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Bent Knee - You Know What They Mean
13/02/2020
( 311 letture )
Prima della sua dipartita, il 2019 ha utilizzato i suoi ultimi respiri per farci tornare alle orecchie non solo eccellente musica estrema ma anche produzioni più “di nicchia” in casa progressive e art rock. Proprio ad ottobre dello scorso anno è infatti arrivato sugli scaffali -non a caso- un nuovo platter made in Bent Knee, un’ottima occasione per festeggiare i dieci anni di questa formazione genitrice di una discreta musica intrisa di elementi art rock, progressive e avant-garde. Onestà vuole però che si ammettano i limiti di questa produzione sin da subito, soprattutto per evitare lunghissime analisi brano per brano di un prodotto che, come vedremo, necessita un approccio differente.

Ciò che per primo si può dire di questo disco è che soffre in buona parte degli stessi difetti dell’ultimo Love You to Bits dei No-Man -seppur il genere proposto non sia perfettamente sovrapponibile. Il disco è infatti una di quelle produzioni di eccessiva durata rispetto alle reali idee compositive districate tra le varie canzoni: quasi un’ora di musica, riducibile senza troppi giri di parole a circa la metà. Vedere determinate sonorità e determinati escamotage ripetuti sino allo sfinimento lungo alcune composizioni di sicuro renderà meno piacevole l’ascolto, anche in presenza di quei pezzi realmente originali e con spunti più che interessanti. In altri termini, ascoltare una Egg Replacer può sembrare più che piacevole durante le prime battute, risultando invece decisamente stucchevole quando, in preda a pura superbia, si cerca di stupire l’ascoltatore basando il tutto sulla ripetizione quasi ossessiva del leitmotiv. Uno stile forzato che spesso obnubila quel sentore rock e pop che di per sé non appare né spiacevole né composto con scarsa competenza, inserito purtroppo in una psichedelia stoner non sempre spontanea ma anzi decisamente artificiosa. L’esemplificazione di ciò non è solamente la quinta traccia citata poco sopra, ma anche una Bird Song o una Garbage Shark in cui i buonissimi spunti, specialmente di quest’ultima, sono realmente deturpati da questo ammasso di plastilina monocromatico che tutto fa tranne che rispettare la cover multicolore di You Know What They Mean. Per concludere poi con una It Happens che sembra scimmiottare costantemente l’intero platter in una produzione carnalmente troppo plastica. Volendo riassumere in breve quanto detto, esattamente come in Love You to Bits, certe scelte compositive risultano alle orecchie più attente dei vestitini adornati in modo barocco, per un contenuto tutt’altro che tale, addirittura pop in alcune strutture.

A voler essere razionali, quanto detto fin ora sembra affossare il disco in un mare di mediocrità, se non peggio. Bisogna infatti evidenziare senza peli sulla lingua anche tutto ciò che possiede questo disco di qualitativamente valido, anche solo per giustificare la sufficienza assegnatagli. Come detto all’inizio, se il disco fosse durato una mezz’ora circa, sarebbe stato decisamente più apprezzabile, addirittura più che discreto. Risulterebbe doveroso infatti citare -ad esclusione di opener e intermezzi vari ed eventuali- quella ficcante “sporcizia” generale del sound che sin dall’iniziale Lansing viene adornata da riff taglienti di Ben Levin e dalla graffiante Courtney Swain. Proprio a proposito di quest’ultima, la cui performance risulta nel complesso riuscita, il timbro di Courtney è infatti ben adatto a lavorare sulle linee vocali più pacate e su quelle più aggressive. Bisogna ammettere che perde un po’ di qualità sulle note molto alte ma Give Us the Gold e Catch Light fanno da effigi della sua abilità. La prima per la scrittura di ottime linee vocali, rassegnate, nichiliste e che fanno pendant con il sound e la seconda sfruttando la sua estensione vocale nel miglior modo possibile e con alcuni apici che meritano di essere ascoltati anche di più di una volta, soprattutto sul finale grazie a un climax nel songwriting. Il vero protagonista è però Gavin Wallace-Ailsworth alle pelli, senza ombra di dubbio. Il suo suonare è variopinto come la copertina, ricco di sfumature jazz, fill mai banali e ghost notes eleganti. Sin da Hold Me In per passare poi a Lovemenot in cui l’originalità del batterista di certo dona più che un semplice quid al pezzo. Un lavoro ritmico che insieme alle quattro corde risulterà più che piacevole alle orecchie degli addetti ai lavori, nonché tecnicamente ineccepibile. Il guitarwork invece è sufficiente o poco più: chitarre spesso molto allungate, quasi doom volendo estremizzare, distortissime e che raramente propongono giri labirintici, sfociando in riff rock molto basilari e commerciali alternati a sezioni più studiate -con qualche momento solista ben riuscito. Il tutto è impacchettato in quel clima che, come ampiamente detto, risulta fin troppo plastico, altre volte invece spassionatamente e incondizionatamente anarchico, stoner e avant-garde: basta notare la conclusione di kalimba di Cradle of Rocks per carpirne l’essenza.

Il vero valore di quest’album spogliato della spocchiosità produttiva? Sicuramente buono, originale, scanzonato e divertente. Ma il reale valore che ci si ritrova tra le mani è quello di un’opera allungata in molti frangenti con trovate apparentemente sofisticate che, a volerle analizzare al microscopio, denotano invece carenze contenutistiche. Un disco consigliato quindi a chi non ha paura di utilizzare un’oretta del proprio tempo per divertirsi con le cuffie all’orecchio, per circa la metà del tempo coglierà molti spunti interessanti, ma nulla più di questo.



VOTO RECENSORE
60
VOTO LETTORI
99 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Inside Out Music
Avantgarde
Tracklist
1. Lansing
2. Bone Rage
3. Give Us the Gold
4. Hold Me In
5. Egg Replacer
6. Cradle of Rocks
7. Lovell
8. Lovemenot
9. Bird Song
10. Catch Light
11. Garbage Shark
12. Golden Hour
13. It Happens
Line Up
Courtney Swain (Voce, Tastiere)
Ben Levin (Chitarra, Cori)
Vince Welch (Chitarra, Sintetizzatore)
Jessica Kion (Basso, Cori)
Chris Baum (Violino, Cori)
Gavin Wallace-Ailsworth (Batteria)
 
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