica colta sono tra i punti più forti di questo Terraformer, che tuttavia non è completamente esente da alcune ombre nonostante sia un ottimo disco. Alcuni brani -in relazione alle idee messe sul piatto- potevano essere più corti, così come alcune sezioni di puro tecnicismo poco utile alla causa musicale potevano essere risparmiate. L’acuta voce di Salvatore Marrano svolge un ottimo lavoro, poiché parliamo di un cantante d’alta classe, che tuttavia non in tutte le occasioni sembra incastrarsi perfettamente con la proposta musicale, soprattutto in FXMLDR e Terraformer, dando l’impressione di non amalgamarsi e rimanendo su uno strato distaccato e diverso rispetto a quello della band. Ad ogni modo in tutte queste considerazioni che -in una proposta musicale così articolata rischiano di spostarsi fra il soggettivo e l’oggettivo- vi è un unico grandissimo dogma di fede: Terraformer è un disco che va ascoltato una valanga di volte, più di molti altri del medesimo filone progressive. Non solo per essere compreso nella sua profondità, ma anche -banalmente- per capire cosa si sta ascoltando e farsi un’idea, poiché tende a cambiare di ascolto in ascolto, soprattutto durante la prima decina di passate. Ad ogni modo, quello che rimane è una strana dicotomia di pensieri: vi sono dei margini di miglioramento, tuttavia questo lavoro pur non essendo per tutti rientra -nel suo genere- fra i migliori del 2019.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
98 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Evil Ink Records
Prog Rock
Tracklist
1. Wrinkle
2. FXMLDR
3. Swarm
4. Son of a Serpent
5. Birdwatching
6. Everyday Ghosts
7. Chromology
8. Geronimo
9. Life of Vermin
10. Shatner’s Lament
11. Anchor
12. New Moon
13. Terraformer
Line Up
Salvatore Marrano (Voce)
Tom Monda (Chitarre, Shamisen, Bouzouki, Sintetizzatori e Cori)
Ben Karas (Violino, Viola e Cori)
Joe Gullace (Tromba e Flugelhorn)
Sam Greenfield (Sassofono, Clarinetto e Cori)
Cody McCorry (Basso e Sintetizzatori)
Joe Fadem (Batteria e Percussioni)
 
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