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Corrosion of Conformity - In The Arms of God
15/02/2020
( 612 letture )
Il 27 gennaio di quest’anno, William Reed Mullin, storico batterista e membro fondatore dei Corrosion of Conformity ci ha lasciati, poco prima del suo 54esimo compleanno che sarebbe caduto il 12 febbraio. Per pura coincidenza di organizzazione redazionale, abbiamo in calendario la recensione dell’unico album da studio dei C.O.C. nel quale Mullin non abbia suonato. Trattandosi comunque della "sua" band, ci sembra quanto meno doveroso ricordare questo talentuoso musicista che ci ha lasciati troppo presto. Buon viaggio….

Un conglomerato di nerissimo bitume e fango. Un blocco di rabbia e frustrazione. Un album mastodontico, tra i più belli e significativi tra quelli usciti dopo il 2000, che ha segnato il congedo momentaneo dei Corrosion of Conformity, andati in stasi l’anno successivo e fino al ritorno nel 2010, senza Pepper Keenan. In the Arms of God è uno di quei dischi che, a causa della pubblicazione in un momento non propriamente disteso per la band, rischia di passare in secondo piano all’interno di una discografia importante come è quella dei Corrosion of Conformity. Parliamo di un gruppo che ha segnato profondamente la storia del metal degli anni 90, indicando una via trasversale e aprendo la strada a quanti cercassero un modo di coniugare il metal classico ottantiano, carico di residui thrash, ad influenze southern e quindi al nascente movimento stoner, fino alle soglie dello sludge. Non male per una band che nasceva hardcore e che, per certi versi, è rimasta comunque legata a quel tipo di attitudine, senza mai ottenere appieno il riconoscimento e il successo che avrebbe invece meritato.
Torniamo quindi al momento topico della loro carriera: l’approdo alla major Columbia, le cui avventure abbiamo tratteggiato -tra il serio e il faceto- in altre occasioni, nel momento in cui qualcuno dei capoccioni della label decise che il movimento doom/stoner aveva le carte in regola per sfondare le classifiche e diventare un fenomeno di successo. La major scelse, tra gli altri, proprio i Corrosion of Conformity dei quali pubblicò il classico Deliverance nel 1994 e il seguente Wiseblood nel 1996. Purtroppo, quasi inspiegabilmente, entrambi gli album fallirono gli obbiettivi di vendita prefissati e il gruppo fu scaricato, con una situazione che non lasciava presagire niente di buono. Il successivo America’s Volume Dealer spingeva ancora di più la band verso lidi southern/hard rock e riusciva nel non facile compito di scontentare un po’ tutti, mostrando anche segnali di appannamento nella scrittura dei brani e ottenendo un riscontro catastrofico, senza entrare nella Billboard 200, pur piazzando il singolo Congratulations Song nella Top 30. E’ qui che si consuma lo strappo interno, con lo storico batterista Reed Mullin che lascia nel 2001 e il gruppo che dopo la pubblicazione del Live Album rallenta l’attività, alla ricerca di un sostituto stabile. Contestualmente, Pepper Keenan concentrò la propria attenzione sui Down che pubblicavano proprio in quei mesi il loro secondo album, lasciando pensare a molti che il suo interesse fosse decisamente più orientato su di loro che nel riportare in auge i C.O.C.. In realtà, il chitarrista/cantante rientrò dopo poco alla base, anche se questa doppia attività resterà a lungo motivo di frizione, tanto che a seguito della reunion la band pubblicherà due album senza di lui e il suo rientro avverrà solo nel 2014.

Ma torniamo al 2004, quando l’assetto del combo sembrò trovare un suo equilibrio con l’arrivo di Stanton Moore, batterista già nei Galactic, gruppo di New Orleans dal background lontanissimo da quello dei Corrosion of Conformity e dedito ad una sorta di incrocio tra jazz, blues, hip pop, world music e funk. Il batterista riuscì però molto bene ad inserirsi nel tessuto musicale del gruppo e, senza rinunciare al proprio stile fantasioso e tecnico, dimostrò di saper anche pestare come un fabbro sulle pelli e di saper offrire una prestazione stellare e carichissima, anche messo di fronte ad un genere apparentemente del tutto lontano dalle sue corde.
Pubblicato nel 2005, a distanza quindi di cinque anni dal disco precedente, In the Arms of God è un disco intriso di rabbia, fame di rivalsa, voglia di dimostrare ancora qualcosa fosse anche solo a se stessi e nero, nero, nero. Che fosse la situazione difficile della band, il peso delle critiche, la sensazione che il momento d’oro fosse inesorabilmente passato o piuttosto la voglia di sbattere in faccia a tutti che i C.O.C. non sarebbero morti senza combattere fino all’ultimo o chissà cos’altro, fatto sta che i quattro riuscirono ancora una volta ad alzare la testa e con essa l’asticella della qualità, lasciandosi alle spalle quasi dieci anni difficili con dodici canzoni potentissime e ispirate. Si respira subito il ritorno ad una aggressività che rimanda direttamente a Blind, pur con uno stile che rimane quello inaugurato a partire da Deliverance, aggiornato con qualche quintale di nero petrolio di matrice sludge che Keenan si porta dall’esperienza con i Down e senza rinunciare a qualche ulteriore divagazione verso nuovi orizzonti, tra i quali spicca senz’altro una matrice psichedelica che emerge fortissima tanto nel lungo e clamoroso intro di Stone Breaker, perfetto incrocio di Black Sabbath e Pink Floyd in salsa stoner, col basso di Mike Dean che rivaleggia con le due chitarre, nella chiamiamola ballata Rise River Rise, la quale peraltro sfoggia una perfetta chitarra acustica, che ritroveremo anche in So Much Left Behind, anch’essa baciata dal sole psichedelico, come The Backslider e l'inquietante Crown of Thorns.
Si parte dalla citata e strepitosa Stone Breaker brano che costituisce la opener perfetta, capace di piantarsi in testa fin da subito e non uscirne più, nobilitata come detto oltretutto da una intro strepitosa e da una prestazione di Moore da urlo, seguita da due altri brani schiacciasassi come Paranoid Opioid con i suoi sei minuti e mezzo di pura devastazione musicale attorno ad un riff rutilante e che sembra poter durare in eterno (notare la pesantezza della "mano" di Moore) e It Is That Way, la quale trasmette la piacevolissima sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una frana rovinosa. Divertente e sintomo di una libertà compositiva rara, Dirty Hands Empty Pockets, che si regge su un giro di basso di Dean ai limiti del funk jazzato, fino all’esplosione del refrain e al recupero dei watt. Anche qui è interessante notare la versatilità di Moore che cambia totalmente approccio tra la prima parte del brano e l’incazzatissimo finale, adattandosi in maniera esemplare. Bella e riuscita Rise River Rise, traccia che consente di riprendere un po’ fiato dopo l’infuocata prima parte senza perdere in intensità e lancia Never Turns to More, che fa dei cambi di dinamica la sua forza rivelandosi forse appena troppo lunga, mentre la furiosa Infinite War spiana tutto senza concedere pietà. Come non soffermarci invece su una delle sorprese più belle del disco, ovverosia il finale clamorosamente metal classico di World on Fire, con gli intrecci di chitarre armonizzate a comporre un assolo finale stupendo, che fomenta e commuove al tempo stesso, dopo una parte iniziale invero un po’ anonima e prepara la strada per la mazzata finale della title track, con i suoi sette minuti di durata. Liricamente, il brano parla della discesa all’Inferno e musicalmente la sensazione è davvero quella di essere messi nel sacco della cuccagna e presi a bastonate: il riff portante è paragonabile a una serie implacabile e rabbiosa di cazzotti in bocca tutti a segno, ma i quattro hanno anche altre armi al loro servizio e l’apertura acustica a metà brano alza la tensione quel tanto che basta per liberare un riff devastante, paragonabile per intensità a quello di Bury Me in Smoke dei Down, con Keenan che insegue Phil Anselmo nelle urla. Svitarsi il collo in un headbanging forsennato qua è davvero il minimo sindacale, fin quando, improvvisamente la caduta termina e arriva lo sprofondo e, con esso, la fine.
Una parola anche per la produzione di John Custer, musicista e compositore aggiunto che fin da Blind ha legato il suo nome a quello dei C.O.C. e che anche in questo caso riesce a dare un’impronta ruvida, metallica e maestosa al maelstrom musicale della band, conferendogli un’aura pericolosa, "live" quanto fangosa, eppure sempre chiara e perfettamente distinguibile in tutti gli strumenti e in tutti i passaggi. Difficile chiedere di più.

Come la croce funeraria che appare in copertina sembrava purtroppo preannunciare, In the Arms of God pur ricevendo un’accoglienza decisamente più positiva a livello di critica e pubblico rispetto al suo predecessore e pur ottenendo vendite più che discrete alle quali seguì un primo tour di successo, subì le conseguente nefaste dell’uragano Katrina che distrusse la casa di Keenan e lo costrinse a ritirarsi e interrompere l’attività live fino al 2006, quando, al termine di un nuovo tour con i Clutch di fatto il gruppo si sciolse fino al 2010, con Keenan che tornò a dedicarsi ai Down e gli altri impegnati in altri progetti. Una fine ingloriosa, fortunatamente riscattata dalla prima reunion e dal successivo ritorno del chitarrista, il quale si ripresenterà dietro il microfono per No Cross No Crown, uscito ormai due anni or sono. Eppure, In the Arms of God resta in assoluto tra le migliori cose uscite a nome C.O.C. e non solo e viene forse oggi messo in disparte e non considerato come merita. Qua c’è davvero tutto, dall’ispirazione alle qualità tecnico/esecutive, personalità, originalità e un lotto di brani che non possono lasciare indifferenti. Questa è una band che deve essere annoverata tra le più grandi e influenti degli ultimi trent’anni e In the Arms of God lo confermava urlandolo al mondo intero. Non un disco perfetto, che a volte indulge un po’ nella lunghezza di alcune tracce, capace però di riportare i Corrosion of Conformity ai livelli dei fasti degli anni 90, allargandone ancora lo spettro compositivo. Insomma, un classico "must have" che oggi come allora merita una lunga e sentita immersione.

In conclusione, non resta che sperare che la triste quanto improvvisa dipartita di Reed Mullin non costituisca a questo punto l’ultimo tassello di una storia che non sembra dover conoscere la parola pace e che la band trovi ancora una volta la forza di proseguire la propria strada, regalando nuova musica al ricordo del compagno e a quanti non hanno mai smesso di amarli.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
79.25 su 4 voti [ VOTA]
Vomitself
Venerdì 10 Luglio 2020, 22.36.19
5
Gran disco, forse rimane uno dei loro apici assieme a "Blind", "Deliverance" e "Wiseblood".
Kiodo 74
Martedì 14 Aprile 2020, 1.13.41
4
A me questo disco piace da matti.....è pesante, fangoso, ossessivo e triturante......le chiatarrone fuzzosissime creano riff smonta palazzi..... Non è un must assoluto come i suoi predecessori degli anni 90 ma è un altro bel colpo messo a segno dagli americani.... Voto 82! Ossequi!
denis
Lunedì 13 Aprile 2020, 23.10.04
3
Con piacere leggo in questa recensione ciò che ho sempre pensato di quest'album. E' spettacolare. Ruvido e potente. A colpirmi di più è proprio la batteria imprevedibile di Stanton Moore (una delle mie preferite in assoluto).
SkullBeneathTheSkin
Lunedì 17 Febbraio 2020, 17.52.41
2
Gran disco senza dubbio, Stone Breaker una killer song. Ho questo disco accanto a wiseblood e deliverance... c'è scritto ben chiaro COC... eppure fatico a considerarlo il fratellino degli altri due: l'influenza Down è palpabile fin quasi all'inquinamento ed il tutto presenta un "non-so-che" di marcatamente sabbatiano non riscontrabile su nessun loro album. Una semplice sfumatura, che però virava inequivocabilmente al nero. RIP Mullin: Sleep tight my friend you're in the arms of god!
Forbiddenevil
Sabato 15 Febbraio 2020, 12.19.18
1
Belle parole Save, i COC sono una delle mie band preferite, li ho anche tatuati. Arms of God è un grande disco anche se l'assenza di Reed Mullin (uno dei miei batteristi preferiti) me lo ha sempre fatto mettere un pò in secondo piano. Ho sempre pensato che se dietro alle pelli ci fosse stato Reed, nonostante l'ottimo lavoro di Stanton Moore, il disco sarebbe un capolavoro. R.I.P. Reed Mullin
INFORMAZIONI
2005
Mayan Records/Sanctuary
Stoner
Tracklist
1. Stone Breaker
2. Paranoid Opioid
3. It Is That Way
4. Dirty Hands Dirty Pockets (Already Gone)
5. Rise River Rise
6. Never Turns to More
7. Infinite War
8. So Much Left Behind
9. The Backslider
10. World on Fire
11. Crown of Thorns
12. In the Arms of God
Line Up
Pepper Keenan (Voce, Chitarra)
Woody Weatherman (Chitarra, Voce)
Mike Dean (Basso, Voce)
Stanton Moore (Batteria, Percussioni)

Musicisti ospiti
John Custer (Produzione, Hammond su traccia 1, Chitarra acustica su traccia 12, Chitarra solista su traccia 4)
 
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