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Kirk Windstein - Dream In Motion
15/02/2020
( 828 letture )
Il prossimo 14 aprile Kirk Windstein festeggerà cinquantacinque anni. Il che significa che ne sono passati quasi trenta dalla pubblicazione del primo album dei Crowbar, quell'Obedience Thru Suffering che fu una vera e propria pietra scagliata nello stagno del nuovo decennio; un passaggio fondamentale della costruzione dello sludge metal, sottogenere che unisce al classico doom ottantiano venature southern e hardcore e che annovera tra gli altri pionieri campioni riconosciuti come Eyehategod, Acid Bath, Soilent Green e indietro fino ai Melvins e perfino i Black Flag di Henry Rollins. Questo giusto per tratteggiare in due parole un curriculum noto al mondo, che peraltro si arricchisce anche della lunga collaborazione con l’All Star Team dello sludge metal, i Down, assieme ai compagni Phil Anselmo, Pepper Keenan, Jimmy Bower e Rex Brown. Con i Crowbar il buon Kirk ha pubblicato nel frattempo undici album, l’ultimo dei quali risale a quattro anni fa. Una carriera lunga e felice, insomma, magari non baciata da vendite oceaniche, per un genere che resta comunque di nicchia, ma carica di soddisfazioni e riconoscimenti, oltre che della stima pressocché imperitura di almeno due generazioni di adoratori di musica pesante e sincera. Dalla sincerità è giusto ripartire per inquadrare quindi l’uscita di Dream in Motion, primo disco da solista di Kirk Windstein, arrivato inaspettato in questo inizio di 2020.

Togliersi il gusto di sorprendere i propri ascoltatori dev’essere una soddisfazione enorme, per un artista che porta sulle spalle oltre trent’anni di carriera dedicati ad un genere specifico e codificato, nel quale è riconosciuto indomito Maestro e annoverato tra le divinità terrene. Ma il solo desiderio di stupire non potrebbe di per sé giustificare la creazione di un album, se non ci fosse qualcosa di più profondo dietro. Pur non conoscendo questo retroscena, appare infatti evidente che un album così non nasce per caso e deve necessariamente rispondere ad una esigenza profonda e radicata nell’animo. Dream in Motion giustifica infatti la sua natura di album solista allontanandosi in maniera radicale dal sound dei Crowbar e anche da quello dei Down e andando ad esplorare un altro lato e un altro aspetto della materia oscura che ha dato vita nel calderone primordiale al genere doom metal. La musica è decisamente più rarefatta, asciutta e melodica di quanto proposto con le proprie band, radicata nel doom fino al midollo, tanto per tematiche quanto per atmosfera generale, che appare sempre funerea, come una solenne processione nella nebbia. I tempi sono sempre molto lenti, scanditi con pesantezza e non mancano certo i riff, ma è evidente il ricorso ad una distorsione meno enfatizzata, che viene poi anche più volte del tutto abbandonata, con un ricorso insistito ad arpeggi cinerei, melodie armonizzate di chitarra, discreti tappeti di tastiera e in generale ad un respiro più ampio e libero. Sono chiare le influenze di Black Sabbath e Trouble e si sentono anche assonanze più ampie, dalla new wave all’alternative grunge, ma sono elementi di secondo piano, utilizzati con parsimonia e forse anche in maniera inconscia. Un approccio che si esalta nel cantato di Kirk, il quale abbandona totalmente l’urlo strozzato e atonale tipico dello sludge per cantare in maniera più interpretativa e variegata le proprie liriche, offrendo peraltro una buonissima prova delle proprie capacità, pur mantenendo naturalmente un “ringhio” riconoscibile tra mille. La sorpresa è notevole, eppure non c’è niente di forzato e scadente, anzi quello che è evidente fin da subito è proprio l’alto livello di ispirazione delle canzoni, così come la potente sincerità con la quale Kirk irradia tutta l’opera. La scelta di affrancarsi dal classico armamentario sludge non cambia poi la sostanza maledetta e senza speranza tipiche del genere, trovando nella controparte doom comunque una comunanza di tematiche totale. Siamo lontani comunque da un album acustico e sicuramente Windstein non si è messo a suonare folk. Fa anzi quasi sorridere scoprire quanto sia diverso dal classico trademark e rendersi poi comunque conto che l’album, pur nel suo essere minimale e spesso privo di distorsione, sia invece dotato di arrangiamenti perfetti e pesante come un macigno, probabilmente anche più di alcuni album sludge, proprio perché rinuncia in gran parte alla dinamicità, preferendo sempre una scansione marziale, lenta e solenne. Senza scendere nell’elenco dei brani, che diventerebbe ripetitivo, Dream In Motion è un disco che si scopre passo passo, che avvolge più che aggredire, calando una coltre di cenere, pioggia e nebbia apparentemente delicata eppure inesorabile, soffocante e desolante. La sequenza delle canzoni è pensata in maniera attenta, con la titletrack a darci il benvenuto grazie ad un riff portante in distorsione dinamico e potente, che già annuncia il cambiamento profondo, aprendosi ad un refrain che si pianta in testa e compiendo appieno il proprio compito di canzone apripista. Le tracce seguenti invece vanno sempre più ad introdurre gli elementi di novità e peculiarità dell’album, con Once Again e in particolare Enemy In Disguise che rinunciano in toto alla distorsione. Cosa c’è di più doom dell’apertura di The World You Know, con l’arpeggio che sostiene un solo armonizzato? Bellissimo e altrettanto tragico il proseguo del brano. Toxic rialza la dinamica generale reggendosi su un bel giro di basso e su un riff potente, ma è solo un breve respiro, perché le tre tracce seguenti sono l’apoteosi della funeralità più nera e desolante, con gli strumenti ad arco che fanno da sottofondo alla mortalità di The Healing o le armonizzazioni vocali che caratterizzano tanto Necropolis quanto la soffocante Ugly Truth, dotata di un bellissimo sviluppo melodico, quanto di un panorama emotivo devastante. In chiusura, Kirk si permette una sorpresa: la cover del classico Aqualung dei Jethro Tull. La resa è piuttosto filologica, ma gravata di quella fangosità della distorsione alla quale il musicista non può rinunciare e che costituisce la sua firma. Potrebbe non piacere a tutti questa rilettura, una volta passato l’effetto sorpresa, perché aggiunge poco al brano in sé e sembra invece togliere leggerezza e quella vena amara tipica della band di Ian Anderson. A Kirk piace sicuramente molto, tanto che l’ha scelta come singolo e ha dichiarato di non vedere l’ora di farla sentire proprio al leader dei Jethro Tull. In effetti, messa in fondo alla scaletta costituisce uno stacco stilistico ed emotivo forte che permette di uscire dall’immersione altrimenti inesorabile del disco.

L’urgenza è da sempre la chiave della vera Arte. La necessità di esprimere qualcosa per esprimere se stessi e, con noi stessi, di esprimere l’universo, il mondo, la società, gli altri. Temi universali quanto infinitesimali, che premono per una loro rappresentazione che lenisca il dolore o esalti la gioia, che rappresenti il potere e le sue glorie nella speranza di renderle immortali o la bellezza, che immortale è davvero, così come l’amore e la morte ed oltre essi. Dream in Motion nasce da questo e lo si avverte dalle prime note fino all’ultimo secondo. Kirk Windstein esce dalla strada che ha contribuito a tracciare come pioniere e lo fa componendo un disco profondo, lacerante e doloroso, che ha però un’esteriorità formale del tutto diversa da quella che siamo abituati ad associare alla sua Arte. Una nuova conferma della statura artistica di questo grande musicista e della sincerità della sua musica. Cercando una critica diremmo che forse nel rivoluzionare tutto si è innamorato della formula arpeggiata, alla quale ricorre per oltre metà dell’album, rischiando di ridurre l’identità delle singole canzoni e qualche colpo di noia. Ma è un difetto che si perdona volentieri e che nella ripetizione degli ascolti, man mano che si penetrano appunto i diversi arrangiamenti, si può far passare in secondo piano, visto che tutte le canzoni restano comunque molto belle.
Una vera sorpresa, perché inaspettata e perché affascinante. Sicuramente consigliato a chi cerca una musica emotivamente potente e capace di narrare sentimenti difficili, in maniera profonda, senza nasconderli, ma anzi esaltandone al massimo grado il dolore e la sofferenza, per riuscire forse nella catarsi della rinascita e del superamento.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
73.5 su 4 voti [ VOTA]
Vittorio
Lunedì 17 Febbraio 2020, 14.51.39
5
Solita grande recensione di Saverio, corro subito ad ascoltare...
Freccia
Domenica 16 Febbraio 2020, 19.46.28
4
Bella recensione, da fan dei Crowbar comprerò sicuramente questo album. Tra l'altro Kirk, "conosciuto" ad un concerto dei Crowbar è una persona gentilissima e umilissima, grande!
marcoCX
Domenica 16 Febbraio 2020, 15.57.43
3
....album sorprendentemente favoloso , non certamente immediato , produzione favolosa....percorso introspettivo molto potente , ispirazione ai massimi livelli . Evoluzione d'Artista . Voto 85
Nòesis
Domenica 16 Febbraio 2020, 11.59.03
2
Il black metal è passato sotto la competenza della redazione B
Fenriz
Sabato 15 Febbraio 2020, 23.05.53
1
Cambiate il nome del sito in Metallizard, tanto ormai...😅 A proposito, non vedo nessuna recensione black metal nella pagina iniziale. Che fine ha fatto la redazione che se ne occupava ?
INFORMAZIONI
2020
Entertainment One
Doom
Tracklist
1. Dream In Motion
2. Hollow Dying Man
3. Once Again
4. Enemy In Disguise
5. The World You Know
6. Toxic
7. The Healing
8. Necropolis
9. The Ugly Truth
10. Aqualung
Line Up
Kirk Windstein (Voce, tutti gli strumenti)
 
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